
Sainz, intervista esclusiva: “La Ferrari risolverà i problemi. Se mi chiamano torno”
IMOLA - Quando c’era lui, caro lei, le Ferrari arrivavano in orario. E infatti i nostalgici non mancano: la gente tifa per le Rosse certamente, per Kimi Antonelli senz’altro, ma anche per Carlos Sainz sentendolo tanto vicino per un’impostazione italiana e una passione ferrarista verace, indiscutibile, da Maranello interrotta pur di avere Lewis Hamilton. Vabbè, è andata così. Ora Carlitos ritorna in Italia e questo amore del popolo della Rossa è tornato a farsi sentire. Un piccolo rimpianto lo attraversa, ma il suo mondo è cambiato. Carlos è oggi il quarto pilota dopo tre nomi mitici - Jacky Ickx, Alain Prost e Nigel Mansell - ad aver guidato per i tre team storici della Formula 1: McLaren, Ferrari e Williams sono citate in ordine di apparizione nella sua vita. Partiamo da qui, con lui, per parlare di molto altro.
Aver guidato per i tre team storici della Formula 1 è una responsabilità?
«Sì, e si avverte: c’è un orgoglio speciale, l’attenzione a rispettare il passato della squadra. Tutti e tre mi hanno insegnato qualcosa di importante».
Tre cose imparate?
«In McLaren a farmi un nome in Formula 1: lì sono riuscito a dare il meglio di me, infatti poi mi ha chiamato la Ferrari; in rosso ho vissuto quattro anni meravigliosi, capendo cosa vuol dire fare parte della cultura italiana, sia in squadra sia nella società; alla Williams scopro la sfida di una team giovane e in ricostruzione. Loro vogliono tornare vincenti e io voglio aiutarli a riuscirci».
Avevi il titolo mondiale in testa: non è facile pensarci se guidi una Williams.
«Diventare campione del mondo è l’unica ragione per cui corro in Formula 1. È difficile nel breve termine e intendo uno o due anni, ma in tre o quattro si potrebbe».
Si sentono dire meraviglie del motore Mercedes per il 2026: fosse così, la Williams potrebbe fare un salto di qualità.
«È così e per questo ho scelto loro (Carlos era stato in trattativa anche con Alpine e Sauber, ndr). Tanta gente non era convinta, ma io sì: ci ho messo sei o sette mesi a decidere, un periodo lungo e mentalmente durissimo».
È stato un anno sofferto: oggi provi sollievo?
«È stata dura: pensavo di continuare la carriera in Ferrari e all’improvviso mi hanno detto che non sarebbe andata così. È seguito un intero campionato con una squadra che tu sai dovrai lasciare e non è stato facile: io sono un pilota che ama non solo guidare ma stare molto in azienda, collaborare con i tecnici, cosa che faccio anche a Grove. Invece non mi facevano più lavorare al simulatore sugli sviluppi. Oggi sono felice perché sono di nuovo parte di un programma di lavoro e posso agire come piace a me: ragiono con la testa, decido d’istinto».
Ti manca l’Italia?
«Certo, la gente, il cibo. Sono spagnolo, ci intendiamo no?».
La migliore qualità della Williams di James Vowles?
«L’onestà di tutti, l’atmosfera: mai visto prima in Formula 1 un ambiente di lavoro così positivo. C’è in tutti una gran voglia di rivedere la grande Williams».
Williams cresce e Ferrari è in difficoltà: che sentimenti ti smuove lottare con le Rosse, com’è successo a Miami?
«Dico solo che sono stupito: se all’inizio dell’anno qualcuno mi avesse detto che dopo sei GP le avrei battute in qualifica e avrei combattuto alla pari in gara avrei detto no, non è possibile».
Un sentimento.
«Voglio bene alla Ferrari e sono convinto che risolverà i piccoli problemi che ha. Ho detto piccoli problemi, sì: credo siano tali».
Cambiare motore tra Mercedes e Ferrari è davvero difficile, come dice Hamilton?
«Il funzionamento è completamente diverso, i test per imparare non ci sono, così ti devi adattare in gara. La sfida è ridurre al massimo il periodo di adattamento, cosa su cui sono impegnato anch’io».
Ferrari ha cambiato del tutto la macchina di quest’anno: davvero la SF-24 non aveva più margine di sviluppo?
«Non lo so perché da fine gennaio 2024, quando mi dissero che non sarei rimasto, non sono stato più coinvolto nelle informazioni sul 2025».
La persona che ti è sempre stata vicina in carriera, tuo padre, potrebbe candidarsi alla presidenza della FIA: hai paura di perdere la sua vicinanza?
«No perché mi ha insegnato a volare, cosa che a trent’anni posso fare da solo. Il nostro rapporto è tornato quello tra un padre e un figlio anche se, certo, spesso parliamo di motorsport. Ho comunque un entourage forte e vicino, il mio manager è mio cugino (Carlos Oñoro Sainz, ndr)».
Se una Ferrari in difficoltà come quella di oggi ti richiamasse torneresti volentieri?
«Quando la Ferrari chiama si risponde presente. Ma voglio immaginare una cosa diversa: la rinascita della gloriosa Williams di una volta, e sono proprio io il pilota che l’ha riportata in alto. Oggi nulla mi motiva di più».
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