Milano-Cortina, quando il backstage conta quanto la medaglia
Cortina, Villaggio Olimpico. In questi giorni l’aria è quella delle grandi occasioni: concentrazione, tensione, entusiasmo. È facile lasciarsi catturare dalle medaglie, dalle immagini che scorrono veloci e che raccontano il successo. Ma raccontare le Olimpiadi significa anche fermarsi un passo indietro, entrare nel backstage, provare a capire cosa rende possibile una prestazione prima ancora che una vittoria.
È con questo spirito che ho incontrato Gian Mario Micheloni, ortopedico, consulente per il pattinaggio di velocità su ghiaccio e figura chiave nei meccanismi sanitari che accompagnano gli atleti durante un evento come Milano-Cortina 2026. In questi giorni, il suo lavoro – come quello di molti altri professionisti – si svolge lontano dai riflettori.
Nella nostra intervista una cosa è emersa subito con chiarezza: siamo molto bravi a curare gli infortuni, a intervenire quando il trauma c’è già stato. Ma possiamo, e dobbiamo, fare di più sulla prevenzione. "La prevenzione parte dalla raccolta dei dati", mi ha spiegato. Ed è proprio questo uno dei punti centrali di questo percorso: utilizzare un evento come le Olimpiadi non solo per competere, ma per raccogliere informazioni, creare memoria, migliorare la sicurezza degli atleti prima, durante e dopo la gara.
I dati sugli infortuni, sui carichi e sulle caratteristiche fisiche degli atleti
"A Milano-Cortina è già in corso una raccolta strutturata di dati, sia dal punto di vista sanitario sia ortopedico. Dati sugli infortuni, sui carichi, sulle caratteristiche fisiche degli atleti. Informazioni che, se condivise e lette nel tempo, possono davvero fare la differenza. Perché prevenire significa ridurre il rischio, non eliminarlo, ma farlo in modo consapevole".
Entrando più nel merito degli sport invernali, Micheloni mi ha raccontato quanto il gesto tecnico condizioni il tipo di infortuni. Nel pattinaggio di velocità su pista lunga, ad esempio, gli atleti lavorano con anca e ginocchio flessi, busto inclinato in avanti, grandi volumi muscolari sugli arti inferiori. Non sorprende quindi l’elevata incidenza di problemi lombari, di ginocchio, di patologie legate alla trazione dei grandi tendini. Studiare le patologie sport-specifiche, mi ha spiegato, è possibile solo seguendo l’atleta passo dopo passo, conoscendo davvero il gesto tecnico.
Un passaggio fondamentale è legato alle decisioni cliniche prese nei primi minuti dopo un infortunio. In un contesto come quello olimpico nulla è lasciato al caso: percorsi definiti, gestione della temperatura, scelta del luogo più adatto per il trattamento. Ma soprattutto, una parola torna continuamente: collaborazione. Tra staff tecnico, medici delle squadre, strutture ospedaliere e organizzazione perchè senza una comunicazione chiara e condivisa, il rischio è perdere tempo prezioso. Anche sul fronte della sicurezza in gara, il lavoro è costante. Se su uno stesso tracciato si verificano infortuni simili, il confronto è immediato per capire se esistono criticità strutturali. Nel pattinaggio, dove l’anello di gara è sempre sotto controllo visivo, intervenire è più semplice, ma in altre discipline invernali come lo sci alpino lo è meno. Tuttavia, il principio resta lo stesso: osservare, confrontarsi, correggere.
Guardando oltre queste Olimpiadi, l’eredità più importante non può che essere culturale. La sensibilizzazione alla prevenzione, la divulgazione della pratica clinica, la condivisione delle esperienze. Raccontare cosa funziona e cosa no. Perché una medicina sportiva davvero efficace non può essere un’esperienza isolata del singolo professionista, per quanto competente.
“In questi giorni, tra una gara e l’altra, ho avuto la conferma che in Italia le competenze non mancano. Anzi, sono spesso di altissimo livello. La vera sfida è farle dialogare, metterle a sistema, basare le decisioni su evidenze fattuali, su dati specifici e confrontabili nel tempo. È lì che il backstage diventa davvero parte del risultato".
Forse è anche questo il senso più profondo di Milano-Cortina 2026: non solo una collezione di medaglie, ma un’occasione per imparare, condividere e costruire un futuro in cui la sicurezza e la salute degli atleti contino quanto il podio.
Francesca Brienza