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Il Graal di Schumi

Michael non ha più tempo per pensare a niente, perché davanti c’è l’arrivo e lui ci sta passando sopra: Hakkinen è ancora lì, non vicino e neppure scomparso, gelido, incapace di rallentare davvero, rassegnato ma non sottomesso Sono il rosso e il grigio

Il Graal di Schumi

Perché c’è l’intero male del mondo tra lui e il Santo Graal, anche se poi bene e male sono facce della stessa moneta e dipende tutto dalla faccia che resta scoperta. Il Santo Graal, chi è che l’ha chiamato così il titolo mondiale di Formula 1 con la Ferrari? Tendo a non ricordare chi ha detto quello che non ho detto io, pensa Michael Schumacher mentre aspetta il via e guarda meccanici, tromboni, artisti dei suoi stivali e semplici conoscenti levarsi di torno e sgombrargli l’orizzonte del rettilineo, ma dev’essere stato Irvine, un giorno che pensava di essersi liberato di me. Cinquantatré giri ci aspettano, una giostra sanguigna sotto una ruota panoramica costruita per reggere ai terremoti, e tra il cavaliere rosso e il Graal ancora una partenza, un arrivo, l’asfalto di Suzuka che questi accidenti di giapponesi ristendono ogni anno come se la pista non fosse un lupo sbavante ma un gattino da accarezzare, e così adesso che viene a piovere non riesci a distinguere l’asciutto dalle pozzanghere sul nero paraffi nato della superfi cie impeccabile.
Ci sono le ombre che salgono e la Bar di Zonta che sta pensando ai casi suoi mentre quasi va addosso alla Ferrari con dolce lentezza e la Benetton di Wurz che le galleggia davanti nel momento decisivo, quello del secondo rifornimento, quando si deve capire se i calcoli che Ross Brawn ha macinato dietro la sua fronte da brontosauro sono giusti, se Schumacher è stato in grado di tenere il ritmo che serviva non solo dopo che è cominciato a piovigginare - quello è un gioco da pupi per uno che galoppa sull’acqua come lui - ma anche prima, se i ragazzi dei box non si sono lasciati scivolare un istante di troppo tra le dita. E se Mika Hakkinen, il cavaliere grigio che ha infi lzato la Ferrari in pole al via ed è rimasto lì, un secondo, otto decimi in vantaggio, la distanza che passa tra uno sguardo e un colpo di lancia al cuore, l’avrà vinta anche in questo torneo. Pure se questo non è un torneo, è una battaglia per l’eternità, e sono cinque anni che Schumacher, la Ferrari, l’Italia, diciamo pure il mondo, aspettano che sia il momento. La Ferrari l’aspetta da ventuno anni, in verità, dalla vittoria di Jody Scheckter, ma è per questo che è dovuta andare a cercare l’uomo del destino, il prescelto, il Kaiser, l’apprendista meccanico di provincia che la Mercedes ha scollato da un’adolescenza piatta e adesso il suo motore ha un bello spingere la McLaren di Hakkinen: Schumacher sta per strappargli il Graal. Pochissime buone azioni restano impunite.
E’ così che sta andando, come fosse un gomitolo nel tempo, tutto avvolto nello stesso istante perché di tempo ne è passato fin troppo e Schumacher sta diventando ventuno anni dopo l’erede di Scheckter, qualche volta bisogna accontentarsi, ma anche di Ayrton Senna e anche di sé stesso, perché nessun altro tedesco era mai diventato campione del mondo, a parte lui nel 1994 e nel 1995 con la Benetton. A questo pensa mentre sta lì dentro a frullarsi nella sua scatola di resina rossa, e sta succedendo davvero, dopo cinque anni di sangue, sudore, lacrime, lavoro matto e disperatissimo, sorpassi all’esterno di Jacques Villeneuve in faccia, diatribe regolamentari, rivoluzione dell’aerodinamica da parte di Adrian “Spennacchiotto” Newey prima sulla Williams e poi, sublimazione dell’efficienza estetica, sulla McLaren. E loro per venirne a capo se ne sono inventate di diavolerie alla Ferrari, dai fondi macchina flessibili agli alettoni cotti al vapore dagli scarichi, ma alla fine a Rory Byrne è venuta fuori la macchina quasi perfetta, quasi perché Hakkinen è ancora lì davanti, a un colpo di lancia. Non ci resterà a lungo: è vero che lui è bravo e ogni volta che Schumacher si avvicina e pensa di averlo preso strizza qualcos’altro dalla monoposto e ha sempre quell’aria a metà tra il sopravvissuto a un coma e l’artista di un circo acrobatico - del resto è stato entrambe le cose - però l’altro è il cavaliere rosso e ha un destino e una missione.
