L'Italia di Facchetti e l'epopea dei Golden State Warriors

Gli anni di Facchetti, terzino goleador in un'Italia che stava cambiando; e poi il mondo ultracompetitivo della Nba, visto attraverso la saga dei Golden State Warriors e di Kevin Durant
L'Italia di Facchetti e l'epopea dei Golden State Warriors
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Massimo Grilli

Partiamo dai nomi, da quei Tarcisio, Armando, Enea, Aristide, naturalmente Giacinto, che noi bambini degli Anni Sessanta leggevamo a voce alta, come fossero eroi di battaglie omeriche, sfogliando le pagine dell’album Panini (ricordo ancora la mia prima figurina, era Guarneri Aristide, pilastro dell’Inter di HH e di Facchetti). Nomi che ci parlano di un altro calcio e soprattutto di un’altra Italia, impegnata nel difficile passaggio dalla sua dimensione contadina verso una modernità tutta da scoprire e da capire. Ecco, in questo bel libro dedicato al più forte terzino sinistro del nostro calcio (94 presenze in nazionale, fu per qualche anno il record in azzurro, battuto poi da Dino Zoff) il pregio maggiore di Arcidiacono è essere riuscito a raccontare - attraverso le cavalcate sulla fascia e i gol di Facchetti - la nuova dimensione del nostro Paese. E’ la storia di un ragazzo nato in piena seconda guerra mondiale, siamo nel 1942, a Treviglio, venti chilometri da Bergamo, che alle elementari scrive in un tema di voler fare da grande il muratore, che invece si rivela presto essere un grandissimo atleta - gioca a pallavolo, pallacanestro, è bravissimo nella corsa - che passa a 15 anni il provino dell’Atalanta (ma per il padre è troppo piccolo per lasciare la famiglia) ma che viene poco dopo notato dall’Inter, dove a capo delle squadre del settore giovanile c’era un certo Giuseppe Meazza, e fu probabilmente la sua carismatica presenza a spingere i Facchetti al sì decisivo. Il resto fa parte della storia del nostro calcio, della Grande inter di Helenio Herrera, che vide subito in quel ragazzo così alto e veloce il futuro campione, tanto da farlo debuttare in serie A a 18 anni, a marcare Ghiggia contro la Roma. Con Facchetti nasce la figura del terzino fluidificante, capace di segnare 59 reti in serie A - per Gianni Brera, che lo chiamava Giacinto Magno, era un delitto tenerlo così lontano dalla porta avversaria - un centravanti difensore che vinse tutto con i nerazzurri, diventando nel contempo una bandiera della Nazionale, con il trionfo all’Europeo del 1968 e il leggendario secondo posto mondiale di Messico ’70. La favola di un uomo diventato campione nel solco della correttezza e della lealtà, principi che poi ha portato con sé anche nella seconda fase della sua carriera, da dirigente dell’Inter. Arcidiacono non tralascia certe zone d’ombra legate al nome di Facchetti negli anni più bui della rivalità con l’inter e dello “scudetto degli onesti”, resta l’immagine di un testimone del tempo, involontario ma rappresentativo, tra i calciatori più amati di ogni tempo, come ricorda Paolo Condò nella sua bella prefazione citando Giovanni Arpino: «Vorrei che ogni famiglia italiana avesse un figlio come lui, saremmo un Paese diverso e senza il novanta per cento dei nostri guai».
IL TERZINO CANNONIERE, le gesta di Giacinto Facchetti nell’Italia che cambia; di Massimo Arcidiacono, Zolfo Editore, 214 pagine, 16 euro.


C’è questo aneddoto. “Un giocatore, uno che di solito si limitava a scaldare la panchina, inanella una striscia di buone prestazioni. Forse è riuscito finalmente a sfondare a e ritagliarsi un posto nella lega. Il che significa garantirsi una sicurezza economica e scampare una malinconica carriera in Europa. Il suo vicino di armadietto è un veterano con il posto assicurato. Ad un certo punto, Panchinaro disputa una brutta partita. Poi un’altra. E un’altra ancora. Dopo la sua terza cattiva esibizione, il veterano sposta parte delle sue cose nell’armadietto di Panchinaro, che si scaglia contro di lui, ed i compagni devono dividerli. «Avevo solo bisogno di spazio», ripete il veterano, con un sorrisetto. L’allusione è chiara, non durerai a lungo in questa lega, e quindi calpesto il tuo cadavere ancora caldo. Il debole viene sempre mangiato. Il panchinaro era Justin Holiday, che poi si è ritagliato un posto dignitoso nella lega, il veterano Andre Iguodala, che durante il suo regno ai Golden State Warriors ha continuato a dare addosso ad ogni giovane compagno”. Benvenuti nella NBA, “una fortezza sotto assedio, dove spuntano di continuo nuove squadre che cercano di dominarvi, di uccidervi. Vogliono vincere, ma non solo. Vogliono tutto ciò che vi spetta di diritto”. E’ l’altra faccia del campionato più importante di basket, dove non si contano i colpi bassi, dentro e fuori del campo, dove sopravvive, in un riflesso darwiniano, solo il più forte. In questo contesto feroce, Shewood Strauss, giornalista sportivo che conosce bene il basket, e che tra l’altro è nato a Oakland, racconta la storia recente dei Golden State Warriors, dall’arrivo in panchina di Steve Kerr, nel 2014, alle cinque finali di seguito raggiunte dal 2015 al 2019, spinti dalle prodezze in particolare degli “splash brothers”, Stephen Curry e Clay Thompson. Ma il vero protagonista, a cui è dedicata anche la copertina anche se da un paio di anni si è trasferito a Brookline, è Kevin Durant, stella tra le stelle, protagonista di due trionfi (e due volte MVP delle Finals) però mai particolarmente amato dai compagni e forse anche dall’ambiente, malgrado avesse contribuito a fare dei Golden State una squadra pressoché imbattibile, capace nel 2017 di conquistare i play off con l’incredibile record di 16 vittorie e una sconfitta. Le gelosie, le pressioni, le sfide con LeBron, il trash talking (KD che beffa Dwayne Wade, 193 centimetri di altezza, e poi gli urla in faccia, “sei troppo basso…”) le ultime stagioni deludenti anche a causa dei tanti infortuni, e una incredibile guerra delle… scarpe con Curry. Antipatico e pressante come ogni giornalista dovrebbe essere (“Vai a fare in culo tu, le tue fonti e il tuo libro. Quanti soldi mi dai per il mio capitolo?”, uno dei messaggi recapitatagli da Durant), Sherwood Strauss ci regala un avvincente racconto, sul trionfo e la caduta (anche se l’inizio della nuova stagione sembra riportarla ai livelli dei vecchi tempi) di una delle squadre più forti della moderna NBA.
I GOLDEN STATE WARRIORS, la macchina della vittoria; di Ethan Sherwood Strauss, edizioni 66THA2ND, 220 pagine 17 euro.


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