Vignali: "Sul podio volevo tutti, la vittoria è collettiva"
Fa subito una premessa d’obbligo: «Io dico un sacco di battute». E che problema c’è. Fabrizio Vignali corre e scherza come forme di resistenza. «In ospedale sono sempre quello che fa più ridere di tutti, anche se sono io il colpito». Colpito, per usare le sue parole, cioè da vent’anni affetto da sclerosi multipla. Ma non corre via, corre verso: verso tutte le persone «colpite dalla bestia», come dice lui. «Perché le mie vittorie non sono mai state soltanto mie, ma di tutti noi». Vignali lo sport ce l’ha dentro da sempre: da adolescente ottiene buoni risultati sugli 800 e poi sui 1500 metri, a scuola arriva alle finali nazionali della campestre, al campo scuola corre con la maglia della Virtus Carrara. «Ho gareggiato con tanti campioni, due su tutti: Stefano Mei e Alessandro Lambruschini». Due giganti dell’atletica leggera italiana, di cui diventa anche amico. Nel 2006 arriva la diagnosi che cambia tutto. Vignali non si abbatte e, anche consigliato dai medici, riprende la carriera sportiva. Aggiunge la bicicletta: dal podismo al duathlon, arrivano due Mondiali, due Europei e la medaglia d’oro del Coni al merito sportivo. Nel 2021 il Covid lo fa finire in terapia intensiva: polmonite bilaterale. Da allora non gareggia più ma lo spirito è sempre lo stesso.
Come sta?
«Lotto tutti i giorni. Da quando sono uscito dalla terapia intensiva mi sto ancora leccando le ferite: ora, dal 2024, sto sulla sedia a rotelle. È come tenere un cavallo che vuole correre nella stalla ma penso sempre alle lezioni che mi hanno insegnato i miei grandi maestri».
Chi sono i grandi maestri?
«Quelli che ho incontrato nell’Esercito, nel 1985, e mi hanno insegnato a lottare come uomo prima che come atleta. Ma poi voglio nominare anche il presidente del Club Nautico Marina di Carrara, Carlandrea Simonelli, che mi ha accolto. Lì ho il posto per una piccola barca e spesso esco in mare con gli amici. È un posto meraviglioso».
Ripartiamo dall’inizio, dopo la diagnosi.
«Ho preso un treno in faccia ma non mi sono mai abbattuto. Se ti abbandoni sul divano cadi in depressione, e allora è finita per davvero. Bisogna lottare fino all’ultimo sempre con l’idea che la vita è una cosa eccezionale. Tutto quello che ho fatto è stato per mandare un messaggio».
È da qui che è venuta l’idea di gareggiare nel paraduathlon?
«Sì, ma l’ho sempre fatto perché volevo mandare un messaggio. Quando vincevo una gara, chiamavo a raggiungermi sul podio tutti i ragazzi che avevano partecipato. Siamo insieme in questa cosa e la vittoria è di tutti».
È un messaggio potente.
«Sì. Bisogna sorridere alla vita finché si può, cercare di rialzarsi sempre. Non importa se oggi non ce la fai, riprova domani. La malattia - che io chiamo la bestia - è questa. Non va via, lei avanzerà sempre ma noi non dobbiamo mai mollare. Questo è il messaggio che voglio far arrivare anche a tutti i ragazzi colpiti: fate sport, restate in movimento. Non necessariamente come l’ho fatto io, ma per attivare i muscoli, reagire fisicamente e mentalmente. Altrimenti la coperta diventa sempre più corta».
Qual è stato il momento più bello?
«Nel 2009, a Concord, in North Carolina, quando ho vinto il Mondiale di para-duathlon. Entrare tra gli applausi, vedere la bandiera, cantare l’inno... E poi riconoscersi su quegli schermi giganti: in America è tutto più grande, fa un certo effetto sapere che ti stanno guardando tutti. Ma soprattutto stare insieme agli altri ragazzi, come le dicevo, tutti sul podio».
Lei ha vinto anche un altro Mondiale, l’anno dopo a Edimburgo, e due Europei, nel 2009 a Budapest e nel 2010 a Nancy.
«Qualche soddisfazione me la sono levata. E l’ho anche data. Una volta un dottore mi chiese: “Ma come fai?”. Risposi: “La nascondo bene”».
Il momento più buio?
«Quando ho avuto il Covid e poi ho capito che non avrei più potuto fare sport. Ma ho lottato per restare vivo e finché la malattia non mi dirà basta non getterò mai la spugna. Voglio continuare ad aiutare le persone. E ad aiutare anche me stesso. Mi garba aiutare le persone come me».
Lo sport ha un valore importante in questo.
«Lo sport mi ha salvato la vita, letteralmente. Non solo per quello che mi ha permesso di fare negli ultimi vent’anni ma anche perché i medici mi hanno detto che una persona meno allenata di me non sarebbe sopravvissuta a quella polmonite bilaterale che ho avuto nel 2021».
Quanto restò in ospedale?
«Quindici giorni. Medici e infermieri sono stati i miei angeli. Adesso ce ne dimentichiamo ma fino a pochi anni fa dovevamo tutti avere a che fare con una pandemia. E si discuteva di fondi per la sanità, personale sottodimensionato. Ora non ne parla più nessuno ma il sistema sanitario nazionale è ancora in condizioni disastrose. Le faccio il mio esempio: io devo andare privatamente per fare tutto, non mi posso permettere quei tempi di attesa».
Da cosa dipende?
«Le istituzioni latitano. E non è l’unico ambito in cui succede, succede un po’ ovunque. Basti vedere l’ultimo caso di cronaca successo qui nella mia Massa solo qualche giorno fa».
Si riferisce all’omicidio di Giacomo Bongiorni, aggredito da un gruppo di ragazzi lo scorso fine settimana in piazza Felice Palma a Massa.
«Sì, ma è solo l’ultimo caso. La situazione è fuori controllo, io ho smesso di andare nelle scuole perché ho paura che mi possa succedere qualcosa. Quando andavo, uscivo prima. Le insegnanti mi chiamano spesso ma la situazione che vivono è davvero difficile. I ragazzi fanno a botte, vanno a scuola con i coltelli. Io sono in sedia a rotelle, non mi posso difendere. È davvero molto brutto».
Lo sport può dare una mano anche in questo caso?
«Una volta era così, arrivavano anche aiuti veri, ma adesso non vedo ragazzi che si impegnano, stanno sempre con lo smartphone in mano e se glielo togli impazziscono. Non capiscono che la soddisfazione arriva con il sacrificio. E soprattutto nelle periferie ci sono casi di disagio forte. Io andrei volentieri a insegnare la cultura dello sport. E della malattia, che in Italia manca quasi completamente».
Quale progetto adesso?
«Ho scritto due libri, sto pensando di continuare. Ora posso affidarmi solo alle braccia, vedremo, ma qualcosa farò di sicuro».
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