Il Diavolo Veste Prada 2 e il Mondiale 2006: una generazione in crisi

Il Diavolo Veste Prada 2 e il Mondiale 2006: una generazione in crisi

Dopo vent'anni, esce oggi nei cinema italiani il sequel del film di successo con Meryl Streep e Anne Hathaway: una storia che aveva contribuito a plasmare l'immaginario collettivo dei primi anni 2000 a tre mesi dalla vittoria dell'Italia in Germania. Ecco cosa ne è rimasto oggi
Giulia Mazzi

Il maglione ceruleo, le Emily, il "no foam skimmed latte" con un extra shot di caffè, il ciuffo bianco impeccabile e l’oliva per pranzo. Quando uscì nei cinema nell’autunno del 2006, Il Diavolo Veste Prada diventò subito un fenomeno di costume. L’it film, che non puoi non aver visto. Un po’ come la finale del Mondiale di calcio in Germania di tre mesi prima: Zidane colpisce Materazzi con una testata all’addome, l’Italia vince il suo quarto titolo ai rigori contro la Francia. La domanda, da lì agli anni a venire sarà sempre la stessa: “Cosa facevi il 9 luglio?”. Perché se hai dai 5 ai 99 e più anni non puoi non aver visto la finale.

L’Italia del 2006 è trainata dal governo di centrosinistra a guida Prodi (II), subentrato in primavera a Berlusconi (III). In quell’Italia dai nuovissimi Motorola Razr si mandano messaggi agli amici (pochi, che costano: meglio uno squillo!) e si cantano Ligabue e i White Stripes, storpiati a dovere in un coro diventato icona e leggenda tra l’eco di uno stadio e l’altro. La crisi economica del 2008 era ancora lontana, inimmaginabile, impronosticabile. L’Italia era un paese diviso, così come è sempre stato, ma che ancora si sentiva al centro del mondo. Quando sugli schermi cinematografici arriva Il Diavolo Veste Prada - è ottobre - gli italiani e le italiane, benedetta la sospensione di incredulità, si rivedono in quella dolce Andy spettinata, la protagonista del film dagli occhi grandi e i sogni enormi. Una piccola Bambi contemporanea gettata nella giungla urbana e data in pasto ai lupi che, come dice il celebre meme tanto in voga tra boomers e gen X, ne esce capobranco. Alle sue regole.


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Attenzione: contiene (piccoli) spoiler

Stacco. Schermo nero. Sono passati vent’anni e l’incipit non mostra più modelle “zoebot” ma corpi body positive (a schermo) e inclusione linguistica (via audio). E Andy? Che ne è rimasto dei sogni che la bolla speculativa non ha fatto implodere? Andy è invecchiata ma non è cresciuta. Andy in Italia si direbbe che è giovane, per il lavoro che fa, ha la sua integrità, ha la qualità dei suoi pezzi, ha la passione ancora non scalfita e anche una discreta fortuna in fatto di accaparrarsi interviste impossibili. Niente famiglia, niente fidanzato, nessun minimo accenno di disillusione e consapevolezza storica. Andy prova a prendere il controllo della situazione ma si trova ad averci capito poco e niente. La collaborazione con la vecchia guardia diventa fondamentale per risolvere la situazione e alla fine il deus ex machina, che nell’ombra tesseva paziente la tela, si rivela per quello che è: lo status quo.

Il Diavolo Veste Prada 2 non parla di scontro generazionale tra Andy e la sua iconica direttrice Miranda. Ma forse dovrebbe. Perché il diavolo è nei dettagli e quando tutto sembra andare per il peggio, Miranda sembra sottrarsi. Il ciuffo bianco impeccabile ha fatto il suo tempo e questo non lo è più. Giusto, perfetto, bravi. Ma non è nemmeno quello di Andy, a ben vedere. Andy è appassionata, certo, ma c’è una linea sottile tra coraggio e ingenuità. E la protagonista di questo sequel, che già avrebbe dovuto imparare la lezione nel capitolo numero uno, non è più una bambina. Andy corre da una parte all’altra come una trottola impazzita, non riflette, come ogni buona americana da film che si rispetti non ha filtri, agisce di pancia e d’impulso in situazioni che necessitano ben altri tipi di pensiero strategico. Andy è “oh, la mia bambina”, detto con tutto l’affetto e la condiscenza di questo mondo, che anche nel finale del secondo lungometraggio, dopo 4 ore di storie sullo schermo e vent’anni di vita, ancora non ha capito che le cose semplicemente non capitano dal cielo. E ha ancora bisogno che qualcuno con un po’ più di lucidità la indottrini, come sempre. Andy ha 45 anni o giù di lì e fa discorsi che potevano essere accettabili sul palco della scuola superiore durante un’occupazione. Andy, alla fine, come sempre, viene salvata.

