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Stadio
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Abbiamo anche vinto il Festival di San Remo

Nel 1982 a Lucio Dalla venne l’idea di dare un nome alla sua band. E scelse quello della nostra testata…  

Abbiamo anche vinto il Festival di San Remo

La storia è questa. Lucio Dalla aveva svoltato la carriera con l’album “Come è profondo il mare”, e da lì in avanti aveva infilato una serie clamorosa di successi. Sentiva il bisogno di mettersi in stand-by per qualche tempo. «Per aggiornarmi sulla musica moderna» spiegava all’amico Tobia Righi, ormai da tempo diventato suo uomo di fiducia anche per le questioni di lavoro. «Gli dispiaceva, però, l’idea di fermarsi e costringere a uno stop anche i ragazzi della sua band» spiega Tobia «e continuava a pungolarli, perché si mettessero a camminare da soli, sulle proprie gambe. Una sera eravamo alla vecchia edicola di via dei Mille, quella quasi all’angolo con via Galliera. Stavamo acquistando Stadio, e improvvisamente Lucio ebbe l’idea: ecco il nome giusto, disse, si chiameranno così. Stadio».

TOCCA A TOBIA.

Quel gruppo di musicisti accompagnava Dalla già dai tempi dell’album “Anidride solforosa”, del 1975. C’erano Giovanni Pezzoli alla batteria, Marco Nanni al basso e Fabio Liberatori alle tastiere. Gli stessi che poi presero parte alle registrazioni di “Come è profondo il mare”. Nel 1979 si aggiunse Ricky Portera, e alla vigilia dello storico tour di “Banana Republic” con De Gregori arrivò anche Gaetano Curreri alle tastiere. «Quando Lucio ebbe l’idea, la trasmise subito ai ragazzi. Mettete insieme una band autonoma e chiamatevi Stadio. Allora mi permisi di intervenire: guardate, dissi, che se volete utilizzare quel nome dovete chiedere l'autorizzazione a qualcuno, là al giornale. Detto, fatto: alla sede in via Mattei, al secondo piano dell’edificio che ospitava anche Il Resto del Carlino, mandarono me. Furono gentilissimi e apprezzarono il fatto che fossimo andati a chiedere il permesso. L’autorizzazione arrivò di lì a poco, in carta intestata del giornale. I ragazzi potevano usare sia il nome che la grafica. E infatti nell’album d’esordio del 1982 c’è proprio il nome scritto come sul giornale, esattamente uguale».

VINCERE ALL'ARISTON. 

« Furono davvero gentilissimi» ricorda Gaetano Curreri «e quel nome voluto da Lucio ci ha portato fortuna. Abbiamo davvero camminato da soli, e sempre ricordando le nostre origini siamo arrivati a vincere il Festival di Sanremo, quattro anni fa. Un momento incredibile, che allora, quando siamo partiti, non avremmo mai immaginato arrivasse». Dal 1991 gli Stadio non hanno più cambiato formazione. Oltre a Curreri e Pezzoli, ci sono Andrea Fornili alla chitarra e Roberto Drovandi al basso. Da quell’album d’esordio, che conteneva tre brani dalla colonna sonora del film “Borotalco” di Carlo Verdone (“Grande figlio di puttana”, “Chi te l’ha detto” e “Un fiore per Hal”), hanno sfornato pezzi storici come “Acqua e sapone”, “Chiedi chi erano i Beatles” il cui testo era una poesia di Roberto Roversi, “Canzoni alla radio”, “Puoi fidarti di me” scritta da Luca Carboni.

TRA AMICI.

Tobia Righi ne ha conosciuti tanti, di giornalisti di Stadio. «Abitavo in Saragozza, e incontravo quotidianamente Giulio Cesare Turrini, Aldo Bardelli, Ermanno Mioli, che vivevano dalle mie parti. Ero e sono ancora amico di Italo Cucci. Soprattutto, li trovavo ai tavoli del ristorante Cesari, che frequentavano abitualmente come me. Erano persone in gamba, professionisti veri. A Sergio Neri, dopo che ci eravamo conosciuti ai tempi della richiesta, feci anche un favore. Andavo in Spagna a vedere la semifinale dei Mondiali di calcio, Italia-Polonia che si giocò a Barcellona, e mi chiese di portare un po’ di copie del giornale all’inviato De Cesari, che voleva vedere il frutto del suo lavoro stampato sul quotidiano. Consegna effettuata…». Gli Stadio, intanto, hanno continuato a camminare sulle proprie gambe, come voleva Lucio Dalla. Che dopo la pausa di riflessione ha ripreso a mietere successi, e li ha sempre voluti accanto. In quel nome c’è anche tutto l’affetto di un grande creativo per Bologna e i suoi feticci. «Lo Stadio, il Trotto, il Resto del Carlino» cantava in “Dark Bologna”. E l’amore per lo sport, per la Virtus («perché io sarei stato un grande playmaker» confidava, scherzando ma non troppo) e per il suo “Bolognetto”, che quando non era nella sua poltroncina di tribuna al Dall’Ara, in compagnia dell’amico Tobia, seguiva dallo schermo gigante (uno dei primi in assoluto) che aveva fatto piazzare in una sala del suo posto magico in via D’Azeglio, nel cuore della città, quello dove ancora oggi sul campanello del portone d’ingresso campeggia il nome del Commendator Domenico Sputo, a ricordarci la sua irriverente ironia. Ma questa è un’altra storia. Quello che oggi ci piace ricordare è che una delle storiche band della musica italiana porta da sempre con sé il nome di un quotidiano che ha fatto epoca e continua a far compagnia ai suoi lettori, con coerenza e passione. E che sì, alla fine Stadio, quello scritto in verde con l’immagine del vecchio Comunale, oggi Dall’Ara, nella testata, si è portato a casa anche un trionfo al Festival di Sanremo.

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