La Germania mi fa un baffo

I momenti e gli eroi del passato riletti al presente. Nelle emozioni la carica per resistere e ripartire
Italo Cucci

«Ci vediamo da Nonno Rossi» che vuol dire, oggi 11 luglio 1982, «prendiamo un caffè e partiamo». Per Madrid. Nonno Rossi è praticamente l’aeroporto di Bologna, di qui ho preso l’aereo, il vecchio Caravelle dell’Itavia ogni volta che giocava l’Italia. Stamattina no, ci aspetta un Cessna 152 tutto per noi. Non è un lusso, anche se per il Guerino è un’occasione straordinaria.

Ecco il caffè, siamo Adalberto Bortolotti, io e il mitico Zucchi con il carrillo delle macchine fotografiche. Noi neanche lo spazzolino, tipo Pippo. Andiamo a vedere cosa fa l’Italia e torniamo. Il barista fa il fenomeno e mi saluta «direttore, torna vincitore». E il toreador rispose con una toccata. Stretti stretti ma gasatissimi diamo prima la carica al comandante, un milanese che rimpiange Beccalossi anche se senza di lui siamo arrivati in finale con la Germania. Inevitabile ricordare il 4 a 3 di Mexico 70. Guido se la vede brutta, Adalberto, saggio come sempre, moderatamente fiducioso. Ho già detto mille volte che vinceremo, non posso cambiare idea. Poi ci credo davvero, ho così scarsa fiducia nelle cassandre sportive, ormai da Argentina 78 contro Bearzot e gli azzurri, e ho vissuto come in grazia d’Iddio le vittorie su Argentina e Brasile che la Germania mi fa un baffo.

Stanotte, insonne, ho ripensato a quella sera da Biscardi, il giorno dopo sarei partito per Barcellona per andare a raccontare Italia-Argentina, dico la mia - «vince l’Italia» - e mi becco la solita tempesta d‘ironia stupida che mi dedicano da mesi e anche quella sera; due politici, un democristiano e un comunista, storico compromesso fra coglioni, dallo studio di Roma ridacchiano e mi danno del fascista. Mi tutela in studio Marino Bartoletti, lo ritrovo oggi a Madrid, l’ho preso nella famiglia del Guerino. La mattina dopo, a Linate al check-in, all’improvviso sono circondato da una folla, mi applaudono, gridano Forza Italia, parto felice.

Con gli altri faccio solo un accenno ai criticonzi (neologismo consegnato in un’intervista all’Espresso, e l’autore mi ha sfottuto, bontà sua: «è l’unico che crede nella vittoria dell’Italia») e Guido aggiunge sintetico «gli stronzi ci stanno ripensando, vedrai che se vinciamo hanno vinto anche loro, Biscardi ha già detto che siamo in finale perché loro li hanno fustigati...». Il Cessna ha un respiro continuo, vibra come una culla. M’adduormo... Mi sveglia il comandante che negli ultimi minuti ha parlato con la torre di controllo dell’aeroporto di Madrid:
«Direttore, dicono di tornare indietro... ».
«Sono matti?»
«Dicono che a Barajas non c’è piú posto...».
«Noi eravamo in regola?»
«Sì, ma sente come gridano? Dobbiamo fare marcia indietro»
«Neanche per sogno. Cosa possono fare, abbatterci?»
«Qualche rischio c’è... Questo grida, cosa gli dico?».
«Niente, gridi anche lei, dica che non sente... non sente... poi spenga... la radio s’è guastata».

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Già, la radio s’è guastata. Cosa possono fare, arrestarci? Un quarto d’ora e ci siamo. Barajas è pieno. Gli aerei sono letteralmente accatastati. Il comandante è un fenomeno: è atterrato infilandosi in un paio di corridoi al limite, due vicoli, poi muovendosi come un taxi all’ora di punta ha parcheggiato in seconda fila. Sotto l’ala di un Jumbo.

È ancora in piena luce, il Santiago Bernabeu, quando ci accoglie. In tribuna stampa ci guardano curiosi, a me con fastidio, sono in rotta con il mondo. Il mio posto è perfetto: sono in mezzo a due che hanno idee diverse. Quello di sinistra, uno che di solito scrive di atletica, parla al telefono ad alta voce proprio per farsi sentire: «C’è ancora da aspettare più d’un’ora poi ci vediamo questi stronz... sí, sono sicuro... la Germania non perdona...». Neanche mi saluta.

