Milano-Cortina, dietro il rientro in gara: Montani e la medicina che accompagna gli atleti

Dalla sicurezza ai dati, dal recupero alla prevenzione: il vicepresidente della Commissione Medica FISI racconta cosa significa davvero riportare un atleta al massimo livello
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Cortina, primo pomeriggio. Le piste sono ancora vive, l’atmosfera olimpica si respira ovunque. Incontro Giovanni Montani, vicepresidente della Commissione Medica della Federazione Italiana Sport Invernali, per una chiacchierata che va oltre il risultato e provo a raccontare cosa succede davvero dietro una gara, dietro un rientro, dietro una medaglia. Il punto di partenza è inevitabile: il ritorno in gara di Federica Brignone dopo un infortunio importante, culminato con due ori olimpici. "Dipende fondamentalmente dall’atleta – spiega Montani –. Il nostro compito è accompagnarlo fino alla guarigione clinica. Poi, una volta dato l’ok medico alla ripresa degli allenamenti, inizia il lavoro pre-agonistico. Ma il resto lo fa l’atleta. L’80% del merito è suo". Un’affermazione che pesa, detta da chi segue la salute degli atleti ai massimi livelli. Perché tornare in gara non significa automaticamente essere pronti a vincere. "Sono due cose diverse – chiarisce Montani – e la differenza è sottile ma fondamentale".

Dalla terribile caduta al super recupero di Federica Brignone

Il ricordo personale rende tutto più concreto. "Il 3 aprile 2025 ero a Moena quando Federica si è infortunata. L’ho accompagnata in ospedale e, sinceramente, non avrei mai pensato di rivivere una situazione del genere dopo una Coppa del Mondo vinta". Eppure, qualcosa lo aveva colpito: "Quando ho saputo che aveva accettato di fare la portabandiera ho capito che le cose potevano andare molto bene. Conoscendola, non lo avrebbe mai fatto se non fosse stata convinta di poter gareggiare davvero, senza togliere spazio a nessuna compagna"

Dal punto di vista medico, l’ingresso in un contesto olimpico non stravolge il lavoro quotidiano. "Non cambia granché – racconta Montani – se non per una serie di adempimenti medico-legali e normativi, dalle visite di idoneità ai protocolli antidoping, che durante il periodo olimpico diventano ancora più stringenti. Per il resto, come sempre, in pista ci vanno gli atleti"

Quando si parla di prevenzione, però, il discorso si fa più tecnico. Nello sci alpino il bersaglio principale resta il ginocchio, in particolare il legamento crociato anteriore. Ma non solo. "Stiamo osservando un aumento di lesioni a mano e polso per l’impatto con i paletti, perché le velocità sono cresciute moltissimo. Qui a Cortina si sono toccati anche i 140 km/h". I traumi lombari acuti sono diminuiti grazie all’introduzione obbligatoria dell’airbag, ma crescono le patologie croniche: "Discopatie dovute alle vibrazioni trasmesse da piste sempre più ghiacciate e irregolari". 

Il database per la prevenzione degli atleti

In questo scenario, i dati diventano centrali. "Nella nostra Federazione questo percorso è iniziato da anni – spiega Montani –. Abbiamo costruito un database con dati longitudinali sugli atleti: performance biodinamica, parametri biologici, esami ematici e ormonali. Più informazioni si hanno, meglio si può intervenire in ottica preventiva". 

Il rientro in gara resta il momento più delicato. "Dipende dal tipo di infortunio e dall’impatto sul gesto tecnico – chiarisce –. Una frattura alla mano e una al ginocchio possono avere tempi di guarigione simili, ma conseguenze completamente diverse sulla performance. E poi bisogna sempre valutare se c’è stato un trauma cranico: per le commozioni cerebrali abbiamo introdotto test obbligatori, come già avviene in altri sport". 

E quanto contano le sensazioni, il percepito dell’atleta? "Contano, ma va sempre messo in dialogo con la valutazione clinica. Non esiste una regola valida per tutti. Ci sono atleti clinicamente guariti che non tornano più quelli di prima, e altri che vogliono rientrare prima ma il fisico li frena. È un equilibrio continuo tra sensazioni e dati". 

Guardando al futuro, l’eredità di Milano-Cortina passa soprattutto dalla sicurezza. "Molto è stato fatto, ma serve più uniformità – conclude Montani –. I dati sanitari circolano ancora con difficoltà, i protocolli non sono sempre condivisi. Se le regole non sono uguali per tutti, il rischio è penalizzare gli atleti". 

Un messaggio chiaro: la medicina sportiva del futuro non può essere frammentata. Deve essere coordinata, basata su dati condivisi e su decisioni comuni. Perché dietro ogni grande rientro, prima ancora che una vittoria, c’è un sistema che deve funzionare.

Francesca Brienza

 


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