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Dalle Veroniche a Loredana Bertè: i 70 anni di Adriano Panatta

L'alfabeto della carriera dell'icona del nostro tennis: il magico 1976, l'amicizia con Paolo Villaggio, la prima sbronza con Anthony Quinn, la maglietta rossa di Santiago del Cile...

Dalle Veroniche a Loredana Bertè: i 70 anni di Adriano Panatta
© LAPRESSE

Adriano Panatta compie oggi 70 anni. Ultimo campione Slam nel tennis maschile italiano, ultimo vincitore al Foro Italico, ultimo trionfatore in Coppa Davis. Ecco l’alfabeto di una grande carriera con le sue dichiarazioni, tratte da libri e interviste.

A come papà Ascenzio, custode del vecchio Tennis Club Parioli. «Non credevo che Adriano potesse diventare forte - disse una volta - speravo soltanto che fosse un bravo ragazzo, che studiasse e che scegliesse la strada giusta. E’ andata bene».

B come Paolo Bertolucci, il grande amico. «Il nostro è stato un matrimonio sportivo e come tutte le coppie abbiamo litigato - ricorda Paolo - in campo ci mandavamo a quel paese e per un giorno magari non ci rivolgevamo la parola. Poi al secondo giorno Adriano arrivava e mi faceva: “Dai basta, parlami” e si tornava più amici di prima»

C come Claudio Panatta, il fratello - ha compiuto 60 anni a febbraio - arrivato al numero 46 del mondo nel 1984. «Chi andava a vederlo giocare chiedeva se sarebbe stato il nuovo Adriano, mentre lui aveva solo bisogno di essere Claudio, cioè se stesso. Aveva gambe più veloci delle mie e colpi buonissimi. Oggi mi rammarico di non essere stato il fratello che forse lui si aspettava».

D come Patrick Duprè e la sconfitta - probabilmente la più amara della carriera - nei quarti di Wimbledon del 1979. «Ero avanti un set e 4-1 nel secondo, considerai l’incontro già vinto. Mi vedevo in semifinale con Tanner, poi in finale con Borg. Mi distrassi, sottovalutai l’avversario e persi al quinto, infuriato con me stesso».

E come erede, Matteo Berrettini, un altro romano. «L’ho conosciuto che aveva 16 anni. Era di casa all’Aniene, che è anche il mio circolo, e Santopadre mi invitò a dargli un’occhiata. Ne rimasi colpito. Dissi a Vincenzo: “Lo sai di avere tra le mani un giocatore vero, sì?”. E a Matteo regalai una facile profezia: “Fra qualche anno il tuo servizio correrà fisso sopra i 220 orari”. Ma sia chiara una cosa: non c’entro con la crescita di Matteo, quella è merito esclusivo di Santopadre».

F come Roger Federer. «Nella mia classifica relativa al tennis Open, Roger è il numero 1, davanti a Laver, Nadal, Sampras, Djokovic, Borg, McEnroe, Connors, Agassi e Lendl. Lui gioca per vie naturali un tennis di alto livello, rende facili i colpi più difficili. Una volta, a Parigi credo, ero con Pietrangeli in tribuna e lo vidi recuperare di puro polso una bastonata sul rovescio e tradurla in uno scambio a suo favore. Dissi a Nicola: “Hai visto che roba? Lo sai che quel colpo non esiste nel tennis?”».

G come Egidio Guarnacci, centrocampista della Roma, la sua squadra del cuore, degli Anni Cinquanta e Sessanta: «Tifavo per Manfredini, Losi, Angelillo, ma lui mi affascinava particolarmente. Forse perché sapevo che era “romano de Roma”, come me».

H come Hutka, il ceco che ebbe un match ball al primo turno di Parigi ’76, che Panatta annullò con un colpo che ha fatto storia. «Lui tentò un passante di rovescio molto stretto, io mi tuffai e toccai la palla, che superò di un baffo la rete e si smorzò dall’altra parte».

K come Kungliga Hallen di Stoccolma, dove nel 1975 battè in finale Connors, per molti la sua partita più bella. «Jimbo era il primo giocatore del mondo, un sogno diventato realtà. Durante la premiazione piansi».

I come Internazionali d’Italia, vinti nel 1976. «Quell’anno al Foro Italico tutto combaciò, dagli 11 match ball annullati al primo turno a Warwick alla vittoria in finale su Vilas».

