Il futuro della chirurgia del ginocchio: precisione, recuperi rapidi e percorsi personalizzati

Il dottor Gianluca Camillieri racconta le nuove tecniche  di intervento e i tempi di riabilitazione per sportivi e pazienti comuni
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Pubblicato il 25.09.2025, 16:48

Il ginocchio, per complessità e sollecitazioni, è una delle articolazioni più soggette a infortuni. Ne abbiamo parlato con il dottor Gianluca Camillieri, specialista in ortopedia e traumatologia presso UPMC Salvator Mundi International Hospital a Roma, medico ortopedico per diverse federazioni sportive e consulente del Comitato Olimpico Italiano, che ha illustrato i principali progressi e le prospettive future.

Dottor Camillieri, quali sono gli infortuni più comuni al ginocchio?

«Sono legati alle lesioni meniscali e legamentose, che possono presentarsi sia in forma lieve sia in condizioni più gravi, fino alla rottura completa».

Negli ultimi anni sono state introdotte importanti innovazioni chirurgiche. Quali sono i cambiamenti più significativi?

«La tecnica artroscopica ha portato un miglioramento sostanziale nella precisione dell’intervento. Siamo riusciti a ottimizzare le indicazioni fornite dalla biomeccanica, e oggi possiamo effettuare riparazioni più fini, in particolare sulle lesioni meniscali. Sempre più spesso riusciamo a intervenire senza dover ricorrere a tessuti prelevati da altre parti del corpo, riducendo l’impatto sul paziente».

In caso di rotture importanti, lei consiglia sempre l’intervento immediato?

«Dipende. Nel caso di un atleta professionista, con prospettive di rientro alle competizioni, è fondamentale intervenire subito, soprattutto nelle lesioni multilegamentose. Operare in fase acuta consente talvolta di riparare i legamenti, evitando la ricostruzione con innesti. Per un paziente comune, con attività meno sollecitanti, la scelta può essere più ponderata: si valuta se ricorrere a una terapia conservativa o a un intervento chirurgico mirato».

Quali sono oggi i tempi di recupero rispetto al passato?

«Abbiamo ridotto i tempi di riabilitazione. Se prima erano necessari 5 o 6 mesi, oggi si parla di 3 o 4. Gli sportivi, grazie alla loro preparazione, riescono a rientrare anche più velocemente, mentre per chi non pratica attività agonistica il percorso resta più lungo, ma più rapido rispetto a qualche anno fa».

Come si struttura il percorso di ripresa?

«Si procede per step successivi, calibrati sul paziente e sul tipo di intervento. Non esiste un protocollo unico, ma un programma personalizzato che viene costruito insieme al team di riabilitazione. Io stesso seguo direttamente i pazienti: li rivedo a quindici, trenta, sessanta e novanta giorni, fino a quattro mesi e mezzo dall’intervento, e poi nuovamente a sei mesi, per monitorare i progressi e adeguare il percorso di recupero».

Un’ultima considerazione?

«L’obiettivo è garantire interventi sempre più efficaci, riducendo l’invasività e migliorando i tempi di guarigione. La chirurgia del ginocchio si muove in questa direzione, e il futuro sarà segnato da tecniche ancora più sofisticate, capaci di offrire ai pazienti non solo un recupero rapido, ma anche la possibilità di tornare a una vita attiva e sicura».

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