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Le Olimpiadi sotto spirito

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Cristiano Gatti
Cristiano Gatti

5 min

Pubblicato il 03.02.2026, 08:57

I Giochi friggono. Si leggono annunci mirabolanti di appuntamenti iperbolici, teste regali e Vippissimi tatuati in fila solo per esserci, caminetti accesi negli chalet più esclusivi, feste e pacchetti ospitality smaccatamente holliwoodiani (in qualche caso, anche cinepanettoni), non parliamo della cerimonia d’apertura, puntualmente dipinta come la più di tutti i tempi, perché noi ci metteremo l’estro e la cultura che solo gli italiani sanno mettere in pista (?). Orgoglio nazionale, afflato identitario, compiacimento sovranista: c’è tutto. Anche stavolta, per la sobrietà se ne riparla un’altra volta. 

In tutto questo, diventa davvero patetico buttare lì la solita domanda: ma lo spirito olimpico? Su, vediamo anche di piantarla con questa foglia di fico. Se per spirito olimpico intendiamo una certa verve comica, direi che gode di ottima salute, se invece intendiamo quello degli ideali, direi che è morto stecchito. Certo il decesso non è di qui e adesso, il decesso per assassinio risale già a tanti anni fa. Stupisce sempre però che nel mezzo di questo marketing d’alto bordo si cerchi immancabilmente di infilare la copertura farisea dell’ideale olimpico. Dai, cosa c’entra questa fiera internazionale della vanità, questa mangiatoia economica, questo lusso cercato ed esibito, con lo spirito primordiale delle Olimpiadi. Da come ce la raccontano i trombettieri e le fanfare dei capi, le agenzie di pubblicità e gli uffici stampa, viene fuori più Terrazza Sentimento che Olimpiade. 

Tra tutte le montature e le manipolazioni ruffiane, la più bella resta sicuramente questa dell’Italia che respira di nuovo l’eccitante atmosfera di Roma 1960. Torno a dire: è spirito olimpico, perché fa piegare in due dal ridere. Impossibile ricreare artificialmente in laboratorio quel clima. Padri e nonni, l’Italia ragazza di allora, non se la fanno raccontare. Quella cosa l’hanno provata davvero e non la dimenticano nemmeno sotto i colpi del rimbambimento incipiente. Quel clima era meraviglia, incanto, stupore.  
Era l’impossibile che diventava possibile. Era un mondo che si apriva. Era scoperta. Era Abebe Bikila che vinceva la maratona correndo a piedi nudi sui sampietrini eterni. Erano le notti stellate spalancate sull’infinito del domani inimmaginabile... 
E poi. Andare avanti significa lasciarsi sempre indietro qualcosa: la società come il singolo uomo cresce dall’età bambina all’età disincantata, più cinica e più disillusa, ogni passo sempre più difficile assaporare certe meraviglie. Si alza in continuazione l’asticella delle emozioni, sempre più su, sempre più in là. E così siamo ad oggi, nei tempi completamente diversi di oggi. I nostri figli e i nostri nipoti non proveranno mai quello che hanno provato i padri e i nonni correndo in tinello la mattina di Natale, o di Santa Lucia, o della Befana, spalancando gli occhi e lanciando un grido di gioia per un paio di guanti nuovi, una beretta, qualche mandarino e una manciata di zuccherini a forma di carota... 
Anche provando a rimandare indietro il motore della storia, sparacchiando in tv raffiche di immagini seppiate con Abdom Pamich ed Eugenio Monti, è sicuro che non si possa più riportare qui quel clima, con quelle sue emozioni vergini, semplicemente perché il nostro macchinario spirituale non è più in grado di produrre quel livello di stupore infantile. È un processo naturale, bello o brutto che sia. Ci sarà un motivo se l’arrivo del primo uomo sulla luna ha sconvolto lui e il mondo come fossero tutti primitivi davanti al primo fuoco, mentre il decimo o il centesimo non smuoveranno più nessuno. A un certo punto, finisce l’età dell’innocenza. 
E allora andiamo a vederceli, questi Giochi invernali, magari concedendoci il lusso - ormai il vero lusso – di prenderci a palle di neve appena scesi dalla macchina. Però basta con queste fesserie della replica di Roma 1960, del suo romanzo seppiato. Sono cambiati i tempi, con loro l’estetica e il costume, la cultura e i valori, ma si fa prima a dire che siamo cambiati noi. Milano Cortina non potrà mai essere Roma 1960. Quell’Italia bambina, ingenua e sempliciotta, è diventata adulta e sofisticata, o forse sarebbe più onesto dire vecchia, con tutto quello che significa. Magari è meglio questa. Tu chiamale, se vuoi, evoluzioni. Ma resta forte la sensazione di esserci comunque persi qualcosa, e non c’è verso di ritrovarla più.  

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