Chang e il consiglio sui social: “I tennisti capiscano cosa leggere e cosa no”. Poi paragona Sinner e Alcaraz a due leggende
«Se le caratteristiche di Tien potranno funzionare contro Sinner e Alcaraz? È vero, Learner non serve come Isner, ma sa essere offensivo, è tatticamente intelligente, ha un buon ritmo, varia molto e sa venire a rete. Il fatto che non sia un picchiatore non è necessariamente un limite: ha tante armi a disposizione ed è fantastico perché possiamo usarle tutte». L’ottimismo è un approccio che lo ha sempre portato lontano ed è bello sentire Michael Chang parlare ancora così. Ex numero 2 ATP e campione del Roland Garros 1989 a soli 17 anni, l’americano ha intrapreso con grande fiducia la nuova avventura come coach di Learner Tien. Il californiano classe 2005, questa settimana sconfitto a Parigi da Rublev, ha vissuto un primo anno da sogno nel circuito maggiore. Poche settimane fa al best ranking di numero 36 ATP, solamente a inizio mese ha giocato contro Sinner la finale dell’ATP 500 di Pechino. Meno potenza pura, più sensibilità, ritmo e varietà: la sfida ideale per Chang, che in passato ha guidato un altro talento atipico come Kei Nishikori.
Partiamo proprio da Pechino e dalla finale con Sinner. Come l’avete vissuta?
«Non solo Jannik, a Pechino ha giocato anche con Cobolli e Musetti: ha affrontato praticamente tutta la nazionale italiana. Quel giorno Sinner ha ovviamente fatto un grande match, ma per l’impegno non posso che dare un dieci a Learner. Era la sua prima finale in un ATP 500 e ci arrivava dopo tanti match tosti. Affrontare questo tipo di campione ti permette di capire tante cose ed è necessario per crescere».
Di Musetti cosa dice?
«Ovviamente anche lui mi ha fatto una buona impressione. Varia tanto il gioco e ha un rovescio a una mano fantastico: cambia velocità, alterna le rotazioni e sa anche venire a rete. Ha un arsenale molto variegato».
Tien piace a tanti, ma non tutti credono possa arrivare con i migliori. Dopo i primi mesi insieme che idea si è fatto?
«Abbiamo passato ancora poco tempo insieme, ma è un ragazzo di grande talento. Fuori dal campo è calmo e rilassato, questo esce fuori anche sotto pressione ed è per questo che penso abbia davanti un bel futuro. Il fatto che non tiri fortissimo per me non è un problema, la sfida più grande è adattare le mie conoscenze per le qualità di un tennista mancino».
Learner ci ha raccontato che è la sua prima esperienza con un ex tennista. Cosa può dare un ex numero 2 del mondo?
«Un coach che sa cosa stai vivendo può essere un grande vantaggio perché sa cosa può funzionare e cosa no. Che sia sul gioco, sulla preparazione prima dei match o sulla gestione mentale di ciò che ti circonda. Quest’anno si è trovato proiettato su palcoscenici importanti ed è importante trovare la giusta routine a questi livelli».
Lei a 17 anni vinse il Roland Garros e non c’erano i social. Oggi quanto sarebbe stato diverso?
«Non saprei dirlo perché tuttora non li ho (ride, ndc). Però i tennisti di oggi devono capire cosa leggere e cosa no; prima magari era più facile con meno fonti a disposizione. Il mio consiglio in generale è “non dovete leggere tutto quello che dicono di voi”».
Sui social spesso si parla di numeri. A lei pesa non essere stato numero 1 del mondo?
«A questo punto della mia vita non fa alcuna differenza e credo che per tanti giocatori arrivi un momento in cui diventa così. Per me le cose importanti oggi sono la mia fede, mia moglie e i miei figli. Non penso a cosa avrei potuto fare di più nella mia carriera, ma sono molto contento di poter aiutare Tien a diventare il miglior tennista possibile».
In Asia ha avuto un ruolo cruciale per il tennis. Secondo lei campioni come Sinner e Alcaraz hanno il compito di ispirare chi li guarda?
«Ognuno vive questa posizione in modo diverso. Roger, Rafa e Nole nelle loro carriere oltre a vincere hanno saputo toccare le vite delle persone con cui hanno interagito. Jannik e Carlos hanno tutto per seguire l’esempio e fare grandi cose per il loro sport e per gli appassionati. In passato ci sono stati tennisti che pensavano solo al campo, di molti di loro non si parla più».
