Mekies esclusivo: "La Red Bull rimetterà le ali e Verstappen resterà con noi"
MONZA - Barba e pizzetto mefistofelici, capelli pettinati con l’alta tensione ma occhi buoni, 48 anni, sguardo amabile: qual è il vero Laurent Mekies? Meno di due mesi fa la Red Bull lo ha chiamato dalla squadra junior, la Racing Bulls di Faenza, per affidargli il macigno dell’eredità di Christian Horner: team principal e amministratore delegato di una squadra fondata appena vent’anni fa e che ha vinto tutto, ma dalla scorsa stagione (pur con Max Verstappen campione piloti in carica) non ci riesce più. Gli è toccato rispondere presente nel momento più delicato di sempre: con una power-unit privata in rampa di lancio, che avrà a sfidare i vari colossi Ferrari, Mercedes, Honda, Audi. La formazione che Mekies ha avuto, però, ferma ogni tremore: nel suo passato Toro Rosso, la FIA cone naturale successore del grande Charlie Whiting, la Ferrari (Vasseur a suo tempo, per trattenerlo: "Laurent è un pilastro in squadra"), la Racing Bulls e ora la capogruppo. Per la posizione delicata e una naturale predisposizione alla diplomazia, tra molte nostre domande – in particolare quelle relative a Verstappen e alla Ferrari – e le relative risposte, Mekies ha scavato ampie trincee di silenzio.
L'intervista a Mekies
Laurent Mekies, con l’avvicendamento al vertice del team Red Bull si è detto: Horner era un sergente di ferro mentre Mekies è persona affabile. Ma la frase portava un sottinteso abrasivo: i buoni in Formula 1 non sono vincenti.
"È la leadership a essere importante, non lo stile con cui viene gestita. Nel paddock e nel mondo trovi grandi leader che hanno stili anche opposti. Il comando è sostanza, lo stile è forma".
Red Bull ha cambiato il suo capo di sempre: cosa diverrà?
"Anche in questo caso siamo a sostanza e forma, e una cosa sola conta oggi per Red Bull: tornare a vincere i titoli mondiali. I vertici e gli azionisti del gruppo ci hanno dato questo unico obiettivo per gli anni a venire. Ironicamente il rinnovo del mandato giunge nel momento in cui ci prepariamo a varare un motore prodotto in proprio: avventura pazzesca, una montagna che siamo pronti a scalare con energia e umiltà".
Toto Wolff ha proprio parlato di Everest: non li temo almeno per cinque anni perché costruire un motore da zero è come scalarlo. Salite con l’attrezzatura giusta o con le ciabatte?
"È un Everest in effetti, ma lo affrontiamo in modalità Red Bull. Abbiamo tutto quello che ci serve per coprire il percorso più velocemente possibile, anche se non siamo folli: non pensiamo certo di poter vincere già nel 2026".
Quanti anni per farcela vi concede il mandato?
"Solo Red Bull nei tempi moderni è riuscita a costruire una squadra da zero e a vincere titoli mondiali, e solo Red Bull poteva costruire una power-unit in autonomia. Intendo dire non c’è una scadenza, ma che siamo capaci di tutto".
Quale sarà la sua impronta nella squadra?
"Non dovrà esserci perché vinceremo col gruppo. Un mio obiettivo è mettere ogni singolo al centro del progetto, valorizzarlo in modo che possa esprimersi al meglio. Red Bull mette le ali alle persone e alle idee".
Recentemente Max ha detto: "Siamo ancora un team forte, ma per un nuovo passo avanti c’è bisogno di una ricostruzione o ristrutturazione, e di capire un po’ di più cosa sta succedendo". Era un messaggio a lei?
"Ha ragione e non ha bisogno di mandarmi messaggi: siamo ben coscienti che il livello di complessità della Formula 1 si è impennato nell’ultimo decennio, e noi non siamo stati capaci di mantenere il passo. Ciò ci fa riflettere per poter rivedere strumenti e metodi: lo stiamo facendo assieme a lui".
Tutti cercano di portarvelo via.
"Vogliono il pilota migliore, ma a lui interessa avere la macchina che vada più forte. Se gliela daremo, o gli faremo capire che un domani l’avrà, permarrà la fortuna di averlo ancora con noi".
Senza Verstappen dovreste ricominciare da zero?
"No di certo, anche se Max è la nostra più grande risorsa. Stiamo provando a creare la macchina migliore per lui, abbiamo la fortuna di avere un fenomeno che vive per le corse e ha un solo interesse: andare più forte degli altri. Il 2026 dirà quanto siamo bravi su telaio e motore. Sarà un primo verdetto ma Max è dentro questo progetto, non è fuori a giudicarci".
Mi diceva della nuova complessità della Formula 1, e la Ferrari non vince più un titolo da diciassette anni. Lei che la conosce bene: è una squadra più complicata delle altre?
"È diversa dalle altre ma questa è stata anche la sua forza, la sua identità, la ragione per cui smuove la nostra passione. Ha dinamiche interne diverse rispetto ad altri team: è essenziale capirle e trasformarle in vantaggio competitivo. Ha una differente chiave di volta, ma non voglio giudicare".
Nel 2022 lei era lì: si sarebbe sentito pronto se le avessero chiesto di diventare team principal?
"Non mi sono mai posto questa domanda. Ho imparato una quantità pazzesca di cose alla Ferrari, è stata un’avventura fantastica. Quando ero a Maranello, Red Bull mi ha cercato per guidare la Racing Bulls e ho semplicemente pensato che fosse un’opportunità unica per diventare team principal. Passava un treno e facevo una gran fatica a non prenderlo, ma né allora né successivamente mi sono chiesto se fossi pronto a farlo in Ferrari".
Oggi Red Bull è quarta a 34 punti da Mercedes e 46 da Ferrari: quanto è importante per voi il secondo posto tra i costruttori?
"È più importante usare queste nove gare che rimangono per comprendere perché il nostro progetto non è proceduto come desideravamo. Preferisco perdere punti ma sperimentare, prendere rischi e capire di più, piuttosto che inseguire banalmente un terzo o un secondo posto. Dobbiamo imparare il più possibile, adesso: i nostri processi di lavoro rimarranno gli stessi nel 2026, anche con un nuovo regolamento tecnico".
Si torna sempre alla massima di Binotto: "Dobbiam capire".
"È così".
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