Piero Ferrari esclusivo: "Ferrari, ora c'è la qualità"
Quegli occhiali scuri tenuti su anche nella penombra dei garage parlano da soli: Piero Ferrari nei test del Bahrein era l’occhio di suo padre, prima ancora che quello dell’azienda di cui è azionista al 10% e vicepresidente. Ha ottant’anni, c’è sempre stato e ha visto scorrere davanti a sé cento e più piloti, otto presidenti, venticinque capisquadra. È un custode della memoria, l’unico legame vivente e diretto con l’officina meccanica delle origini. Alla vigilia del suo 62º Mondiale di Formula 1 in attività, lo abbiamo intervistato.
Agli ultimi Caschi d’Oro di Autosprint, dicembre scorso, lei parlò di un “museo degli errori” all’interno della Ferrari. Esiste davvero?
«Nel mio primo giorno di lavoro a Ma 008: cosa dire a chi chiede se è la volta buona? ranello, nella sala riunioni al primo piano, proprio sopra il suo ufficio, mio padre aprì un armadio pieno di pezzi meccanici rotti e mi disse: “Guarda, sono tutte gare che abbiamo perso. Conserviamo questi pezzi per avere memoria di quelle sconfitte. Controlla che quadri tutto nel registro, e in caso contrario aggiornalo”. Avevo vent’anni, era il 1965 e quell’armadio, il museo degli errori, purtroppo non so che fine abbia fatto».
La Scuderia ha alle spalle un anno difficile: cosa mettiamo del 2025 in quell’armadio?
«Una macchina nata con problemi strutturali, difficile da curare. La stagione si è trascinata in modo insoddisfacente e lo sviluppo è stato abbandonato presto. Ma è stata una decisione intelligente perché c’era una vettura completamente nuova da creare».
E con le limitazioni del budget cap.
«Sì, complicano tutto e mio padre non le avrebbe digerite. Avrebbe gridato: “I soldi li metto io e li spendo come voglio!“».
Con le monoposto che cambiano, la Ferrari quest’anno metterà in campo anche uno spirito nuovo?
«Non direi, l’obiettivo resta fare il massimo con le risorse, che nel nostro caso non mancano. La squadra ha fatto un grande lavoro, la SF-26 è stata allestita nei tempi e io sono fiducioso sulla qualità perché la vedo, a tutti i livelli».
Assistendo ai test in Bahrein che impressione ha ricavato?
«Molto positiva: ognuno si è mosso sapendo esattamente cosa fare e come, ho visto un lavoro molto ben coordinato».
La Ferrari non vince i titoli dal 2007 e 2008: cosa dire a chi chiede se è la volta buona?
«Che continuiamo a provarci con tutte le nostre forze, ma con il nuovo regolamento non mi chieda una previsione».
Elkann disse nel 2022 che la Ferrari avrebbe rivinto il Mondiale entro il 2026: siamo alla scadenza di quell’impegno.
«Grazie per avermelo ricordato».
C’è ancora nella squadra qualcosa che riesca a stupirla?
«Ricordo i tempi di Niki Lauda in cui giravamo il mondo con un ingegnere, un capo-meccanico e tre meccanici. Oggi la squadra funziona come il balletto della Scala: tantissimi tecnici e meccanici, ma ognuno fa il passo giusto e il movimento giusto nel momento giusto. Una sincronia molto bella da vedere».
Quale Ferrari del passato le ricorda questa?
«Riandrei alla fine degli anni Novanta: anche quella di Todt e Schumacher era una Scuderia che affrontava grandi cambiamenti. Ma niente paragoni perché la Formula 1 era diversa».
I tifosi vedono un leader della Ferrari più in lei che nel presidente Elkann: è una responsabilità?
«Leader forse non è la definizione giusta: io sono vicino alla squadra per passione, perché amo le corse e la F.1, per rappresentare la continuità della famiglia».
Charles Leclerc è trainante: per voi oggi è una figura irrinunciabile?
«Sì, è un pilota velocissimo e lo hanno dimostrato anche i confronti con i compagni di squadra. Estrae prestazione da qualsiasi macchina in qualsiasi momento. Lui per me è una certezza, ci manca solo la soddisfazione di vederlo campione del mondo perché lo merita, e anche per il suo grande attaccamento alla Ferrari».
Hamilton un anno fa sembrava la soluzione e si rivelò un problema: guardando anche ad Alonso e Vettel, è così difficile arrivare alla Ferrari da campioni del mondo e vincere?
«Sì, credo che emotivamente la Ferrari smuova un qualcosa di più anche nei grandi campioni. Lewis è profondamente diverso da Charles, ma faccio fatica a dire se sia rimasto sovrastato dal mito del Cavallino».
È proibito sognare di vedere un giorno Antonelli in rosso?
«Non è proibito, italiani alla Ferrari ci sono stati e l’ultimo che ci abbia provato ed era un caro amico, Michele Alboreto, non ci riuscì. Antonelli ha già dimostrato di meritare macchine di vertice: con un po’ di esperienza diverrà certamente un grande pilota».
Max Verstappen ha criticato queste nuove macchine definendole “Formula E con gli steroidi”: è d’accordo?
«Nei test si è visto che queste nuove vetture vanno comprese, bisogna saper gestire l’energia ma sono più prevedibili di quelle a effetto suolo. Mio padre avrebbe detto: “Sono più sincere”. Personalmente sono convinto che lo spettacolo non ne soffrirà, anzi».
Come avrebbe definito suo padre uno screanzato di talento come Verstappen?
«Lo avrebbe apprezzato per la sua capacità di andare oltre i limiti della macchina. Ero a Barcellona nel 2016 quando vinse la sua prima gara: lo seguo con attenzione da allora».
Grande era l’entusiasmo di suo padre per le grandi novità tecnologiche, ma gli sarebbe piaciuta questa Formula 1 che al pilota chiede più gestione dell’energia che coraggio nella guida?
«Credo di sì, sta ai piloti capire come gestire la potenza elettrica, come sfruttarla al meglio. Vero che il cambiamento tecnico è profondo, ma sono convinto che nel giro di poche gare questa novità diverrà una cosa normale e ne parleremo sempre meno, fino a ignorarla. I piloti capiranno come estrarre le prestazioni sui diversi circuiti e tutti torneremo a porre le nostre attenzioni sulle loro abilità».
Questa F.1 più elettrica va di pari passo con la Ferrari Luce.
«Sì, abbiamo aperto un nuovo capitolo perché la Ferrari non deve difendere una religione, ma tenere il passo con le nuove tecnologie. Era necessario produrre una Ferrari elettrica per offrire prodotti diversi a clienti diversi. La vita dei motori termici e ibridi continua».
