Rambo: Last Blood, la recensione: ecco cosa ci è piaciuto (e cosa no)

Ci ha provato, Sly. Questo gli va dato atto. Voleva a tutti i costi dare al suo Rambo la chiusura epica che meritava. Spiace quindi tantissimo dover raccontare la cronaca di un mezzo fallimento
Rambo: Last Blood, la recensione: ecco cosa ci è piaciuto (e cosa no)
Simone Zizzari

Ci ha provato, Sly. Questo gli va dato atto. Voleva a tutti i costi dare al suo Rambo la chiusura epica che meritava. Spiace quindi tantissimo dover raccontare la cronaca di un mezzo fallimento. Mezzo perché comunque qualcosa da salvare in questo “Rambo: Last Blood” c’è. Ma è troppo poco rispetto a tutto quello che di negativo gli ruota attorno. 

Cominciamo dall’inizio e dall’immagine - azzeccata - di un Rambo ormai attempato, stanco, che sente il peso degli anni e la sofferenza patita nel corso della sua devastante vita. Si comincia con il brano "Waiting for the Sun” dei Doors che racconta la storia dei reduci del Vietnam e che riecheggia nel rifugio sotterraneo che John si è costruito sotto il ranch in Arizona nel quale vive insieme alla sua amica Maria e alla figlia di lei alla quale Rambo tiene più che alla sua vita.

John passa le sue giornate in una calma apparente, sistemando la stalla del suo ranch, addestrando i suoi cavalli, osservando spettacolari tramonti. E’ solo apparenza. Dentro l’inferno continua a bruciarlo. Questa volta però la storia cambia prospettiva. E’ una vicenda tutta privata che riguarda gli affetti più intimi del reduce del Vietnam.

La prima parte del film analizza la nuova vita di Rambo, tutto casa e affetti. E’ la fase preparatoria prima della scintilla che farà riesplodere il guerriero che tutti noi conosciamo. Il pretesto è il rapimento della sua figlioccia per mano di (stereotipati) trafficanti di donne messicani. La sua missione oltreconfine risulterà però fallimentare. E’ qui che arriva la terza parte, quella conclusiva, la più cruenta di tutte: la vendetta. Rambo capisce che al mondo il bene non esiste e che non rimane altro da fare che infliggere dolore. Un dolore che si trasforma in rabbia e furia. Il risultato sarà un inevitabile bagno di sangue. E’ in quest’ultima fase che ritroviamo il Rambo che tutti conoscevamo con enorme piacere. 

Il problema è che della chiusura epica tanto cercata da Stallone - come nel caso di Rocky Balboa - non vi è traccia. Manca un finale degno di tale nome ed è un peccato perché una saga così non può inciampare proprio all’ultimo. Dovrebbe essere vietato per legge. Rambo: Last Blood risulta un film action di serie B, uno di quelli che vedi e ti dimentichi presto. Per fortuna c’è quell’ultima mezzora a salvare il salvabile con quelle scene splatter molto divertenti che in parte ripagano la lunga attesa.

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