Pietrangeli e Panatta, gemelli diversi. Adriano: “I litigi? Un gioco…”

Nick e Adriano, il maestro segna un’epoca e l’allievo prima lo raggiunge e poi lo supera. Tifo e censo opposti, ma lo stesso senso per il tennis
Dario Torromeo
5 min

Diversi. Nel modo di giocare a tennis, ma anche in quello di vivere le emozioni. Sul campo, Nicola era meno avventuroso. Preferiva gestire piuttosto che imporre. E quando era necessario, rovescio lungolinea e smorzate per chiudere ogni velleità dell’avversario. Adriano quando era in difficoltà, an dava a rete per far capire, a chiunque avesse davanti, chi fosse il più forte. Spirito aggressivo e “veronica” (una sorta di smash dorsale, copyright Rino Tommasi), erano le specialità della casa. Nicola Pietrangeli è stato il primo mito del tennis italiano. Due volte vincitore del Roland Garros, due volte re degli Internazionali d’Italia. Un signore elegante, in campo e fuori. Erano i tempi degli applausi caldi ma non esagerati, dei gesti bianchi, delle pacche sulle spalle allo sconfitto. Ha aperto la strada. È stato il primo a imporsi come personaggio capace di uscire dai confini dello sport. I risultati raccontano quanto fosse bravo, forte, quasi inarrivabile.

Almeno da noi. L’altro veniva dal proletariato. Un ragazzo legato ai principi politici della sinistra, pronto a prendersi tutto. Sapeva sfruttare la tv, mezzo in veloce evoluzione. Per lui la terra rossa degli stadi diventava il teatro dove mostrarsi al mondo, proprio come una rock star quando libera la sua arte sul palcoscenico. Pietrangeli lo affronta una prima volta, raccontava, senza sapere chi fosse. Adriano lo fa impazzire con le sue smorzate. Nicola lo fissa negli occhi e gli fa: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io!». Nicola, come è andata a finire? «Ho faticato solo il primo set». Sembrava che l’era di Pietrangeli non conoscesse il tramonto, a 37 anni era ancora temibile per tutti nel nostro Paese. Poi, arrivava lui. Due volte consecutive in finale agli Assoluti. A Bologna nel ’70 vinceva Panatta, che di anni ne aveva 20. A Firenze, un anno dopo, ancora Panatta al termine di una partita spettacolare. Nicola giurava di averlo visto nascere, essendo lui socio e giocatore del Tennis Parioli dove Ascenzio, il papà di Adriano, lavorava. «Sono stato l’unico a rimanere in silenzio, battendo le mani, quando Ascenzio ha annunciato la nascita del figlio». E gli altri? «Hanno tutti risposto chissenefrega!». Lungo il cammino della vita sono state più le polemiche che gli abbracci. Ma forse ci giocavano un po’ su.

Credo sia accaduto qualche volta, non spesso. Il passaggio da Nicola ad Adriano è stato traumatico. Il popolo dei puristi vedeva il tennis involgarito, non certo dalla classe pura del romano, quanto dalla folla degli appassionati che, grazie anche alla tv, stava crescendo a dismisura. Non a tutti piaceva questo allargamento della platea. La vittoria nella Coppa Davis del ‘76 in Cile era un passo verso la rottura. Nicola, nelle interviste, in tv e sui giornali, lamentava il fatto che il suo ruolo in quell’occasione non fosse stato apprezzato appieno. «La Davis l’hanno vinta loro, ma non mi riconoscono che sono potuti andare in Cile solo grazie a me. Chi non ha vissuto quegli anni non può capire. Ho ricevuto anche minacce di morte per essermi esposto». Adriano non la pensava esattamente così. Me lo raccontava in una vecchia intervista. «Non volevano che andassimo in Cile, dove il dittatore Pinochet aveva preso il potere tre anni prima e il presidente Allende era stato ucciso. Chi si era dato molto da fare per rendere possibile quell’avventura è stato Nicola Pietrangeli. Ma il caso era politico e toccò a un politico risolverlo. Sembra sia stato Enrico Berlinguer a convincere tutti»

Ad accendere la miccia della tensione è stata la vicenda definita da Pietrangeli, “il tradimento”. Firenze, inizio 1978. «Si è riunita la squadra della Davis con il presidente Galgani. E mi hanno fatto fuori. Adriano poteva difendermi, non l’ha fatto». Panatta ha sempre respinto le accuse. «La verità è che Nicola aveva tutti i voti contro già prima che la riunione cominciasse. Il mio fu l’ultimo, ed era un modo per dire agli altri che ero disposto a condivider e le loro decisioni, a non spaccare il fronte» (da “Più dritti che rovesci” di Adriano Panatta, con Daniele Azzolini). Diversi in quasi tutto, anche nella fede calcistica. Laziale Pietrangeli, romanista Adriano. Accomunati da un particolare. Sono stati due talenti assoluti. Campioni veri. Ieri Panatta ha detto alla Rai. «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo». Amici diversi, in fondo … «Sai cosa è un amico? Uno che ti conosce e nonostante tutto gli piaci» (Vittorio Gassman, Profumo di donna).


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