Carlo Mornati, l'intervista: "Fame di altre medaglie"

Quattro Olimpiadi da atleta, argento a Sydney 2000 nel 4 senza di canottaggio. Oggi assiste gli atleti e li supporta
Paolo De Laurentiis
Paolo De Laurentiis

7 min

Pubblicato il 17.02.2026, 10:12

Quattro Olimpiadi da atleta, argento nel 2000 a Sydney nel quattro senza (parliamo di canottaggio), segretario generale del Coni, capo missione a Milano Cortina, capo della preparazione olimpica. Se c’è un uomo a cinque cerchi nel mondo dello sport italiano, è Carlo Mornati. Entrato nella preparazione olimpica con Petrucci presidente («Lo ringrazierò tutta la vita»), ha attraversato la gestione Malagò («Gli sono riconoscente, mi ha dato carta bianca») e ora sta vivendo l’èra Buonfiglio («Ha ragione quando dice che il segreto del nostro successo è nel lavoro di persone che alimentano la passione per lo sport»). I Giochi sono una macchina complessa da governare, Milano Cortina ancora di più anche se il suo senza pratico gli fa smontare qualche luogo comune. «Parliamo di Olimpiadi diffuse, ma i Giochi invernali hanno sempre avuto questa caratteristica. Con Milano Cortina sono solo aumentate le distanze. Se pensiamo a Torino 2006, Vancouver 2010 o recentemente Pechino 2022, non è che si gareggiasse solo nello stesso posto».

Il primo giorno in cui il Coni ha messo la testa su Milano Cortina?

«La preparazione olimpica è una ruota che gira in continuazione. L’idea, nata nel 2016, era che i Giochi avessero per il Coni una vita quotidiana, altrimenti diventava una sovrastruttura».

10 anni dopo la missione è compiuta?

«Con Parigi 2024 siamo arrivati alla definizione di quel progetto. Ora stiamo già finalizzando Los Angeles 2028».

La continuità come si è sposata con il cambio di presidenza del Coni?

«Questa è una macchina molto rodata, tutti sono importanti e nessuno indispensabile a partire da me. La parte politica è slegata dalla parte organizzativa, il problema magari è se tu interrompi questo processo, ma non è stato questo il caso».

Stupito dei successi di questi giorni?

«In realtà no. Dal punto di vista statistico siamo in linea: su 116 gare negli ultimi quattro anni siamo saliti sul podio in 65 eventi, in 75 siamo entrati tra i primi quattro».

Quindi altre medaglie?

«Ho un’analisi alla quale non ho voluto dare troppo risalto e che sto spuntando giorno per giorno: in 61 delle 116 gare potenzialmente potremmo salire sul podio. Non vuol dire vincere 61 medaglie ma comunque essere lì. Poi l’Olimpiade è diversa».

Chi le vince?

«Chi si adatta meglio: l’Olimpiade cambia i valori in campo».

Il Coni cosa fa da questo punto di vista?

«Prendiamo Cortina: io ho dormito qualche giorno al villaggio ma per raggiungerlo devi uscire da Cortina, lasciare la macchina e fare un pezzo a piedi. Una routine che fatta tutti i giorni logora. Avere il quartier generale in albergo cambia le cose: mentre gli altri atleti sono in fila alla mensa per mangiare, i nostri sono in camera a riposare. La preparazione olimpica è fatta anche di un supporto logistico molto profondo».

Distribuire tutto questo su tutto il nord Italia è stato un problema?

«La nostra macchina ha dato il meglio. A fronte di 196 atleti, qui ci sono 217 “officials” tra tecnici, preparatori, personale Coni. Gli altri Paesi ne hanno la metà. In questo modo possiamo assistere meglio gli atleti anche se governare tutta questa macchina in aree geografiche così distanti tra loro è complesso. È il mio lavoro».

Dieci discipline sul podio, un record.

«Credo che possiamo aggiungere ancora qualcosa. Entra lo ski-cross, nel bob abbiamo fatto passi avanti. Siamo intorno al quinto posto, se alla fine dovesse arrivare una medaglia non sarebbe uno scandalo».

A proposito di bob: la tanto discussa pista di Cortina.

«Era una struttura abbandonata. Secondo me è stata una grande occasione colta: avranno abbattuto degli alberi ma ne hanno ripiantati 10.000. Ora c’è un impianto all’avanguardia in un contesto naturale di tutto rispetto».

Fuori dal grande evento, la preparazione olimpica come lavora?

«È un ecosistema dove dentro c’è tutto: dai centri di preparazione olimpica di Roma, Formia e Tirrenia, all’Istituto di medicina e scienza dello sport. Lavoriamo in modo costante con le federazioni durante tutto il quadriennio. Dove non arrivano loro, ci siamo noi».

La diffidenza degli anni passati è superata?

«Sì. Mi piace fare l’esempio del curling: nessuno lo conosceva, lavoravano in banca e la partita più sentita era Cortina contro Pinerolo. Non si parlavano. Trovare la chiave per entrare in un ambiente molto chiuso cambia le prospettive: abbiamo cominciato a lavorare con preparatori, allenatori, Istituto di medicina e scienza dello sport. E abbiamo vinto le Olimpiadi. Con Armin (Zoeggeler, dt dello slittino, ndr) siamo entrati subito in sintonia e a quel punto è facile crescere, far entrare l’ingegnere, il tecnico in più. Ti si apre un mondo. Stesso discorso con lo skeleton, che era scomparso e assieme alla Fisi lo abbiamo ripreso per i capelli: siamo arrivati quinti».

La chiave futura?

«Lavorare direttamente nei nostri impianti. E, certo, avremmo bisogno di soldi per investire in strutture e ricerca».

Quali saranno le criticità di Los Angeles?

«Città grandissima e gli americani dal punto di vista organizzativo sono molto basici. Pensano di usare Ucla come villaggio e già lì è un problema, con una residenza universitaria senza aria condizionata. Ora stiamo individuando un pre-training camp dove poter stare tutti, come fu a Tokyo per Tokorozawa. E se non vengono individuati dei villaggi satellite, ne creeremo di nostri».

Mornati si dà qualche merito?

«Quattro Olimpiadi mi hanno fatto capire quali sono le cose importanti da curare. Ma non mi sono inventato niente, gli ingredienti erano tutti lì, ho solo cercato di metterli insieme».

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