Vittorie e cadute di George Best e la maratona raccontata da uno scrittore

Genio e rovina, la vita clamorosa di George Best, alla ricerca dell'uomo oltre l'immagine del campione dissipatore. E poi uno scrittore e la maratona, in un singolare corpo a corpo
Vittorie e cadute di George Best e la maratona raccontata da uno scrittore
Massimo Grilli

Ma sì, alla fine cosa importa immaginare quanto grande sarebbe diventato George Best se non avesse dissipato gran parte del suo talento, e forse aveva proprio ragione lui, a ripetere “se non fossi stato così bello, non avreste mai sentito parlare di Pelè”. Come tutti gli eroi dalla vita spericolata, anche l’ala destra irlandese - morto nel 2015 a 59 anni - è diventato un’icona pop, «l’eroe compianto - scrive l’autore - di un’autenticità dimenticata, da contrapporre al profilo stereotipato del calciatore contemporaneo, viziato, effeminato e tutto dedito al proprio profilo Instagram e al suo conto in banca». In questo ottimo e documentatissimo libro, Stefano Friani insegue invece l’uomo George Best, smitizzandolo quando serve, staccandolo dal muro dove era finito come un classico Poster Boy. E così seguiamo le peripezie del ragazzo nato nella Belfast dei “troubles”, notato a 15 anni da un osservatore del Manchester United. In pochi anni, con la maglia numero 7 dei Red Devils, Best fece vedere il meglio del suo repertorio, i dribbling, le reti irridenti (fu dopo una doppietta al Benfica che la rivista portoghese “A Bola” lo definì “il quinto Beatle”), la sua abilità da giocoliere del pallone, contribuendo a vincere due scudetti e soprattutto la Coppa dei Campioni del 1967. Primo calciatore popstar, fotogenico e metrosexual, a nemmeno trent’anni aveva già rivoluzionato il mondo del calcio, «inventandosi un nuovo modo di intendere il campo da gioco, non più come un rettangolo di prato falciato ma come un palcoscenico per grandi intrattenitori», rivelandosi in questo un protagonista modernissimo. Naturalmente, poi, c’è spazio per la sua passione - ricambiata - per le donne, i problemi con l’alcol, i guai con la polizia. La seconda parte della sua carriera fu un errare per squadre dai nomi esotici (Stockport County, Ft. Lauderdale Strickers, Brisbane Lions, Tobermore United…), a caccia dell’ultimo applauso ma soprattutto di ingaggi decenti. Ne esce il ritratto di un «eroe profondamente umano, pieno di contraddizioni in un calcio e in un periodo storico complessi, il dopoguerra dei baby-boomer, degli elettrodomestici, delle minigonne e dei capelloni. Un rivoluzionario per sempre».
BELFAST BOY, di Stefano Friani; Milieu edizioni, 318 pagine, 17,90 euro.


«Sono primo e sto morendo», è il fulminante inizio di questo bel libretto Mauro Covacich, che il bravo scrittore triestino ha voluto dedicare alla sua passione per la corsa di lunga durata, che ha recentemente dovuto fare i conti, come svela nel finale, con problemi fisici da non sottovalutare. Una passione per le maratone che sconfina molto spesso nell’ossessione - Covacich non ha paura a chiamarla una prodigiosa malattia della mente - che «è tutto fuorché un’attività fisica, tutto fuorché una declinazione, sia pure estrema, del fitness». E’ qualcosa piuttosto che ha a che fare con la sofferenza «di chi ritrova nella contemplazione dello sforzo prolungato un rapporto con se stesso e con il mondo, la sensazione di essere posseduti dalla corsa, una forza irresistibile che produce quella condizione di annullamento simile all’orgasmo in cui la coscienza si scioglie nell’indistinto, il sogno ancestrale dello smaterializzarsi». Ne ha fatta di strada - anzi, di maratone - quello studente alla sua prima vera corsa, e Covacich ci accompagna nel suo percorso di fatica e di soddisfazione sempre maggiore, arrivando a sapere tutto di lattacidi e maltodestrine, di fibre veloci e quadricipiti. Tra una citazione di Murakami e l’incontro con il mito Gebreselassie, tra il ghigno di Zapotek («corre allarmato come uno scippatore, la testa piegata sulla spalla, la lingua di fuori, in una smorfia che ricorda il cavallo di Guernica») allo sbarco a New York per la classica corsa autunnale, obiettivo irrinunciabile per ogni corridore che si rispetti, dal “Maratoneta” di Dustin Hofmann all’ammirazione per Merlene Ottey, studiata durante una sessione di allenamento, è una lunga corsa che ci porta dall’Etiopia al Kosovo, dall’Ungheria al ponte di Verrazzano, icercando di trovare una risposta alla domanda rivoltagli un giorno dalla sorella: «La tua categoria è quella degli Amatori. Ma Amatori di cosa?».
SULLA CORSA, di Mauro Covacich; La nave di Teseo editore, 160 pagine, 15 euro.

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