La vita e la carriera (con i suoi famosi aforismi) di Boskov; e la sfida infinita del 1925 tra Genoa e Bologna
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La vita e la carriera (con i suoi famosi aforismi) di Boskov; e la sfida infinita del 1925 tra Genoa e Bologna

Dallo scudetto con il Real ai trionfi con la Samp, passando per il debutto di Totti: tutto su Vujadin Boskov, l'uomo e l'allenatore; e poi il romanzo delle cinque finali tra Genoa e Bologna del 1925 (e i liguri hanno chiesto quello scudetto alla Federcalcio)

Vujadin Boskov non è stato soltanto l’allenatore del primo (e unico) scudetto della Sampdoria e quello che 26 anni fa ha fatto esordire in serie A un certo Francesco Totti, il maestro di sport che faceva dell’ironia una delle chiavi del suo successo e che in tanti ricordano anche per le frasi a effetto modello Gialappa’s (“Gullit è come cervo che esce da foresta”, una delle più celebri). L’uomo di Novi Sad, che ci ha lasciati nel 2014 a 73 anni, è stato un ottimo giocatore (e poi allenatore in due diversi periodi) di una talentuosa Jugoslavia, non a caso soprannominata il Brasile d’Europa (medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1952 e battuta nei quarti del Mondiale del 1954 e 1958) e poi un tecnico che ha vinto in Olanda (la coppa nazionale con il Den Haag), in Spagna (la Liga e due coppe con il Real Madrid) oltre che naturalmente in Italia. In questo bel libro, impreziosito dalla divertente prefazione della figlia di Vujadin, Aleksandra Boskov, Crepaldi ci restituisce (con l’ausilio di tante foto e con un divertente zibaldone delle massime più famose di Vujadin) la figura del Boskov più vero, ne ricostruisce le vicende sportive - dai primi successi con il Vojvodina ai problemi con il governo di Tito, dal suo peregrinare per l’Europa fino alla seconda avventura da Ct jugoslavo, dove chiuse la carriera nel 2001 - quelle di un allenatore preparato e fine psicologo, sempre pronto a sdrammatizzare, più somigliante a Liedholm che a Mourinho, ma capace come entrambi di far rendere al massimo i suoi giocatori, come ricordano gli interventi di Vialli e Luca Pellegrini, due protagonisti della Sampdoria più grande. Se irripetibili sono le stagioni alla corte della società di Mantovani (vinse anche una Coppa delle Coppe, mentre perse a Wembley contro il Barcellona una finale di Champions, già sfuggitagli alla guida del Real), non così positive furono le sue esperienze sulla panchina della Roma, del Napoli, del Perugia di Gaucci. In tutte le città dove ha lavorato è stato però apprezzato e rispettato. E questo, probabilmente, è il suo lascito più importante.
PALLONE ENTRA QUANDO DIO VUOLE, vita, aforismi e miracoli di Vujadin Boskov; di Danilo Crepaldi, Urbone Publishing, 323 pagine, 16 euro.

Cinque partite per assegnare uno scudetto, l’ultima giocata alle 7 di mattina a porte chiuse; una invasione di campo con tanto di arbitro aggredito - il famoso Giovanni Mauro - un gol (sembra) segnato da uno degli spettatori (!) assiepati vicino alla porta del Genoa, pistolettate a un treno di tifosi liguri, pesanti ingerenze del sorgente Partito Nazionale Fascista. Le vicende della finale di Lega Nord (il girone unico sarebbe arrivato solo quattro anni più tardi) del campionato italiano del 1925 tra Genoa e Bologna (il vero match scudetto, essendo troppo più deboli le squadre del Centro Sud, come quell’Alba Roma battuta poi facilmente dal Bologna nella finalissima) fanno ancora discutere, tanto sono clamorose. Qualche anno fa gli inglesi del Guardian descrissero quella sfida come la più grande truffa nella storia del calcio, e la ricostruzione (per conto della Fondazione Genoa, particolare non trascurabile) che ne fa Giancarlo Rizzoglio in questo libro - con grande attenzione per il dettaglio e la ricerca delle fonti - sembra dare pienamente ragione alla società ligure, che ha fatto richiesta alla Federcalcio di avere quello scudetto (sulla liceità di queste iniziative, del Genoa come di altre squadre, a distanza di un secolo più o meno dai fatti, si potrebbe discutere, ma non è questa la sede). In quella torrida estate del 1925 si sfidarono due corazzate, da una parte il Genoa di De Vecchi e Da Prà, quello dei nove scudetti, a caccia della stella che non sarebbe mai arrivata, la “squadra che vince i campionati a tavolino”, come la soprannominavano gli avversari, ricordando il titolo del 1915 assegnato dopo sei anni a campionato non concluso per via della guerra (è quello che la Lazio chiede da tempo) e quello del 1924 (con un’altra sfida con il Bologna decisa dal giudice sportivo, ma a favore questa volta dei liguri); dall’altra il Bologna di Schiavio, che insegue il suo primo titolo italiano. Le due finali finirono con una vittoria a testa, lo spareggio - giocato a Milano su un campo assolutamente inadatto ad ospitare la folla accorsa, che finì quindi per sistemarsi ai margini del campo - si concluse 2-2 dopo che il Genoa, in vantaggio 2-0 aveva subito il più classico dei gol fantasma, convalidato da Mauro proprio per l’atteggiamento feroce dei tifosi; in parità anche la quarta partita, disputata a Torino, con un burrascoso post-partita alla stazione ferroviaria. Insomma, la tensione era arrivata ormai a livelli altissimi e si decise di giocare il terzo spareggio alle 9 di mattina del 7 agosto (due mesi e mezzo dopo la prima finale…) sul campo milanese di Vigentino, a porte chiuse. La tesi del
Genoa è che il Bologna fosse stato informato con largo anticipo della data e del luogo, a differenza loro, avvertiti solo poche ore prima di scendere in campo. Comunque sia, vinse il Bologna 2-0, e per il grande Genoa fu l’inizio della fine. Un libro avvincente, che si legge come un romanzo. E per chi ne voglia sapere ancora di più, consigliamo di cercare su You Tube lo straordinario filmato di qualche anno fa con due protagonisti - ormai anziani - di quelle partite, Da Prà ed Enrico Sabattini (storico dirigente del Bologna) che litigano ancora, per l’ennesima volta, su quella incredibile sequenza di partite.
LA STELLA NEGATA AL GRANDE GENOA, di Giancarlo Rizzoglio, Fondazione Genoa 1893, 206 pagine, 16 euro.

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