Sinner marziano in campo, e anche fuori

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Sinner marziano in campo, e anche fuori© EPA
Massimiliano Gallo
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Marziano in campo, e per certi versi anche fuori. Jannik Sinner sta sconvolgendo il tennis perché lo sta portando a un livello di intensità e di velocità fin qui mai toccato. I suoi movimenti e i suoi colpi sembrano scorrere a velocità doppia. Come se fosse un videogame. Gli avversari sono sconfitti soprattutto nell'autostima. La loro resa è innanzitutto psicologica. Progressivamente si smarriscono, perdono fiducia in sé stessi, come se stessero affrontando un extraterrestre. Che invece in ogni sua manifestazione è sempre misurato, sobrio. El Paìs lo ha iscritto alla scuola dei tennisti nordici, da Borg in poi, maestri di compostezza e nel mascherare le proprie emozioni. Anche se Jannik è italiano. Del profondo nord italiano.
Il suo lessico è un mix di semplicità e taoismo. È disarmante nella sua naturalezza, come quando al microfono dopo la vittoria a Miami la prima frase che pronuncia è buona Pasqua. Ma è anche rigoroso. A 22 anni, senza farne sfoggio di presunzione, non perde occasione per sottolineare la ricetta alla base dei suoi successi: il lavoro, l'applicazione. «Nella mia mentalità, senza lavoro non ci saranno mai risultati, o comunque arriva solo un risultato per caso e invece se uno è predestinato per lavorare, i risultati vengono. Questa è un po’ la mia mentalità». E infatti con lui sono sparite le discussioni sulla contrapposizione tra talento e abnegazione. Le ha cancellate dando l’esempio. La sua crescita fisica e i suoi miglioramenti al servizio - tanto per fare i due esempi più evidenti - stanno lì a dimostrarlo.
Il lavoro è la linea guida della sua esistenza da quando aveva tredici anni e lasciò la famiglia per costruirsi il futuro da fuoriclasse. Sinner è un campione universale, quello che un tempo si sarebbe definito cittadino del mondo. È sì italiano ma nel senso di perfetto rappresentante della sua generazione: giovani decisamente meno legati ai confini nazionali, globalizzati con naturalezza, come se non esistesse altro modo di stare al mondo. Il che non significa rinnegare le proprie radici. Quando vinse in Australia, commosse il mondo ringraziando la sua famiglia che gli concesse e protesse la libertà di scegliere la propria strada. E oggi sottolinea che i suoi genitori lavorano ancora. E che lo seguono poco anche perché devono stare vicino ai nonni che sono diventati più anziani. Difficile immaginare un senso più proprio della famiglia.


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