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Il calcio di Ottavio Bianchi e l'epopea di Nencini e Gimondi

Da Rivera a Maradona, tutto il calcio di Ottavio Bianchi, efficace e senza scorciatoie; e poi gli anni splendidi di Nencini e Gimondi, campioni del ciclismo vittoriosi al Giro e al Tour

Il calcio di Ottavio Bianchi e l'epopea di Nencini e Gimondi

(di Furio Zara) Oltre ogni apparenza, c’è un mondo che non conosciamo. Dietro ogni figurina - nel grande album del calcio - c’è tanta di quella vita da farci un romanzo. Ottavio Bianchi - per gli appassionati di calcio - è l’allenatore del primo storico scudetto del Napoli (1986-87), l’uomo schivo, riservato e rigido che dovette gestire l’estro ma anche le bizze e gli eccessi del Maradona nei suoi anni d’oro. E’ anche molto altro, per la verità. E lo scopriamo attraverso la lettura di «Sopra il vulcano - Il campo, lo scudetto, la vita», scritto da Bianchi con la figlia, la giornalista Camilla e con la prefazione di Gianni Mura. Grazie all’intimità della confidenza familiare ne esce un libro delicato, sincero, generoso di aneddoti, storie, ricordi. Noi di Bianchi abbiamo sempre ammirato quell'ostinata volontà nel non voler piacere a tutti i costi, rifuggendo la modalità «piaciona» di svariati suoi colleghi. Bianchi è stato calciatore (Brescia, Napoli, Atalanta, Milan, Cagliari e Spal) che ha raccolto meno di quanto meritasse. Cresciuto nell’oratorio di Cristo re a Brescia, nato come regista offensivo e arretrato a mediano nel corso degli anni, ha giocato con Sivori e Rivera, lungo 15 anni di onorata carriera. Da allenatore è stato tra i migliori della sua generazione. Lo scudetto (più Coppa Uefa e Coppa Italia) a Napoli rimangono nella leggenda, ma vanno anche ricordate la Coppa Italia con la Roma, l’anno e spiccioli all’Inter, le stagioni-piedistallo nella provincia della Serie A, ad Avellino e Como, che lo stesso allenatore reputa l’anno più bello della sua carriera. E’ un mistero glorioso che - di fatto - Bianchi abbia smesso di allenare nel 1995, a soli 52 anni. Conta solo per le statistiche il passaggio alla Fiorentina nel 2002. Si sentiva, parole sue, «un pesce fuor d’acqua» in un calcio in cui non si riconosceva più. Ad un certo punto Bianchi scrive «Avevo la nomea di essere uno che nelle difficoltà riusciva a dare il meglio». Forse il segreto è qui. Forse ci sono uomini che nella tempesta vedono un appiglio e vi si attaccano, con tutta la forza che hanno chiedendo una cosa sola: «Pretendo solo che ognuno faccia il proprio dovere», è la frase con cui Ottavio Bianchi si presentava alle sue squadre. Altri uomini, altri tempi.
SOPRA IL VULCANO, il campo, lo scudetto, la vita; di Ottavio e Camilla Bianchi, edizioni Baldini+Castoldi, 147 pagine, 16 euro


Due libri sul ciclismo, per combattere la nostalgia per il Giro d’Italia che si sarebbe dovuto correre proprio in questi giorni, due libri su grandi campioni delle due ruote, entrambi vincitori sia in maglia rosa che gialla. Partiamo dall’opera su Gastone Nencini, davvero particolare perché scritta dal figlio Giovanni. E’ un libro incentrato sul 1960, con il campione ormai trentenne ma ancora capace di imprese memorabili: arriverà infatti terzo al Giro (a soli 28 secondi da Anquetil) e trionferà invece al Tour, dopo una corsa epica. Ma non basta: in quell’anno, Nencini conobbe Maria Pia, un grande amore reso però molto complicato dal fatto che i due fossero già sposati. Una situazione, facile immaginarlo, difficile da gestire nell’Italia di sessant’anni fa. Giovanni ha dichiarato di aver deciso di scrivere questo libro dopo aver letto le lettere che il campione scrisse a Maria Pia in quell’anno speciale. Grazie a un dialogo immaginario tra due giornalisti - tra cui un vecchio suiveur della corsa - ricostruisce, tappa per tappa, la marcia trionfale di Nencini al Tour, alternandola con la ricostruzione di quel rapporto “clandestino” che vivrà anni di lieto fine, interrotti solo dalla prematura morte del ciclista, avvenuta nel 1980, quando non aveva ancora compiuto 50 anni. In appendice, le statistiche della carriera del campione e una splendida collana di foto, tra cui la storica stretta di mano con De Gaulle, presidente della Repubblica francese. Cinque anni dopo Nencini, un altro italiano trionfava a Parigi, un giovane di 22 anni che era partito per fare da gregario di Adorni e poi, dopo il suo ritiro, riuscì a sfruttare alla perfezione la sua grande occasione, finendo per dominare (fu maglia gialla dalla terza tappa, con l’eccezione di due giorni). Quel campione era Felice Gimondi, e il Tour fu solo la prima spettacolare impresa di una carriera straordinaria, soprattutto se pensiamo che tra i suoi contemporanei spiccava il Cannibale del ciclismo, il grande Eddy Merckx. Gimondi - che ci ha lasciati nello scorso agosto - non fu un eterno secondo come Poulidor, segnò la sua epoca con grandi successi, come il Giro d’Italia (vinto tre volte), la Vuelta, il Mondiale, e poi il Giro di Lombardia, la Milano-Sanremo, la Parigi-Roubaix. Bruno Cavalieri, che ha già scritto di Coppi e Bartali, parte da quelle strade di Francia per ricordarci le caratteristiche umane e sportive del campione bergamasco, disegnando anche i tratti principali di un duello che segnò gli anni Sessanta e Settanta del ciclismo mondiale, una lunga sfida tra due rivali che si rispettarono sempre, in corsa e fuori. Anche qui, una ricca appendice fotografica e statistica (con tutte le 140 vittorie da professionista di Gimondi) arricchiscono l’opera.
SULLA CRESTA DELL’ONDA, Gastone Nencini e quel 1960; di Giovanni Nencini, edizioni Sarnus, 140 pagine, 13 euro.
FELICE GIMONDI, grinta, rigore e classe; di Bruno Cavalieri, Edizioni Il Fiorino, 93 pagine, 10 euro.

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