Il gladiatore

Quattro punti di vantaggio per il giudice italiano Martinelli. Il coreano Soon-Choul Park vede addirittura cinque lunghezze avanti il connazionale. Una bestemmia sportiva, Sandro il match l’ha vinto chiaramente. È Harold Valan a rimettere le cose nel giusto ordine Il titolo mondiale, lasciato in Corea da Nino Benvenuti, torna a casa
Il gladiatore
10 min
Dario Torromeo

La telecamera lo riprende di spalle. Lui viene avanti passettino dopo passettino. Chiude ogni via di fuga al nemico, lo bracca, lo schiaccia contro le corde, lo costringe a rifugiarsi all’angolo nella speranza di una disperata difesa. Cambio di inquadratura, ora la ripresa è frontale. Sandro ha lo sguardo del guerriero senza paura. Punta il rivale, non ha fretta. Tira decine di colpi, serie che sembrano infi nite. Il coreano se ne sta lì con un solo pensiero nella mente. «Signore, fa che questo ciclone scatenato finisca in fretta».

Jab sinistro, gancio destro. Montante destro. Gancio sinistro, ancora gancio sinistro.

Sandro saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire. Nel suo codice d’onore non è previsto il passo indietro. I match sono corride senza toreri. Solo due tori, lanciati l’uno contro l’altro. È un guerriero a cui madre natura ha regalato forza, resistenza, temperamento. Non esistono pause nella sua boxe. La soff erenza è un mezzo per arrivare, non l’ha mai vista come una pena da scontare.
Ricorda le notti insonni, la fame come primo incubo del mattino. Lui la conosceva bene quella bestia crudele. La fame vera, quella che ti tiene sveglio la notte, che ti fa sognare un pezzo di pane. Ti sembra di sentirne addirittura l’odore mentre ne gusti il sapore. Lo baci, l’annusi, lo tocchi. E poi ti accorgi che è solo un’illusione. Nelle mani non hai niente, nella bocca ti resta un sapore amaro che non riesci neppure a defi nire. La disperazione crea crudeli illusioni.
Quando all’alba si svegliava, c’era da andare subito al lavoro. Era un bambino che sgobbava senza pretendere riposo, senza lamentarsi.
Ora è diventato grande, ma continua a lottare.
Lui l’inferno l’ha vissuto, non l’ha certo letto sui libri.
E allora, come può avere paura di un avversario su un ring di pugilato?
Come può spaventarsi per la fatica di quindici riprese a ritmo folle?
Finta, rientra. Jab sinistro. L’altro sbarella. Un altro jab sinistro. Diretto destro, gancio sinistro. Non si ferma fino a quando l’avversario non è sconfitto.
È una domenica di primavera quando affronta la madre di tutte le battaglie, è il 26 maggio del 1968. Ki-Soo Kim detta le regole. Intasca una borsa di 54.000 dollari, un’enormità. Pretende, e ottiene, anche altro.
«Non ho alcuna intenzione di ripetere le operazioni di peso. Se non vi sta bene, ditemelo. Così ce ne torniamo a casa e ci portiamo dietro la cintura mondiale».
Il match era in programma sabato 25, due spruzzi di pioggia hanno spaventato gli organizzatori. Troppo rischioso tenere in piedi la serata, meglio rinviare. Ora però devono accontentare il campione, non hanno scelta. Lui sale sul ring a 73 chili, più di tre rispetto al limite della categoria.
Sono le cinque della sera quando i due tori entrano nell’arena. Sandro è solo, come ogni pugile sul ring. Non sente nulla, tranne un rumore che viene da lontano. È un rumore confuso. A volte aumenta di intensità e lui lo avverte più vicino. Non sono parole, non è un suono defi nito. È un frastuono che gli cresce nella testa, un ronzio che si trasforma lentamente in un fragore che riempie le orecchie. Quando è Ki-Soo Kim a colpire, un silenzio assordante invade lo stadio. È a quel punto che gliattimi diventano eterni, Mazzinghi è un naufrago in mare aperto. Poi torna ad ascoltare quel suono che lo spinge ad andare avanti, a resistere, ad attaccare. I colpi del coreano scatenano il silenzio. Le urla dei tifosi che accompagnano le serie di Mazzinghi sono musica che riempie il toscano di nuove energie. Le cinque della sera, due tori nell’arena. Ki-Soo Kim è un rivale tosto, cattivo, resistente. Quel rumore che cresce a ogni colpo è un alleato che rende meno pesante la fatica di Mazzinghi. Sembra il rombo di un aereo in fase di decollo, colto nell’attimo in cui le ruote si staccano da terra.
L’altro usa la testa come un’arma pericolosa. Lo colpisce pieno, di striscio, gli spinge i capelli ispidi sul volto. Una testata, subito. Pronti, via e Sandro si spacca lo zigomo destro. È un taglio profondo e doloroso. Al secondo round quello gli rompe anche l’arcata sopracciliare sinistra. Il sangue scende copioso. La folla urla inviperita. Distinti signori in giacca e cravatta gridano parole da trivio. Protestano, hanno ragione. L’arbitro Harold Valan sta permettendo al coreano qualsiasi scorrettezza. Mazzinghi sanguina, ma continua ad attaccare. Pressa, colpisce, insiste. Al terzo round il coreano si scopre e lui gli piazza un gancio sinistro al fegato. La mano affonda nel corpo che per un attimo è rimasto senza difesa. Il campione prova a girarsi verso destra, a coprire con il gomito quella zona così vulnerabile. Ma fa ogni gesto con una frazione di secondo di ritardo, lo fa quando il pugno di Sandro è già andato a segno. A Mazzinghi basta fare un mezzo passo indietro perché quello gli finisca a tiro. Doppia con un montante destro al mento. Sente le nocche che vanno a sbattere proprio lì, capisce che l’altro sta soff rendo. Sa che il cervello sta inviando segnali di pericolo a tutto il corpo. E allora tira colpi a raffica, sono ventuno quelli che centrano il bersaglio in pochi secondi. Gancio. Montante. Diretto. Non si ferma. Gancio. Montante. Diretto. Il coreano soffre, ma continua a replicare.
