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Montezemolo esclusivo: «Di corsa, tra i miti dell'auto»

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Giovedì entra nella Hall of Fame delle quattro ruote. Il racconto di una vita alla Ferrari e della prossima sfida: i Giochi nella Capitale

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di Stefano Barigelli

lunedì 20 luglio 2015 08:20

ROMA - Luca di Montezemolo giovedì entrerà a Detroit nella Hall of Fame dell’automobile, il riconoscimento più prestigioso per il mondo delle quattro ruote. «Un premio al mio lavoro con la Ferrari durato quasi trent’anni. Ho vinto, con ruoli diversi, 19 titoli mondiali tra piloti e costruttori. Nessun altro team ha conquistato così tanti successi. Il fatto che sarò premiato dopo Giovanni Agnelli, Enzo Ferrari e Sergio Pininfarina mi riempie ancora di più d’orgoglio». Montezemolo parla anche della sfida sportiva che oggi lo impegna: quella di riportare le Olimpiadi a Roma. «Parigi è favorita, ma Roma ha tutte le carte in regola per fare bene. Punteremo su spese mirate e sostenibili, coinvolgeremo altre città. La cultura e la bellezza le nostre armi. Il gioco di squadra decisivo».

Presidente Montezemolo tra pochi giorni a Detroit taglierà un traguardo che corona una lunghissima esperienza: proviamo a fare un bilancio?

«Sono molto orgoglioso, intanto perché quando un riconoscimento importante arriva inaspettato fa ancora più piacere. Poi sono orgoglioso se penso ai due che riceveranno con me questa prestigiosa onoreficenza: Ratan Tata, imprenditore che in India è considerato quasi una divinità e Roger Penske che ha vinto 15 volte a Indianapolis. Roger lo conosco bene, quando lo incontro gli ricordo scherzando che ha vinto tantissimo ma io lo batto: 19 mondiali. Lui è un mito negli Stati Uniti. Stiamo parlando di persone straordinarie, come d’altronde gli italiani che mi hanno preceduto. Sa poi perché mi fa piacere entrare nella Hall of Fame? Ho passato in Ferrari quasi trent’anni della mia vita, ventotto anni e mezzo per la precisione, con responsabilità diverse. Dopo la famiglia è stata la cosa più importante. Mi fa piacere che venga riconosciuto il lavoro fatto per portare la Ferrari ad altissimi livelli per un periodo così lungo. Ecclestone ogni volta che mi incontra mi dice: «Congratulations, tu sei la persona vivente che in Formula 1 ha vinto di più». Ho vinto 19 mondiali tra titoli piloti e titoli costruttori. A Detroit sarà premiata la Ferrari di oggi, le vetture da strada, ma anche una squadra che ha vinto più di ogni altra. E che anche quando non vince, è sempre là. Tutte le altre scuderie hanno cicli, hanno alti e bassi. Nessuna ha avuto la continuità della Ferrari». 

Nella Hall of fame sarà accanto a Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, e a Enzo Ferrari. Questo umanamente le dà particolari sensazioni?

«Sì, non c’è dubbio. Sono stato presidente della Fiat in un momento drammatico per l’azienda. Sono stato chiamato dalla famiglia in una stagione difficilissima, dopo la morte di Gianni e Umberto Agnelli. Mi chiesero di occuparmi della Fiat nonostante fossi stato eletto da poco presidente di Confindustria. Se avessi dovuto ragionare con la testa avrei dovuto rispondere: no, grazie. Ma siccome ho avuto un forte legame con Gianni, Umberto e Susanna Agnelli, tre persone che sono state per me importanti in stagioni diverse della mia vita, con il cuore ho detto sì».

Ora ha di fronte un’altra sfida molto complicata: la candidatura di Roma per organizzare l’Olimpiade e la Paralimpiade del 2024. E’ davvero una missione impossibile?

«Sono realista. Oggi la candidatura più forte è quella di Parigi. Però noi abbiamo tutto per poter fare bene. Abbiamo impianti già esistenti di primissimo ordine. Abbiamo il ricordo, l’esempio dei Giochi del ‘60. La prima Olimpiade moderna, televisiva, che ha dimostrato come l’Italia possa organizzare in modo innovativo il più grande evento sportivo. Roma ‘60 ha portato alla luce grandi miti dello sport, come Cassius Clay, un fenomeno unico, o come Wilma Rudolph, la “Gazzella nera”. Quando il presidente del Cio, Bach, è entrato in questo studio ha voluto farsi fotografare accanto all’immagine della Rudolph. Pensiamo alla forza di Bikila scalzo che fa la maratona. O per noi italiani pensiamo cosa hanno significato Livio Berruti o Nino Benvenuti»

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