Il secolo di Cagliari e Foggia e i ritratti a ritmo di musica dei campioni della Boxe

Dallo scudetto di Riva all'epica di Zemanlandia, cento anni di Cagliari e Foggia rivisitati attraverso i grandi protagonisti e gli episodi da non dimenticare; e poi i grandi della boxe a ritmo di jazz e blues
Il secolo di Cagliari e Foggia e i ritratti a ritmo di musica dei campioni della Boxe
Massimo Grilli

C’era tanta voglia di vivere, di normalità, di reagire anche con la spensieratezza di una corsa dietro un pallone da calcio all’incredibile carneficina che si era appena conclusa. Non può essere un caso se tante squadre di calcio sono nate a pochi mesi di distanza dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Tra loro, due società storiche come Cagliari e Foggia, che quest’anno festeggiano con orgoglio il primo secolo di vita. Due bei libri, appassionati e ricchi di aneddoti, ne ricordano le vicende.
In Sardegna il gioco del calcio fu importato dai marinai inglesi, a Cagliari nasce ufficialmente il 30 maggio 1920, su iniziativa di uno stimato medico chirurgo (di Catania!), Gaetano Fichera, che fu il primo presidente della squadra, che inizialmente vestì di nerazzurro per poi virare dopo qualche anno sul classico rossoblù. Bordiga ci fa rivivere i classici alti e bassi di una società di provincia: la promozione in serie B nel 1934, la serie A conquistata trent’anni dopo, e soprattutto le tappe di avvicinamento e le giornate trionfali dello scudetto del 1970, con lo squadrone - tra gli altri - di Riva, Albertosi, Domenghini, Cera, Scopigno, che fece trionfare una regione intera ma anche innamorare tanti sportivi del Continente e che durò troppo poco tra le grandi della serie A solo a causa dei gravi infortuni patiti da Rombo di Tuono. Poi le retrocessioni fino alla C1 e la lenta risalita, fino alla serie A riconquistata con l’orgoglio di aspirare a qualcosa di importante, come spiega il presidente Giulini nell’intervista che chiude il libro.
E’ un viaggio sulle montagne russe anche il secolo del Foggia, che faticosamente sta cercando di risalire di grado nel nostro calcio dopo l’ultimo amaro fallimento, di appena un anno fa (adesso è in serie C). Nacque come Sporting Club Foggia il 12 maggio del 1920 scegliendo subito il rosso e il nero come colori sociali, quelli del Milan, a volersi subito affermare come Diavoli del Sud, i leggendari Satanelli. Carella passa in rassegna con affetto e competenza le vittorie e le sconfitte, il 3-2 all’Inter di Herrera e i play off persi, l’epica di Zemanlandia e di Casillo e le troppe proprietà succedutesi negli ultimi anni, i giocatori simbolo e i grandi allenatori, dai bianchi completi di Pugliese, che in campo si trasformava fino a rincorrere sulla linea laterale le sgroppate dei suoi calciatori, al fumo di sigaretta che circondava i silenzi di Zeman, con i suoi gradoni e l’immancabile 4-3-3. Su tutto, la fede incondizionata dei suoi tifosi, forse ormai disillusi ma sempre cocciutamente orgogliosi di sentirsi così tanto legati alla propria squadra, a prescindere dalla categoria (“un dettaglio”, la definì De Zerbi dopo l’ultimo ripescaggio in serie D, e questo concetto dell’ex tecnico del Foggia è diventato l’azzeccato titolo del libro). Un amore, quella della città per i colori rossoneri, ben sintetizzato da un celebre striscione comparso allo Zaccheria negli Anni Novanta, “Meglio soffrire per poi gioire che illudersi e poi morire”. Ecco, dopo tanta sofferenza (sportiva), sarebbe ora che Foggia cominciasse a gioire, sul campo di calcio.
CAGLIARI 100 ANNI IN ROSSOBLù, la storia, i giocatori, le vicende della squadra di calcio simbolo della Sardegna; di Matteo Bordiga, Arkadia Editore, 231 pagine, 20 euro.
FOGGIA 100, la categoria… un dettaglio; di Domenico Carella, Edizioni Foglio di Via, 141 pagine, 14 euro.

(marco evangelisti) C’è il disordine creativo del jazz, e, sì, anche il rigore ritmico del blues in questa serie di ritratti, piccole storie senza morale, incontri dispersi nella storia fragorosa della boxe, qualcosa di simile a un secolo non breve. Perché ha tutto un senso anche quando sembra non averlo e i nomi e le occasioni non suggeriscono mai silenzio. Vanno sempre a toccare qualche corda nella memoria: Frazier e Tyson, Monzon e Mazzinghi, Pep e Lyle e le voci nella testa di Foreman e la fermata d’autobus dove si stabilì il destino di Liston. E tante altre cose, accumulate e stese sul tavolo come le carte di un solitario, come lo scorrere di un monologo interiore. Il disordine del jazz a cui però Paolo Marcacci (già raccontatore di Senna e Prost e Totti e Villeneuve) applica la traiettoria logica del blues del titolo, musica che ha nella malinconia la propria radice e nella speranza le proprie fronde. La boxe anche agli appassionati lascia nel ricordo la parte più pura di sé: si stempera del sudore e del sangue per sedimentarsi in epica, eroismo, racconto. Ogni vita di pugile - ma anche quella del maestro Cus D’Amato, per esempio - ogni incontro narrato diventa romanzo. Perché lo è già, perché si tratta di boxe, ciò che tutti gli altri sport vorrebbero essere (diceva Foreman). Marcacci ne ricava una piccola enciclopedia sentimentale del pugilato, dove si trova tutto l’essenziale, tutto ciò che non vogliamo dimenticare, da Carnera a Tyson. Alla fine convincendoci che sul ring si suona il blues dello sport.
L’ARBITRO CONTAVA UN BLUES, di Paolo Marcacci, Edizioni Kennes, 124 pagine, 12,95 euro.

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