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Stadio
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Il “mio” giornale

Il commento di Ivan Zazzaroni

Il “mio” giornale

Mi passarono al telefono Paolo Facchinetti, il caporedattore. La distanza e il tono della mia voce in qualche modo lo confusero, tant’è che l’intervista a Socrates, che avevo realizzato a Ribeirao Preto, dove vivevo in quel periodo, autunno del ’79, fu pubblicata a pagina 5 corredata dall’unica foto che avevo inviato: il Magrao era insieme a Wilson Rovéri, un giornalista sportivo brasiliano che abitava di fronte a casa mia.

La didascalia - “Socrates durante l’intervista” – ridusse notevolmente il piacere della pubblicazione: Rovéri aveva almeno trent’anni più di me. Il mio primo e per molti anni unico articolo su Stadio, visto che una volta rientrato in Italia presi altre strade: nel settembre dell’80 cominciai a frequentare la redazione bolognese della Gazzetta dello Sport dove c’erano Silvano Stella, Raffaele Dalla Vite e Athos Evangelisti.

UNA GRANDE SQUADRA 

Ma era Stadio il quotidiano sportivo con il quale ero cresciuto, il giornale della mia città, il giornale del Bologna. Stadio è sempre stato il mio giornale. Adoravo la scrittura di Adalberto Bortolotti, il direttore che qualche anno dopo avrei ritrovato al Guerin Sportivo. Seguivo con passione e un filo di invidia Alfeo Biagi e Ermanno Benedetti, detto il “Pollo”, un toscano pieno di energia, cronista-confidente, informatissimo sulla mia squadra del cuore. Più avanti cominciai ad apprezzare Gianfranco Civolani, il Civ, la sua originalità, il suo impagabile narcisismo. Una storia cominciata con quel piccolo incidente è diventata parte della mia vita non solo professionale. Una storia di emozioni, soddisfazioni, ansie, orgoglio, frustrazioni mattutine superate nel giro di un’ora.

FUSIONE 

Una storia di battaglie, la più importante la raccontò Bortolotti cinque anni fa in occasione del settantesimo compleanno del giornale: «Franco Amodei, che aveva portato il Corriere dello Sport a successi insperati, cercava uno sbocco verso il Nord o forse ebbe semplicemente pietà di un giornale che volevano affogare e si ostinava invece a buttare la testa fuori dall’acqua. L’ipotesi, assolutamente inedita, di una fusione che però mantenesse a ciascuna delle due testate pari dignità anche grafica, era tanto ardita quanto geniale (ma questo lo si capì solo dopo). Stadio si salvò così da una fine ingiusta. Credo che l’operazione sia andata in porto anche perché dalle due parti c’erano due direttori amici come fratelli. Giorgio Tosatti era stato il compagno delle mie notti torinesi, ai tempi di Tuttosport, e da allora non avevamo mai perso i contatti. Ci trovammo a definire un protocollo d’accordo partendo dal presupposto che nessuno avrebbe provato a fregare l’altro. Mica poco. Da ultimo direttore di Stadio mi ritrovai così a primo vicedirettore di Corriere dello Sport-Stadio. Un passo indietro? Forse, ma senza drammi. Diceva il mio vecchio amico Ormezzano che è importante anche saper usare la retromarcia, quando occorre. Intanto Stadio non era morto, alla faccia dei corvi e dei cialtroni, come avrebbe detto Bardelli. E può oggi festeggiare i settant’anni pensando di averne ancora tanti dinanzi».

Gli anni sono diventati 75. Stadio sopravvive alla tecnologia, al web, ai nuovi gufi, alla crisi di un Paese che si è arreso all’incompetenza e all’uno vale uno. Parafrasando Camus, Stadio è l’ultimo posto dove mi sento innocente. Anche grazie a Roberto Amodei, che mi ha dato l’opportunità di rendere ancora più stretto e vincolante il rapporto col Verde più intenso e sincero dello sport italiano.

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