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Stadio
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Le mutande di Maggioni

Esordì a nemmeno diciotto anni in rossoblù. «Dopo le partite, si andava ad aspettare il giornale di notte al Mottagrill in autostrada…»  

Le mutande di Maggioni

«Facevamo finta di niente, ma ci tenevamo a sapere quello che avevano scritto di noi. Bene o male, sapevamo se avevamo giocato alla grande, appena decentemente o da far schifo, ma aspettavamo di vederlo scritto nero su bianco, e magari se ci avevano dato addosso ci restavamo comunque male…». Eraldo Pecci arrivò a Bologna ragazzino, e appena più grande si trovò gettato nella mischia in Serie A. Era il 3 marzo 1974, gli mancavano una quarantina di giorni ai diciotto anni, Bruno Pesaola stravedeva per lui, anche se quando il ragazzo si scherniva per le sue giocate spiegando che in fondo lui era un giocatore estroso, il Petisso gli rispondeva che in realtà «lei, Pecci, non è estroso, ma estronso…». Il suo modo di manifestargli affetto e ammirazione.

FRESCO DI STAMPA.

Eraldo era uno di quelli che Stadio lo andavano a cercare fresco di stampa. «Dopo le partite, ci davamo appuntamento davanti all’edicola della stazione, dove il giornale arrivava verso le due di notte, ed eravamo sempre tra i primi ad acquistarlo. E quando quell’edicola chiuse, iniziammo a organizzare raid verso il Mottagrill di Sasso Marconi. Non entravamo in autostrada, arrivavamo da dietro, parcheggiavamo vicino al Samantha, la balera sulla Porrettana, ed entravamo dal cancello da cui accedevano i dipendenti. Quello era diventato il posto dove eravamo sicuri di trovare Stadio, appena uscito dalla rotativa».

LA FOTO PROIBITA.

Mille storie, legate a quei brevi viaggi in cerca di notizie, commenti, immagini delle gesta appena compiute. E proprio a un’immagine è lega
Il centrocampista e il “suo” giornale
to uno degli aneddoti che Eraldo ha stampato nella memoria, certamente uno dei più divertenti e… fruttuosi, per lui. «Avevamo giocato contro il Genoa, nel pomeriggio. Dunque, facciamo la nostra consueta macchinata e andiamo a comprare le copie di Stadio. Arrivo a casa, mi metto a sfogliare e vedo una foto bella grande, in cui si vede Fausto Landini inseguito da Antonio Maggioni, difensore del Genoa. Qualcosa non mi torna, in quell’immagine. Guardo con più attenzione e mi accorgo che è involontariamente… audace, nel senso che Maggioni ha una falcata larga da cui si scorge tutto quello che c’è sotto i calzoncini. E anche quello che non c’è. La mattina dopo lo faccio notare ai compagni e mi prendo del visionario. Mi fanno vedere il giornale, e in effetti di quella foto non c’è traccia. Era successo che in redazione qualcuno aveva avuto la vista lunga come me, e nella ribattuta del giornale, la seconda edizione, aveva fatto sparire la foto. Io so di avere ancora la mia copia in casa, mi faccio forte e scommetto la colazione con i “miscredenti”. Naturalmente, vinco: mi hanno pagato a turno cappuccino e brioche per una settimana…».

TURRINI, COME UN PAPÀ.

Altri tempi. Quelli in cui tra chi lavorava con un pallone tra i piedi e chi doveva raccontarlo nascevano anche rapporti di amicizia. Senza filtro, perché un cronista raggiungeva un giocatore con molta più facilità di oggi, magari semplicemente aspettandolo per fare due chiacchiere alla fine dell’allenamento. «Eravamo tutti appassionati. Ognuno faceva il proprio mestiere rispettando quello altrui, e alla fine ci si voleva bene anche quando volavano le critiche e qualche parola più forte delle altre. Nei giorni del mio primo Bologna ero un bimbo, mi ero portato dalla Romagna la mia voglia di pallone e per me avere la maglia del Bologna addosso era un sogno che si realizzava, anche se a volte mi 
divertivo ad andare sopra le righe e in genere la parola non mi mancava mai. Non parlerei di amicizie, in quel periodo, perché quelle sono venute dopo, nella mia seconda avventura rossoblù, quando ormai ero un giocatore esperto. Ma ricordo che c’erano rapporti speciali, come quello che mi legava a Giulio Cesare Turrini, che probabilmente mi si era affezionato perché aveva capito che ero un ragazzino che provava a farsi uomo, e affrontava la Serie A con una spavalderia che era in fondo una sorta di protezione, una speranza di futuro».

I MIEI GIORNI FELICI.

«In generale, a Bologna c’era una stampa di grande qualità, e i giornalisti di Stadio erano punte di diamante. Parlavano di noi veri campioni del mestiere come Italo Cucci e Adalberto Bortolotti, ricordo Giampaolo Patelli ed Ermanno Benedetti, che veniva da Livorno ma si era trasformato in un ultrà rossoblù. Nel tempo ho legato in particolar modo con un amico pieno di ironia, Giorgio Comaschi, che ha un carattere che un poco assomiglia al mio. Bologna è stata la mia prima città da calciatore professionista, ci sono stato alla grande, ho amato e amo i colori rossoblù. E Stadio, beh, Stadio è stato un immancabile compagno di quegli anni felici». 

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