Quello di destra è un giovane che ho tirato su io, non è un cuordileone ma so che stasera vuole veder vincere l’Italia. Poi ci siamo, la partita. Credevo di andare in panico e invece sono serenissimo. So che vinceremo. Quei ragazzi hanno rivelato una volta di più come son fatti gli italiani, si truccano da volpi, diventano leoni. Guardo la partita senza far nulla: non prendo appunti, il telefono non l’ho neanche chiesto, scambio poche parole col ragazzo, non m’inquieto quando Cabrini prende un rigore da Briegel e lo sbaglia, ho visto Bearzot impassibile, anzi ha guardato Antonio come un padre, il fesso alla mia sinistra ride ma passa così il primo tempo, senza danni, giusto per far capire che se non si temono italiani e tedeschi si rispettano, ma vedo Conti e Tardelli accorati e geometrici insieme, li controllo perché so che Bruno stanotte ha chiesto il solito aiuto a papà Bearzot, mentre Marco mi dicono che all’insonnia solita da coyote ha sostituito tranquillità. Sarà vero? Chissà cos’ha in petto.

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C’è una folla immensa che parteggia più per noi che per loro. Con le vittorie su Maradona e Zico siamo diventati favoriti e simpatici. Si riprende, vedo subito che Rossi è più vivo. Merito di Enzo, sicuro. E al 57’ segna. Smoccolerei, mi trattengo. Il mio “sinistro” è livido. Quando Tardelli fa 2 a 0 e quell’urlo, se ne va; io non grido, ho voglia di piangere. Mi chiedo: e adesso cosa farò? Vendette? Macché, se vinco questa che è la partita della mia vita devo andare a ringraziare i critici sì, uno a uno, dai più famosi agli scribacchini. Vendette? «Vedrai - dico al ragazzo alla mia destra - non farà vendette neanche Enzo, è uno troppo buono, un onesto, magari gli dispiace anche che tanti abbiano fatto una figura di merda...».

Intanto il Bernabeu è diventato un catino in bollore, mi giro verso la tribuna d’onore, vedo Pertini che si agita vicino a Juan Carlos, il presidente è un sincero paraculo, ha capito che c’era da vincere dal giorno che ha richiamato Spadolini e ha cominciato a crederci più di quella volta che ha detto ai criticonzi «lasciate in pace Bearzot, è un onesto». Diomio, si è mai sentito dire di uno “è onesto”?

Mi sto sciogliendo. Ora penso solo a partire, tremo all’idea di non riuscire, in quel casino, a riprendere la Range Rover che ci ha preso a Barajas con Stefano Germano che fa da tempo il gran signore a Madrid. All’81’ segna Altobelli, è da un po’ che la partita manco la vedo, la sento dentro perciò, so che deve raccontarla Adalberto, io sono in tribuna stampa ma che ci faccio, penso già alla copertina, alla rotativa... La copertina? Cerco Zucchi e lo trovo perché sappiamo dove è, come trovarci, gli faccio segno di salire in tribuna d’onore, certo che lo fanno passare, cazzo, è Zucchi...

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Poi è il casino. Scappo mentre Zoff alza la coppa, Zucchi fa due scatti e via. Per fortuna la gente è tutta lí e vuole condividere la festa. Anche la rabbia di Gentile che sfancula un famoso giornalista. Arriviamo al parcheggio, prendiamo la macchina... oddio al cancello c’è una massa di tifosi italiani che ci fanno muro. Sulla fiancata della Range Rover c’è un bel cartello verde, grande, con la testata del Guerin Sportivo, chiediamo di poter passare, niente, finché sento un napoletano gridare «facitelo passa’ è o’ direttore», e la marea umana si apre, avete presente il Mar Rosso di De Mille? Non basta: davanti alla nostra macchina c’è una Mercedes superlusso e un uomo che riconosco, Teofilo Sanson, il patron dell’Udinese, quello dei gelati. «Seguitemi, a Barajas vi ci porto io, ho con me uno sgherro che apre porte e cancelli». E via. Una fuga. Adalberto si rannicchia da una parte, Zucchi si agita, «capo, ce l’ho», «hai cosa?», «Dino con la Coppa». Crollo. L’aereo è pronto, un nanetto fra giganti si alza in volo. Adesso piango...

Mezzanotte al Guerino, nella tentacolare San Lazzaro. Guido corre a sviluppare. Comparone decide la tiratura, «Diretour, piò ‘d’trecentomila». E finalmente quel Dino luminoso, bello, trionfante, il nostro santo patrono. Marco Bugamelli, il grafico, proietta, ritocca, chiama i tecnici. È fatta. No. «Direttore, il suo pezzo...». È notte piena. Scrivo.

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