E allora, a chi appartiene questo tempo? Il film una risposta non ce l’ha, o almeno, quella che suggerisce è quella facile. È il tempo del frammento, dell’occasione, dell’episodio. Soprattutto è il tempo dell’individuale, l’unico possibile, laddove una coscienza critica e collettiva resta irrimediabilmente annichilita di fronte ai discorsi tanto appassionati quanto posticci sull’importanza del giornalismo che diventano contenuti “progettati per essere scrollati da qualcuno mentre fa pipì”, come dice con sprezzante tristezza il Nigel di Stanley Tucci in una scena del sequel.

La crisi che l’Italia vive nel calcio è quella che il mondo sta attraversando in ogni ambito del vivere comune. Vuoti di potere lasciati incustoditi, impossibili da colmare con una ricetta semplice. Nuove generazioni che faticano ad affermarsi - e a qualificarsi al Mondiale - schiacciate da un paragone storico troppo ingombrante e impossibile da replicare, perché chiuso nella memoria del passato che, si sa, tutto purifica e beatifica. Quello che Il Diavolo Veste Prada 2 sembra suggerire su di noi e la nostra epoca è che non siamo più nani arrampicati sulle spalle di giganti ma mantelli griffati avvolti sulle spalle di quei nani. Buoni per fare caldo per una sera o due.

Il Diavolo Veste Prada 2 targato 20th Century Studios esce oggi nel cinema italiani: è prodotto da Wendy Finerman, con Michael Bederman, Karen Rosenfelt e Aline Brosh McKenna come executive producer. Nel cast tornano a interpretare i loro ruoli originali Meryl Streep (Miranda), Anne Hathaway (Andy), Emily Blunt (Emily) e Stanley Tucci (Nigel). Tra le new entry, Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux e Lucy Liu. Cameo speciale per Lady Gaga, che ha firmato la colonna sonora originale "Runway".


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Il maglione ceruleo, le Emily, il "no foam skimmed latte" con un extra shot di caffè, il ciuffo bianco impeccabile e l’oliva per pranzo. Quando uscì nei cinema nell’autunno del 2006, Il Diavolo Veste Prada diventò subito un fenomeno di costume. L’it film, che non puoi non aver visto. Un po’ come la finale del Mondiale di calcio in Germania di tre mesi prima: Zidane colpisce Materazzi con una testata all’addome, l’Italia vince il suo quarto titolo ai rigori contro la Francia. La domanda, da lì agli anni a venire sarà sempre la stessa: “Cosa facevi il 9 luglio?”. Perché se hai dai 5 ai 99 e più anni non puoi non aver visto la finale.

L’Italia del 2006 è trainata dal governo di centrosinistra a guida Prodi (II), subentrato in primavera a Berlusconi (III). In quell’Italia dai nuovissimi Motorola Razr si mandano messaggi agli amici (pochi, che costano: meglio uno squillo!) e si cantano Ligabue e i White Stripes, storpiati a dovere in un coro diventato icona e leggenda tra l’eco di uno stadio e l’altro. La crisi economica del 2008 era ancora lontana, inimmaginabile, impronosticabile. L’Italia era un paese diviso, così come è sempre stato, ma che ancora si sentiva al centro del mondo. Quando sugli schermi cinematografici arriva Il Diavolo Veste Prada - è ottobre - gli italiani e le italiane, benedetta la sospensione di incredulità, si rivedono in quella dolce Andy spettinata, la protagonista del film dagli occhi grandi e i sogni enormi. Una piccola Bambi contemporanea gettata nella giungla urbana e data in pasto ai lupi che, come dice il celebre meme tanto in voga tra boomers e gen X, ne esce capobranco. Alle sue regole.


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