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Kilian Jornet: “La montagna è la mia vita, in città mi sento soffocare”

Abbiamo incontrato la stella spagnola  dell'apinismo e con lui abbiamo parlato del documentario "Inside Kilian Jornet" che uscirà su Rakuten Tv il prossimo 13 febbraio

Kilian Jornet: “La montagna è la mia vita, in città mi sento soffocare”

Quando scali una montagna e arrivi in vetta ti metti ad osservare l’orizzonte e vedi tante altre cime da conquistare. Il problema è che non basta una vita per conquistarle tutte e allora ti accorgi che devi scegliere. Ecco, la scelta è l’aspetto più difficile della mia professione”. Kilian Jornet non è un atleta come tanti. È un avventuriero, un pioniere dello sport d’altura. Una leggenda in Spagna e, più in generale, nel mondo dell’alpinismo e dell’ultratrail. Il suo nome è così conosciuto che Rakuten Tv ha deciso di produrre un documentario (“Inside Kilian Jornet”, disponibile nella sezione free della piattaforma in modalità AVOD dal prossimo 13 febbraio) che è anche un dietro le quinte sulle imprese e gli infortuni che hanno segnato la sua straordinaria carriera.

Abbiamo raggiunto il grande atleta al telefono e con lui abbiamo chiacchierato delle grandi sfide che lo attendono e non solo.

Kilian, partirei proprio dalla montagna: cosa rappresenta per la tua vita?

È la mia vita e riempie completamente il mio spirito e il mio fisico. I suoi silenzi, i suoi scorci, i suoi colori rappresentano la mia essenza. Nel documentario si percepisce il mio stato d’animo piuttosto cupo quando sono in città, in mezzo a tanta gente per motivi promozionali. Mi sento a disagio perché io non appartengo ai palazzi o alle strade ma il mio spirito rimane lì, in mezzo ai boschi e nel silenzio dove sono nato e dove amo vivere.

 

Rakuten ti ha voluto raccontare in un documentario molto particolare: non si racconta la tua vita ma un momento preciso della tua carriera segnata da due gravi infortuni, in giro del mondo per motivi commerciali e la nascita di tua figlia...

È bello che un marchio globale come Rakuten abbia deciso di realizzare questo prodotto. L’aspetto più interessante è che grazie a questa piattaforma tanta gente avrà l’opportunità di scoprire il fantastico mondo dell’alpinismo.

 

Tu ripeti spesso che odi perdere tempo inutile nella tua vita ed è per questo che non riesci mai a stare fermo. Hai mai l’impressione di aver comunque sprecato delle ore preziose per fare un’attività che non ti piaceva?

Se ci pensi tutto quello che facciamo è inutile. Il mio sport, le gare, gli allenamenti: è tutta roba non significativa. Per me, invece, è utile chi studia chirurgia e salva delle vite, chi fa l’insegnante e aiuta a crescere i propri alunni, queste sì che sono persone davvero importanti. Tornando alle mie gare, le faccio perché mi fanno stare bene, senza stare a pensare troppo se siano utili o meno.

 

Il rispetto che tutti noi dobbiamo avere per il pianeta è un altro messaggio che viene fuori abbastanza chiaramente dal documentario...

Noi siamo animali e come tali dobbiamo stare a contatto con la natura e con tutti gli esseri che la compongono. Ci crediamo superiori ma non lo siamo e questa errata convinzione sta creando grossi problemi all’unico pianeta che ci ospita.

 

Torniamo al tuo sport e alla gestione degli infortuni, anche gravi, che hai dovuto affrontare in carriera. Qual è il momento più difficile da affrontare?

Quello immediatamente successivo all’incidente perché passi settimane senza poter fare nulla e questa cosa mi uccide l’anima. Poi quando ti rialzi e cominci ad allenarti per tornare al top, finalmente capisci che il peggio è alle spalle.

 

La prima parte del documentario è focalizzata suo tuo tour promozionale in giro per il mondo. Qual è stata la cittá più divertente che hai visitato?

È stato un tour un po’ folle. Ho chiesto di poter racchiudere tutto il viaggio in poche settimane per non allontanarmi troppo dalla montagna. Fra le tante cittá bellissime che ho visto quella che mi ha divertito di più è stata Los Angeles.

 

Tu hai tanti fan in giro per il mondo: ricordi il gesto folle di qualcuno in particolare?

C’è un aneddoto assurdo. Io e mia moglie viviamo in Norvegia in una casa fuori mano difficile da raggiungere e da trovare. Un pomeriggio vedemmo avvicinarsi una thailandese che ci rivelò di aver preso un volo da casa solo per incontrarci e per insegnarci quattro mosse di kung-fu. Lo fece, si prese un caffè con noi e poi se ne tornó a casa. Tra l’altro il e mia moglie stiamo spesso fuori casa e la nostra inattesa ospite ha corso il serio rischio di non trovarci e di fare un lunghissimo viaggio a vuoto.

 

Kilian, raccontami i tanti aspetti del tuo sport che hai dovuto modificare una volta nata tua figlia, a cominciare dalla gestione del rischio che è parte naturale delle tue gare.

Lo sport che svolgiamo io e la mia compagna è molto egocentrico. Con la nascita di mia figlia sono cambiate le priorità e i punti di vista. Ora uno gareggia e l’altro resta a casa con la piccola. Ma per fortuna non facciamo un lavoro di ufficio e quindi abbiamo tanto tempo per stare tutti insieme. Per quanto riguarda il mio rapporto con il rischio, posso dirti che in macchina ora vado molto più piano e viaggio anche meno per inquinare poco il pianeta. Se tutti facessero la mia stessa scelta molti dei problemi così attuali sarebbero risolti.

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