Cobolli: “Le Finals un sogno. Sinner non l’ho visto male, ma lui sa come gestirsi”
PECHINO - «Le ATP Finals? Non ne ho parlato con Jannik o Matteo. Cerco di non parlarne con i colleghi e con il mio team, la tengo come una cosa mia». Tra scaramanzia e la consapevolezza che sognare a occhi aperti possa diventare controproducente, Flavio Cobolli sa bene dove vuole arrivare, ma preferisce tenere lo sguardo sul presente. E se lo scorso anno, proprio a Pechino, Lorenzo Musetti nei suoi impegni pre-torneo dovette registrare un video da utilizzare eventualmente in caso di qualificazione, Flavio si è quantomeno risparmiato questo obbligo. A meno di 48 ore dal suo arrivo da Londra, dove è stato protagonista in Laver Cup, Cobolli si è già allenato con Francisco Cerundolo e Alex de Minaur in vista dell’esordio di oggi contro Roman Safiullin (2° match sul Centrale dalle ore 5 italiane). Nell’attesa, è diventato quasi normale girare per il National Tennis Center di Pechino e imbattersi in tifosi locali con la maglia della Roma: il più scalmanato si è presentato addirittura con quella di Bove. Non sorprende l’attrazione esercitata dal numero 7 del mondo, che quest’anno gode ovviamente di una popolarità tutta nuova grazie alla finale del Roland Garros e all’ingresso tra i primi dieci. In Asia si presenta da numero 5 della Race e l’artimetica gli consentirebbe di ipotecare la qualificazione già dopo Shanghai. Ma quando glielo fanno notare, Flavio preferisce scherzarci su: «Adesso sento la pressione».
Pressione e cos’altro? Come sta vivendo in questa corsa alle Finals?
«Più che un obiettivo per me è un sogno. Non avrei mai pensato nella mia carriera di poter chiudere l’anno tra i migliori 8. Adesso ho 5 tornei e dovrò spremermi perché un po’ di stanchezza c’è. Ma invece di concentrarmi su questo, voglio pensare a quanto sarebbe divertente giocare lì. In passato sono stato alle Finals per eventi con gli sponsor, ma non è paragonabile alle emozioni che si provano dentro il campo».
Lo scorso anno arrivò in Cina abbastanza stanco. E lo stesso Musetti pagò caro la corsa verso Torino. Come si sente?
«C’è un dato importante al quale secondo me in pochi hanno fatto caso: fino a questo momento ho giocato già 4 tornei in meno dello scorso anno. Ovviamente siamo tutti stanchi, ma sono arrivato in Cina più fresco della passata stagione. Dopo lo US Open mi sono concesso 7-8 giorni senza tennis in cui ho fatto visita alla mia famiglia, non vedevo i miei nonni da tanto tempo. Al rientro mi sono sentito più fresco. Ora stiamo lavorando tutti per ottenere la qualificazione, non ci vogliamo nascondere: è un obiettivo chiaro per noi».
Se dice così immaginiamo che anche la Coppa Davis rientri tra i suoi obiettivi.
«A meno di un infortunio o di una scelta tecnica del capitano, non credo di poter rinunciare alla Davis. Mi addormentavo guardando la Coppa Davis da piccolo, ho sognato per tanto tempo di giocarla e lo scorso anno a Bologna ho provato delle emozioni speciali, forse irripetibili. Non penso potrò mai dire di no alla Nazionale».
La finale di Parigi non l’ha cambiata un po’?
«Per arrivarci ho cambiato tante cose, lavoro di più in campo ma cerco di divertirmi e ascoltare di più. Poi nella mia vita non immaginavo di poter giocare una finale Slam. Quando rivedo il match è un po’ doloroso, ma non dimenticherò mai quanto sono stato fortunato a giocarlo. Ovviamente la mia vita è cambiata, ma per il modo in cui la vivo è un po’ sempre la stessa. E come dico spesso resto fortunato ad avere l’affetto e il sostegno delle persone intorno a me».
Per alcuni forse è addirittura troppo vero, tant’è che se si sono lette critiche su come ha approcciato la sconfitta di Wimbledon. Oggi come vive quel risultato e il pensiero altrui?
«Come un po’ tutti provano a ricordare, in Italia ci stiamo abituando troppo bene. Che si ottenga un risultato come un quarto di finale a Wimbledon e non venga apprezzato per me è una cosa un po’ folle. Dieci anni fa lo sognavamo un quarto di finale del genere: per me ci sarà sempre da esultare, anche per chi ha la mia classifica. Se a inizio carriera mi avessero detto che avrei fatto un quarto di finale a Wimbledon mi sarei messo a piangere. Poi è vero, quel match l’ho giocato male, ma non credo di aver fatto una brutta settimana a Wimbledon. La gente può pensare ciò che vuole. Ci sono i leoni da tastiera, che ci abituano anche a dubitare un po’ di noi stessi. Si mette troppo in dubbio quanto uno lavora per arrivare dov’è, questo è sbagliato».
Sono troppo frequenti i paragoni con Sinner e Alcaraz?
«Io so che non sono come Jannik e Carlos. È normale che non parlino di me come parlano di loro. Però come ho detto sto bene con me stesso, amo la mia vita e ciò che il tennis mi ha regalato».
Recentemente si è allenato con Jannik a Montecarlo. Che impressione le aveva fatto?
«Quando mi alleno penso a me stesso, ma ci siamo divertiti e siamo stati bene in campo. Abbiamo giocato quanto abbiamo giocato, ma non l’ho visto male. Sicuramente ha i suoi tempi di recupero e saprà lui come gestire al meglio il suo rientro. Io faccio il tifo per lui e spero possa tornare già a Shanghai. Se poi non sarà così, ha sicuramente le sue ragioni e le persone giuste che lo consigliano».
Per il 2027 ha pensato a qualche novità?
«Per me il programma è chiaro. Ci sono dei grandi tornei da giocare dove ho tanta voglia di fare bene. Quindi bisogna arrivarci freschi e ognuno ha il suo modo per farlo. Io credo di aver trovato il mio, ovvero tagliare le settimane che mi tolgono energie».
Nei suoi piani c’è anche un matrimonio?
«Il mio?».
Sì.
«Fortunatamente ho trovato la persona giusta, quindi non c’è fretta di sposarci. Lei è più giovane di me e ha le sue cose da fare prima che un matrimonio sia possibile. Però quella è la direzione che stiamo intraprendendo: continuare insieme per il resto della vita».
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