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Panta Re

E i minuti diventano quattro, cinque, sei, sette, otto. Sono nove, quando Marco chiude gli occhi sul viale d’arrivo a Les Deux Alpes e allarga le braccia con i guantini neri a prendersi tutto, la tappa, la storia, probabilmente il Tour perché Ullrich arriverà a 8’57”, roba mai vista

Panta Re

Piove da ore, piove e fa freddo sulle Alpi Occidentali. L’acqua corre sulle tese del cappello del signore antico, immobile sotto il palco, e precipita a terra, l’asfalto rugoso è tutta una pozzanghera ormai. Alto, magro, spigoloso, il portamento nobile, aspetta con pazienza. In verità aspetta da trentatré anni, ormai. «Disgraziato... » borbotta.

Centoottantanove chilometri prima, Grenoble, villaggio olimpico nato trent’anni prima per le imprese di Killy, sono le dieci di lunedì 27 luglio. Sono schierati uno di fianco all’altro, a beneficio dei fotografi , sulla linea di partenza della 15ª tappa, 189 chilometri fi no a Les Deux Alpes: Zabel, maglia verde, collezionista di Milano-Sanremo; Jan Ullrich, le maillot jaune, lo sguardo fisso sul manubrio, sul computerino, sui guanti; Marco Pantani, le mani intrecciate, in raccoglimento, non sente più nulla, il frastuono attorno, la gente che urla, la voce di Daniel Mangéas, lo speaker che riempie ogni istante del villaggio di partenza e d’arrivo.

Lo spettacolo va avanti, deve, anche se le nubi sono diventate nerissime, da quando alla vigilia del Grand Depart di Dublino un’ammiraglia della squadra francese Festina è stata fermata alla frontiera tra Belgio e Francia zeppa di ogni diavoleria dopante. E da allora ogni giorno da due settimane le corse sono due, quella del Tour de France che vuole disperatamente arrivare a Parigi, quella della Gendarmerie che è ovunque, perquisisce, interroga, porta via corridori, squadre, valigie, credibilità, carriere.

Beppe Martinelli detto Martino da giorni si sforza di tener lontani nubi e pensieri dalla testa del suo uomo, quarto in classifica a 3’01”. Ma lo hanno visto tutti come sta, Marco, cinque giorni prima al Plateau de Beille, sui Pirenei, quando con due scatti lo ha schiantato, il tedesco, rubandogli cento secondi in poche rampe. «Ci preoccuperemo di Pantani quando sarà tre minuti davanti, non tre minuti dietro» è il mantra dal clan della Deutsche Telekom, la squadra di Ullrich. Pantani, lui, da quel brullo altopiano pirenaico ha chiamato il padre, Paolo: «Ma dove sei? Ancora a Cesenatico? Beh, che aspetti, vieni...».

Dai che non piove, gli ha detto Martino anche la sera prima, alla faccia delle rigorose previsioni che annunciano tregenda sulle Alpi Occidentali, sulla loro strada, sui loro progetti. «Noi la maglia gialla? No, no, così l’anno prossimo ci tocca venire a difenderla... » ha ridacchiato negli ultimi giorni il direttore sportivo bresciano, che appena due mesi fa ha guidato Marco e la Mercatone alla conquista del Giro, e si sa che Giro più Tour non riesce quasi mai lo stesso anno, solo ai grandissimi, Coppi, Merckx quelli lì, roba da altri tempi.

Tra di loro, però, gli ultimi giorni sono stati quelli giusti per fare due più due, e buttar giù un’ipotesi di tattica. Beh, tattica: si sa che con Marco l’unica tattica è il suo istinto, ma almeno bisogna creargli il terreno propizio. «Non so se attaccherò, andrò a sensazioni» ha detto Pantani poche ore prima, all’arrivo di Grenoble. La prima tappa alpina propone il Col de la Croix de Fer, il Telegraph, soprattutto il Galibier, il tetto del Tour con i suoi 2645 metri, 18,3 km di salita al 6,8% medio. Martinelli ha spiegato, quasi sovrappensiero: «Ci sono corridori che vorranno la tappa e si muoveranno sulla Croix de Fer. Ma se Marco attacca, magari sul Galibier, non posso pensare che Julich, che è secondo, gli possa andar dietro. E dalla vetta del Galibier all’arrivo ci sono ancora 42,5 km, di cui 34 di discesa. Lì non può rimanere da solo, so no diventa tutto inutile». Un aiuto da altri, Martino? «Mah, non posso contarci più di tanto». Soprattutto se sono come Laurent Jalabert, che ha appena commentato: «Se scatta Pantani, io mi volto dall’altra parte», come dire non chiedete a me di tenergli la ruota.

Ma piove domani? ce lo chiediamo tutti. «Sì, piovono pezzo di tedesco» è la battuta di Angelo, giornalista reggiano, dice quello che pensiamo in tanti, che si amplifi ca e dà coraggio, per fortuna che c’è Pantani che scalda l’attesa, e poi scopri che attorno è pieno di italiani arrivati per le salite, perché quando la strada s’impenna e c’è Marco in gruppo, qualcosa ci scappa sempre. Paolo, il padre, alla fine è qui, con il fratello Dino, con la roulotte e il carico di piadina e grana, ed è arrivato Vittorio Savini, il suo primo ds, e Andrea, l’amico di sempre che correva con lui da ragazzo: ora ha smesso e studia, «perché a forza di allenarsi con un campione, ti viene la psicosi». Vittorio, che fa il tecnico da sempre, dà appunto il suo parere: «Gli diamo una bella sverniciata, al tedesco».