L come Loredana Bertè, una delle sue fidanzate più celebri. «Una volta, al cinema, aveva una minigonna talmente corta che spuntava a malapena da sotto la cintura che avrebbe dovuto tenerla su. Una voce irruppe dalla Galleria. “Adria’, e poi te dicono che ’ncampo nun ta reggi in piedi… e te credo. Guarda co’ chi stai!”».

M come la maglietta di colore rosso vivo indossata, con Bertolucci, nel doppio della finale di Davis del 1976, in un Cile preda della dittatura. «Il rosso era il colore della opposizione a Pinochet, di chi ricordava il presidente Allende ucciso dal golpe. Da quel punto di vista fu un’evidente provocazione. “Se ci va bene, ci sparano - disse Paolo prima di scendere in campo - e se va male, non voglio neppure immaginarlo”. Andò bene, vincemmo quel match, la Davis, e nessuno ci sparò».

N come nuoto. «Il tennis arrivò per caso. Io volevo fare nuoto, ma le iscrizioni ai corsi erano già chiuse. “Ti ho iscritto al tennis”, mi disse mio padre. “Vabbè”, risposi, e feci tennis».

O come l’Orso del tennis, Bjorn Borg. «L’ho battuto spesso, lo rintronavo di smorzate e a lui non piaceva quel correre d’improvviso in avanti, soffriva l’avversario che gli frantumava il gioco e io facevo in modo che non dovesse mai ribattere una palla uguale all’altra».

P come Paolo Villaggio, il grande amico di una vita. «Ci siamo conosciuti a Cortina e poi ogni tanto veniva a vedere le partite. Ma io speravo che non venisse, mi distraeva, una volta lui e Tognazzi mi hanno fatto perdere il torneo di Montecarlo, io in campo e loro sugli spalti, irresistibili con le loro smorfie, non riuscivo a stare in partita. Paolo era bello sentirlo parlare, cultura immensa mai esibita, solo una messa in scena continua inarrestabile».

Q come numero quattro del mondo nella classifica dell’Atp, posizione raggiunta nel 1976, anno chiuso poi al settimo posto. Nessun atleta ha fatto meglio nel tennis maschile italiano dell’era open (dal 1968).

R come Roland Garros, «il mio torneo. Il pubblico mi faceva la corte, sentivo gli stessi cori di Roma. Su quella terra battuta ho sconfitto due volte Borg e due volte Nastase».

S come Sofia, così lo soprannominava Di Matteo, ex numero 3 d’Italia. «Negli spogliatoi si metteva davanti allo specchio - ricorda Pancho - e ripeteva, “guardate come sono bello”. E così l’ho chiamato come la Loren…».

T come Tequila, bevuta con Anthony Quinn, celebre attore americano. «A lui devo la prima sbronza. Me lo fece conoscere a Los Angeles Pietrangeli, era amico suo. Una sera, in un ristorante messicano, mi mise davanti al naso un bicchiere. “Non bevo”, dissi io. “Un vero uomo beve vera tequila”, rispose lui. Bevvi, mi ripresi tre giorni dopo».

U come Ungheria, una delle più cocenti sconfitte in Davis, primo turno del 1978. «Prima di scendere in campo a Budapest seppi che la mia società, la General Sport, dove avevo investito tutti i miei soldi, era fallita. Giocai contro Szoke come intontito e persi. L’Italia fu eliminata dopo due finali di fila e la parola più usata dai giornali fu “vergogna, Panatta ha perso da un cameriere“. Szoke era un buon giocatore, quarantesimo del mondo. Cameriere? Aveva rilevato con il padre una ditta di catering…».

V come Veronica, il suo spettacolare smash dorsale, un colpo reso celebre anche dalla definizione di Rino Tommasi. «Lo paragonava al gesto della corrida, quando il torero fa volteggiare la cappa davanti al toro tenendola con due mani, un neologismo azzeccato».

W come Wally Sandonnino. «E’ stata la mia prima insegnante, è lei che ha scoperto in me la stoffa del tennista. L’ho conosciuta a otto anni, quando mio padre mi iscrisse al Coni, e restai con lei fino a quattordici»

Z come Renato Zero. «Era amico di Loredana Bertè. La prima volta che lo vidi era vestito con un completo grigio sfavillante che sembrava metallo, giacchetto, pantaloni e persino scarpe e cappello tutti dello stesso colore. “Anvedi”, faccio a Loredana, “so’ arrivati i marziani”. Era Renato Zero».

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