Mazzinghi sbuffa e istintivamente si ferma per un attimo. Ki-Soo Kim gli cade addosso, prova a tenersi in piedi poggiando la mano sulla spalla di Sandro, sbarella. Il toscano si gira lentamente, si scrolla di dosso il rivale e quello fi nisce al tappeto. Valan inizia il conteggio, il coreano si gira verso l’angolo. Spalle all’arbitro, poggia le braccia sulle corde in chiaro segno di resa. «Ha abbandonato!» pensa Sandro. «È finita Ale! Hai vinto!» urlano dall’angolo il fratello Guido e il manager Adriano Sconcerti.
Non è così. Il match va avanti. Mazzinghi picchia e l’altro incassa. Ma quando è il coreano a replicare, sono dolori per il Ciclone di Pontedera. Si scambiano autentiche mazzate. Quei due sono di ferro e soprattutto decisi a percorrere l’intera strada della soff erenza. Il sangue, gli spacchi, il dolore, la vista appannata. Fa tutto parte del bagaglio che hanno previsto di portarsi dietro, l’importante è arrivare sino in fondo. Possibilmente da vincitori. È il match più duro nella sofferta vita del toscano. Ci vuole un fi sico bestiale per sopportare una battaglia così. Ci vuole soprattutto un grande cuore. Sandro quello l’ha sempre avuto. Nessuno l’ha mai fatto indietreggiare. I capelli del coreano sono corti, appuntiti. Viene avanti a testa bassa. «Mi sembrava di avere un riccio sugli occhi» dirà Sandro. E intanto continua a dare e a prendere. Ha trent’anni, quelli del pugilato dicono che è vecchiotto. L’altro è un grande lottatore che accetta la battaglia. Le cose rischiano di mettersi male. Quanto potrà andare avanti a questi ritmi? Pa-pam, pa-pam, pa-pam. Un colpo dietro l’altro. Sembra non vogliano prendere tempo neppure per respirare. Vanno avanti in apnea. Le braccia sempre in movimento. La schiena curva, la testa incassata, i corpi che oscillano lentamente e i guantoni che vanno a colpire testa, corpo, mento, braccia. Un colpo, un altro ancora e poi un destro che doppia un sinistro uno, due, cento pugni in fi la per costruire un sogno. Sandro lo sa, nel pugilato il successo arriva attraverso il dolore. Incalza Ki-Soo Kim, non gli dà pace. Subito dopo ogni break è lì, pronto a saltare sulla preda, ad azzannarla. L’altro pensa che prima o poi si fermerà, che avrà bisogno di riprendere fi ato.
Ma Sandro sa soffrire, sa resistere al dolore. E continua a picchiare, a venire avanti. Prendersi un attimo di pausa gli sembrerebbe un lusso. Ha paura che l’altro arrivi prima. I colpi di Kim fanno male, è uno tosto, sa come picchiare. Sembra quasi che non senta la fatica. Ritmo, aggressività, ritmo, aggressività. Quindici riprese sono lunghe da passare. Sembra impossibile che quei due possano arrivare sino alla fine.
Eppure ci riescono. Sono stanchi, esausti. Negli occhi della folla resta il ricordo di una sfida mai vista, una scena in cui il colore dominante è il rosso del sangue. Finisce ai punti. Sandro saltella e si scambia pacche sulle spalle con il fratello Guido, con il manager Adriano Sconcerti. C’è la consapevolezza che la cintura fi nirà in Toscana. Perché Sandro lo merita, perché ha dimostrato di essere più forte di Ki-Soo Kim, perché è un campione. I quarantamila di San Siro hanno paura che alla fi ne possa uscire un verdetto senza giustizia, che la superiorità non sia premiata. Quattro punti di vantaggio per l’italiano Nello Martinelli. Il coreano Soon-Choul Park vede addirittura cinque lunghezze avanti il connazionale. Una bestemmia sportiva, Mazzinghi il match l’ha vinto chiaramente. È Harold Valan a rimettere le cose nel giusto ordine: quattro punti per Sandro. Il titolo mondiale, lasciato in Corea da Nino Benvenuti, torna a casa. La faccia di Mazzinghi è una maschera di sofferenza. I capelli non sono più folti e ricci, ma radi e lisci, appiccicati alla fronte dal sudore. Ha gli occhi gonfi, un taglio profondo segna brutalmente lo zigomo destro. È il volto di un eroe appena tornato dalla battaglia. Una lotta antica che solo guerrieri senza paura possono combattere. Anche l’altro porta i segni dello scontro. Ha l’occhio destro chiuso, gli zigomi gonfi e un taglio sulle labbra. Una foto cattura l’immagine dei due gladiatori. Pesti, stanchi, sanguinanti e distrutti dalla fatica e dai colpi subiti. Ma vicini. Testa contro testa, guardano la macchinetta fotografi ca. Le mani accarezzano il volto di quello che fi no a poco prima è stato un nemico da distruggere e ora è un compagno di viaggio lungo la diffi cile strada della boxe. Di combattimenti così, puoi permettertene solo uno nella vita.

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