E’ in gruppo anche Fabrizio Borra, il fisioterapista di fiducia, che lo prese in carico quando Marco si sfasciò una gamba contro un’auto alla Milano-Torino nel 1995 e lo ha rimesso dritto, ma ogni tanto lo deve raggiungere per un pit stop. «Vieni su che mi servi» lo ha chiamato il Panta, dopo i Pirenei, il bacino si era spostato e c’era bisogno che Fabrizio lo rimettesse in asse.

Come al solito, Marco arriva sulla linea di partenza tra gli ultimi, annunciato da un boato e dalla folla che gli ondeggia compatta attorno. Lo scorta Fausto Pezzi, il figlio di Luciano, l’uomo che corse con Coppi, che vinse al Tour del 1955, che soprattutto ha creduto in lui quando era tutto rotto, crendogli attorno la MercatoneUno. E che prima di lasciarlo nel dolore, un mese fa, si è fatto promettere che oltre quel Giro stravinto ci sarebbe stato qualcos’altro. Martinelli ha sistemato tutto: in cima al Galibier ha spedito Orlando Maini, con l’altra ammiraglia, deve aspettare Marco e dargli la mantellina prima della discesa.

Face Nord, versante Nord, il peggiore: il Galibier dal nome dolce fa paura da cinquant’anni, da quando vennero Coppi e Bartali a domarlo, la strada è larga ma il vento gelido e la pioggia hanno creato una cortina d’acqua e nebbia che sfuma i contorni. Jan Ullrich ha la bocca semiaperta e la pedalata incatramata, attorno gli saltellano Pantani e Julich, altri coraggiosi sono volati via da tempo e sono avanti, dispersi nella bufera. Sei alla vetta quando Ullrich prova uno scatto, o meglio un allungo, a dimostrare più a se stesso che agli altri che lui è vivo. Marco gli torna sotto facile, alle spalle la disavventura sul Croix de Fer quando radio corsa ha gracchiato “chute de Pantani” e Martino con il meccanico Luigi Veneziano in auto avevano avuto un semi-infarto: invece non era stata una caduta, appena un salto di catena, ma sai com’è, di cadute ne abbiamo viste abbastanza con l’omino di Cesenatico.

Cinque chilometri alla cima del Galibier quando Ullrich pensa che ormai è fatta, altri dieci minuti e comincia la discesa, quando Julich prova uno scatto sterile che non scalda nemmeno lo speaker, quando Martino e tutti sanno invece che ci siamo. Tre ore dopo dirà, Pantani: «Ho sentito qualcosa che mi diceva: tocca a te». E quando tocca a lui, è il Tour che salta per aria: Ullrich vede appena una sagoma che lo passa a destra, verso il dirupo, un solo fotografo riuscirà a fi ssare l’istante, Marco mani basse, in piedi sui pedali, un ghigno sul volto, e subito il vuoto alle sue spalle. Non lo vedrà più, Ullrich, fino alla sera in Tv, fino alla mattina dopo.

Marco è via, a scrivere la storia, a raggiungere e staccare i fuggitivi della mattina, dopo un chilometro sono già 22 secondi, in vetta al Galibier sono due minuti e cinquanta, e poco importa se con Maini non si capiscono e il pit stop-mantellina gli fa perdere qualche attimo. Ma i distacchi, come dicono nel suo clan, con Marco si misurano con il campanile, e allora poco importa se in discesa Ullrich recupera fino a un minuto, perchè è scritto che non c’è, non ci sarà, più partita. Quando arriva a valle, Marco trova altri ragazzi infreddolidi, Serrano, Rinero, Escartin, Massi da Corinaldo, contenti di scortarlo fi no alla base della salita di Les Deux Alpes, mentre Ullrich senza mantella ha finito l’ultimo goccio di energia e sta per crollare definitivamente.

Quando la strada ricomincia a salire, il tedesco ha perso ancora ciò che aveva guadagnato in discesa, è impallato e nervoso, si carica di borracce e di tensioni che dall’ammiraglia non possono sciogliere. Martino tira giù il finestrino e urla a Marco: “Vai che hai 2’47””, ci siamo davvero, e pochi istanti dopo radio corsa risuona puntuale: “Pantanì maillot jaune virtuel”. E allora Les Deux Alpes che dovrebbe essere una salita, è salita per tutti gli altri ma non per lui, è una volata infinita verso il trionfo, Marco lascia per strada tutti, non c’è tempo per nessuno, non c’è spazio per Ullrich che una caduta finisce di tramortire. Jan si rialza, sa da solo in fondo ai suoi pensieri ghiacciati che è finita perché da qualche parte, più avanti, terribilmente più avanti, c’è quell’omino che continua a scattare, a rilanciare, tra la gente accampata dal giorno prima che urla felice, sull’asfalto con il suo nome dalle P lunghe scritto con la vernice bianca dagli amici venuti dalla Romagna. E i minuti diventano quattro, cinque, sei, sette, otto, sono nove, quando Marco chiude gli occhi sul viale d’arrivo a Les Deux Alpes e allarga le braccia con i guantini neri a prendersi tutto, la tappa, la storia, probabilmente il Tour perché Ullrich arriverà a 8’57”, roba mai vista. Quando sale sul podio, tra le scintillanti miss e Bernard Hinault che lo premia con una pulitissima maglia gialla, c’è Martinelli che fi nalmente può piangere, e il telefono dal Corriere che squilla ed è Sergio Rizzo detto il mister: “Piè, mettetevi l’anima in pace tu e Alessandra, da ora alla fine sono almeno quattro pagine al giorno”.

Sotto il palco c’è sempre quel signore immobile, zuppo d’acqua, a cui sfugge un sorriso: «Disgraziato, mi hai tolto il record». Sa per primo, Felice Gimondi, che se tutto va come deve, domenica a Parigi toccherà a lui premiarlo, felice - ovviamente - di non essere più l’ultimo italiano ad aver vinto il Tour.

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