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Olimpiadi - A Rio in fuga dall'orrore

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A Rio per la prima volta ci sarà una squadra composta da dieci atleti scappati a guerre e violenze: sotto la bandiera del CIO

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 di Leandro De Sanctis

lunedì 1 agosto 2016 16:04

L’iniziativa fu annunciata lo scorso 2 marzo. Il Cio avrebbe consentito di partecipare all’Olimpiade di Rio de Janeiro un gruppo di atleti selezionati tra i rifugiati, ovvero atleti e atlete in fuga dagli orrori delle guerre e delle violenze che all’improvviso si sono ritrovati in un altro luogo, ad inseguire una vita nuova più che una vittoria, un podio, una medaglia. Lo sport ritiene sempre di essere un’isola felice e troppo spesso vive nella sua bolla artefatta, avulsa dal mondo reale. Per una volta, però, la finestra si è aperta per consentire di affacciarsi sulla vita vera, sui dolori di chi lotta per la sopravvivenza. E non per sport.
   
NEL NOME DI SAMIA. Quattro anni fa, ai tempi di Londra 2012, il mondo apprese la triste storia di Samia Yusuf Omar, la ragazza somala che dopo aver corso i 200 metri ai Giochi di Pechino 2008, quando aveva solo 17 anni, sognava l’Olimpiade di Londra, ma il 2 aprile 2012 affogò nel Mar Mediterraneo, mentre cercava di raggiungere Lampedusa. La sua storia ha ispirato un libro («Non dirmi che hai paura» di Giuseppe Catozzella) e una canzone di Massimo Bubola (“Senza Catene”). Inevitabile ripensare a lei nel momento in cui il Comitato Olimpico Internazionale ha varato questa iniziativa che in questi giorni a Rio de Janeiro è diventata una bella realtà. Arrivati in Brasile e poi al Villaggio, gli atleti della squadra dei rifugiati sono andati come normali turisti a visitare la statua del Cristo del Corcovado. Hanno scattato foto, ammirato il panorama, fraternizzato e rilasciato autografi ai turisti. La squadra è uno spot vivente che può contribuire a richiamare l’attenzione su problematiche drammatiche ma anche solleticare certi governi di certi Paesi a comportarsi diversamente con gli atleti, a fare qualcosa di concreto.
    I rifugiati sono sicuramente dei campioni di vita, perchè fare sport, sognare ancora traguardi sportivi quando tutto attorno costringerebbe a pensare solo a sopravvivere, è qualcosa di estremamente coraggioso. Yiech Pur Biel, 21enne sud sudanese specialista degli 800 metri sostiene che «La partecipazione ai Giochi dovrebbe essere un messaggio per i nostri leader: la bandiera del Sud Sudan avrebbe potuto sventolare all’Olimpiade al posto di quella del Cio che ci accoglierà. Dovrebbero considerare il futuro della gioventù, utilizzare il talento dei giovani per costruire un’immagine da mostrare all’estero».
    La squadra dei rifugiati è stata spesata dal Cio in tutto e per tutto, nella cerimonia inaugurale dei Giochi sfilerà per penultima, prima del Brasile organizzatore. Il Team è stato affidato a Tegla Loroupe (prima africana a trionfare alla Maratona di New York) che guida una Onlus per la pace che opera nel campo keniota di Kakouma (180.000 rifugiati, il più grande del mondo). Dei dieci selezionati, cinque provengono dal Sud Sudan, un maratoneta dall’Etipia, due del judo dal Congo, due nuotatori dalla Siria (Yusra Mardini, 18 anni, e Rami Anis, 25). Yusra Mardini ora vive in Germania: in Siria faceva la bagnina, un anno fa scappò a nuoto dalla guerra civilia, insieme con la sorella, raggiungendo l’isola di Lesbo spingendo un gommone strapieno di migranti che stava per ribaltarsi in mare.
    Il presidente del CIO, Thomas Bach, ha spiegato: «Abbiamo fatto questa operazione perché è assolutamente necessario mandare un messaggio positivo a chi sta vivendo una tragedia immensa».
   
LA POSTINA. In squadra avrebbe dovuto esserci anche la stella iraniana del taekwondo Raheleh Asemani, che in Belgio viveva lavorando come postina. Fu la prima ad entrare nel Team, perchè le lungaggini burocratiche sembravano doverla penalizzare ai fini della naturalizzazione e della conseguente inclusione nella squadra olimpica.
    Ma in extremis il Belgio, che nel frattempo deve aver scoperto quanto brava fosse e quante chances avrebbe avuto di salire sul podio a Rio 2016, dovrebbe aver fatto in tempo a completare le pratiche per accettarla come cittadina belga. In tempo per una possibile medaglia, naturalmente.

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