Schumacher deve vincere, altrimenti l’ultima gara in Malesia diventa un caos e lì avranno altri progetti, cioè prendersi anche il Mondiale costruttori. Comunque il piano del Brontosauro è perfetto: rimani ai box appena un po’ più a lungo di Hakkinen, il tempo necessario a infi lare nove chili ulteriori di benzina nel serbatoio, con quei chili quando lui torna a fermarsi tu fai altri tre giri che a questo passo sono proprio quelli che ti servono per andargli davanti. Non può fallire, a meno che non vada storta una delle milleduecentododici cose che possono andare storte. Ed è qui che si misura la nobiltà dei cavalieri, il rosso e il grigio. Perché il grigio non sbaglia niente, non è nella sua natura, e il rosso neppure, ma quello del rosso è uno sbagliare niente appena migliore, mezzo tono sopra il rigo, quell’impalpabile qualcosa che diventa creazione.
Così ora c’è Michael Schumacher davanti per un colpo di lancia, e quando taglierà il traguardo diventeranno quasi due. L’acrobata è così, non spreca energie per rimettere insieme l’irreparabile. All’arrivo guarderà il vincitore sbattendo le palpebre con la pesantezza di sipari che si sollevano e si congratulerà. Adesso siamo tre titoli mondiali per Schumacher e due per Hakkinen e chissà perché gira la sensazione che per il fi nlandese questo sia l’inizio di un lungo addio e per il tedesco di un’altra ricca storia. Schumacher ha i suoi sensi, il sesto e il settimo, si fi da di loro e sente la Ferrari che trilla e sfavilla negli ultimi giri. Sa che non lo tradirà. E’ più preoccupato delle pozzanghere che si mimetizzano sull’asfalto nero: l’acqua è infi da e può tradire anche un delfi no come lui. Dovrebbe fissare ogni spigolo, ogni zanna avida di questa pista che è un lupo e non un cucciolo, ma ha il cervello che balla e immagina gli italiani - e i tedeschi, perché no - che si sono svegliati ad alba ancora immatura per guardarlo. E adesso stanno con gli occhi sbarrati perché non sentono quello che sente lui, il trillo limpido della macchina.
E pensa al cancelliere Gerhard Schröder che invierà il primo messaggio di congratulazioni sul cellulare, non appena sarà stata varcata la frontiera del traguardo, pensa a Jean Todt che ha ricostruito questa squadra in declino partendo dalle pietre angolari e al quale andrà subito a poggiare la fronte sulla spalla, anche se per farlo dovrà piegarsi di brutto per la diff erenza di statura. E pensa alla moglie Corinna che lo osserverà fare il giro degli uomini della squadra prima di abbracciarlo, a Luca di Montezemolo che ha fatto voto di spezzare la serie nera degli insuccessi e, guarda un po’, c’è riuscito. Al Brontosauro che ha smesso di fare calcoli e ogni volta che Schumacher transita davanti ai box dà l’impressione che stia pregando, pure se non è da lui.
E poi non ha più tempo per pensare a niente, perché davanti c’è l’arrivo e lui ci sta passando sopra e non è un momento troppo presto perché Hakkinen è ancora lì, non vicino e neppure scomparso, gelido, incapace di rallentare davvero, rassegnato ma non sottomesso. Il rosso e il grigio, dimentichi di tutti gli altri, o forse sono gli altri che si sono dimenticati di quei due non appena si è cominciato a fare sul serio, dieci giri forse meno e tutti dissolti, giusto per mettersi di mezzo, doppiati e ridoppiati, nei momenti meno indicati. Va bene, le storie come questa sono troppo piccole per tutta quella gente, non c’è che un eroe e un avversario e chi sia l’uno e chi l’altro si capisce solo quando la moneta è caduta. Schumacher sa che a sera si ubriacherà, lo fa solo in questi casi quando tutto è finito e la mattina dopo non ci sarà una sveglia a urlargli nelle orecchie. Ma forse è già un po’ ubriaco, la tensione combina questi scherzi, e si spinge fi no a smozzicare qualche parola in italiano. «Sono felicissimo. E’ stato diffi cilissimo. Per la squadra, per i tifosi, voglio solo dire grazie, grazie, grazie». Poi basta, figuriamoci, ha due vicini di casa che hanno provato a insegnargli il francese e una volta che ha imparato bonjour si era già stufato. Lo dice in inglese, però lo dice: «Non credo che questo Mondiale possa essere paragonato a uno degli altri due che ho vinto. Forse al primo, quello del ‘94, che è stato altrettanto diffi cile. Ma, siamo onesti, la Benetton non ha la stessa storia della Ferrari. Quello è stato un bel titolo mondiale, questo qualcosa di magico». E’ il Graal dell’automobilismo, ma non lo chiama così perché dopo aver ringraziato, atto dovuto, il compagno Rubens Barrichello non ha voglia di onorare troppo l’ex compagno Irvine, non dopo che l’irlandese era stato lì lì nel 1999 per trovare il Graal prima di lui, che stava sulla panchina del giardino a pontifi care con una gamba rotta. E in seguito è andato anche in giro a dire che Schumacher gli sta antipatico. Ne riparleranno, forse. Un altro giorno. Questo sta già finendo ed è ora di brindare.

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