Berger: "Ferrari, ricostruire richiede tempo. Ma soffro a vederla fuori dal podio"
Gerhard Berger c’era, il 12 ottobre 1986, quando grazie a lui la Benetton vinse il primo GP aprendo l’era dei costruttori provenienti da altri settori industriali. E c’era il 27 luglio 1997 nell’ultimo successo personale e del team nato dal colosso veneto. Ma c’era anche il 14 settembre 2008, al muretto della Toro Rosso, per il primo trionfo dell’orbita Red Bull. Mentre quell’1 maggio 1994 che cambiò la storia (non soltanto) della Formula 1, era a pochi metri da Ayrton Senna quando il volante della Williams smise di funzionare e l’incidente si portò via il più grande. A 66 anni l’austriaco (“Ma con antenati italiani, le origini dei miei genitori portano a Merano e in Val Pusteria, quando posso punto le ruote verso sud”) che ha vissuto in prima fila numerosi eventi storici della F1 non ha perso quel modo di raccontare e raccontarsi, puntuale e ironico. Un carattere che si è sposato con la scuderia raccontata dal docufilm “Benetton Formula”. «Eravamo come pop star, così colorati, diversi nel modo di comportarci e di vestirci - ricorda - un gruppo giovane e un po’ pazzo».
Bastarono tre gare nel 1986 per il podio, a Imola: il primo per lei e per la Benetton. Poteva sorpassare Alain Prost per sdoppiarsi, ma non avrebbe avuto la benzina per compiere l’ultimo giro così rallentò.
«Sono sempre stato pigro, non volevo allungare il lavoro. Scherzi a parte, fu un momento storico per me, che dopo la Arrows cercavo un trampolino di lancio, e per la scuderia. Sceso dal podio, Luciano Benetton mi disse che non voleva più i soldi che avrei dovuto garantire, attraverso gli sponsor. Fu come entrare in famiglia».
Che F1 era?
«Debuttai in un periodo storico per tre ragioni: le strutture in carbonio cominciarono a rendere le vetture più sicure, a livello tecnico c’era il turbo, fantastico. E poi i piloti: in ordine sparso Keke Rosberg, Niki Lauda, Ayrton Senna, Nigel Mansell, Riccardo Patrese, Michele Alboreto, Alain Prost, Nelson Piquet. Fenomeni, ma soprattutto ognuno aveva la propria spiccata personalità. E arrivammo noi, la Benetton, così diversi».
E vincenti, già a fine ‘86.
«In Messico decidemmo di correre con gomme di mescole differenti, ai tempi si poteva. In griglia, però, quando capii di essere l’unico a farlo, cercai di cambiare, ma non c’era più tempo. Fu una scelta originale e vincente, come quel team».
È stato il primo e l’ultimo vincitore della Benetton.
«Due sensazioni differenti, la prima volta ero giovane, come il team. Undici anni dopo, vinsi a Hockenheim: pochi giorni prima mio padre era scomparso. Ero intenzionato a dimostrare di poter vincere ancora: pole, vittoria e giro più veloce».
La scuderia si affermò con il proprio stile, portato avanti con l’arrivo di Alessandro Benetton.
«Alessandro ha avuto il carisma e le capacità per innovare ancora di più l’attività, con visione e discontinuità. Il nostro rapporto si è trasformato da business in amicizia. La scuderia ha saputo trovare una spinta importante anche grazie a Flavio Briatore: non era del settore, ma capì in fretta la F.1. E prese Michael Schumacher, fiutò un futuro campione».
In seguito ha conosciuto un’altra scuderia che non era emanazione di un costruttore di auto.
«Ho sempre detto che la Red Bull è stata la nuova Benetton per l’approccio differente, le strategie di marketing e la capacità di rischiare. Io ne sono stato il primo atleta testimonial, Dietrich Mateschitz mi volle ancora prima che iniziasse l’attività».
Due parentesi con la Benetton, ma anche in rosso: è stato l’ultimo pilota ingaggiato da Enzo Ferrari.
«L’ultimo a firmare un contratto nell’ufficio di Enzo Ferrari: ai tempi era “normale” per chi andava nella Scuderia, oggi fa un certo effetto pensarci».
Tra le due esperienze a Maranello, la McLaren, firmando l’ultimo GP vinto dal binomio con la Honda. Ed è stato compagno di squadra di Ayrton Senna: cosa le è rimasto?
«La personalità di Ayrton, non c’è stato nulla del genere né prima, né dopo. Ogni volta che andavamo a correre un GP, il Capo di Stato di quel Paese chiedeva di incontrarlo: aveva talento e personalità, era magnetico».
Cosa pensa che sarebbe accaduto senza la tragedia di Imola?
«Ho sempre avuto un’idea chiara: negli anni successivi la Williams ha vinto con Damon Hill e Jacques Villeneuve, buoni piloti ma Ayrton era diverso, avrebbe vinto per dieci anni di fila. Purtroppo è successo quello che è successo. E la F1 cambiò, si aprì la porta per Schumacher».
Perché è stato speciale Michael?
«Per quelle capacità tipicamente tedesche di analizzare le cose e di lavorare sodo: Michael ha sempre avuto leadership, comunicazione con gli ingegneri, abilità nel fare gruppo. Un grandissimo motivatore».
Ha conosciuto anche il suo erede designato, Sebastian Vettel, con l’impresa di Monza 2008.
«Ero team principal e azionista al 50% della Toro Rosso, ci bastò un test per capire quanto Seb fosse speciale, per velocità e intelligenza. Avevamo una grande struttura, motore Ferrari, direttore tecnico Giorgio Ascanelli, un bel sogno».
Dalla Toro Rosso è partito anche Max Verstappen: senza una Red Bull dominante, ci sta mettendo ancora di più del suo?
«Ha mantenuto il livello degli ultimi anni, velocissimo e con pochi errori. Ho parlato di Senna, imbattibile. Ma a livello di guida, Verstappen entra in quel discorso».
Può vincere il titolo o è troppo lontano dal duo McLaren?
«Può farcela, mi auguro di vedere battaglie pulite da qui alla fine».
A Oscar Piastri e Lando Norris è venuto il braccino?
«No, alti e bassi che capitano. Quando ci sono due compagni di squadra di livello simile, la pressione si alza, sarebbe così anche per Verstappen se esistesse un altro Max».
Cosa manca alla Ferrari?
«Poco. I piloti sono indiscutibili, Charles Leclerc è maturato, ha accettato la sfida dell’arrivo di Lewis Hamilton e sta compiendo un lavoro eccezionale. Ho vissuto una ricostruzione della Ferrari, con Jean Todt, so che non è un processo immediato. Soffriamo tutti nel vederla fuori dal podio».
Andrea Kimi Antonelli ha un futuro da campione?
«Vedremo nel 2026: con nuove vetture si ripartirà da zero e Kimi avrà un prezioso anno di esperienza. Vedo una classe di rookie notevole, Gabriel Bortoleto è il futuro, mi piace Isack Hadjar che però non ha un compagno molto esperto come Nico Hulkenberg né un big come George Russell con cui fare i conti. Antonelli ha una vettura competitiva, ma anche un confronto impegnativo».
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