Cina, Usa e Sinner: la Wada è sotto accusa e pensa al nuovo regolamento

Il caso dei nuotatori cinesi, il taglio dei fondi statunitensi e ora la retromarcia su Jannik: l’agenzia che governa l’antidoping mondiale vive giorni di incertezza
Erika Primavera
Erika Primavera

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Pubblicato il 16.02.2025, 12:07

Cambia il mondo, cambia la Wada. Negli anni il ruolo dell’Agenzia mondiale antidoping si è rafforzato, evoluto, trasformato e infine indebolito. Impossibile negarlo. Per naturale contingenza, ma anche e soprattutto per responsabilità della Wada stessa e delle sue procedure a volte cervellotiche, anacronistiche e (apparentemente) inspiegabili.

Wada, con quali fondi viene finanziata

Istituita nel 1999 a Losanna dal Comitato Olimpico Internazionale per combattere il doping nello sport mondiale, all’inizio viene finanziata per intero dal Cio per poi passare a un sistema misto con metà delle sovvenzioni versata da Stati e Governi aderenti al programma (ci sono anche Stati Uniti e Russia, che però hanno sospeso gli ultimi pagamenti): 46 milioni di dollari il bilancio 2022. Con l’ingresso di soldi e politica le cose si complicano e c’è chi più degli altri fa la voce grossa. Le tensioni con gli Usa ne sono l’ultimo esempio (e con Trump le cose non sono certo migliorate). Colpa dei 23 nuotatori cinesi che nel gennaio 2021 furono trovati positivi alla trimetazidina e che furono lasciati liberi di competere ai Giochi di Tokyo, e vincere medaglie. «Contaminazione inconsapevole» è stata la spiegazione fornita dalla Wada, che ha accolto la tesi della Cina secondo cui la sostanza proibita sarebbe finita accidentalmente nel cibo cucinato dal personale di un albergo. 

Lo scandalo dei nuotatori cinesi e le riforme

Non ne avremmo saputo niente senza un’inchiesta del New York Times e di Ard. «Non è vero e chi doveva sapere, sapeva», si difende la Wada. Gli Usa gridano allo scandalo, una leggenda del nuoto come Phelps chiede riforme. Così sul banco degli imputati è finita paradossalmente proprio l’Agenzia: nonostante parli di «guerra politica» è costretta a mettersi in discussione. Una commissione indagherà sulla gestione del caso e arriverà a un risultato: nessun errore, è vero, ma una serie di raccomandazioni da recepire nell’aggiornamento di codici e norme. La Wada continua a sentire il fiato sul collo e lo dimostra il fatto che mai come negli ultimi mesi presidente, dg e portavoce vari si siano prestati a interviste e dichiarazioni per spiegare le loro ragioni.

I dubbi sulla gestione del caso Sinner

Un cambio di passo rispetto al passato per una credibilità lentamente rosicchiata da controversie. Come non citare la positività (sempre alla trimetazidina, sempre un nuotatore) del due volte campione olimpico a Londra 2012, Sun Yang, squalificato per tre mesi nel 2014 dalla sua Federazione senza che la Wada toccasse palla. Anche la gestione della vicenda Schwazer nel 2016 ha contribuito a instillare dubbi nell’opinione pubblica. Fino alla picconata dei 23 nuotatori cinesi. Ce n’è abbastanza per correggere il tiro. Non subito, bisognerà aspettare il 2027 per il nuovo regolamento. La mano tesa riguarda in particolare i casi di contaminazione come quello di Sinner e Swiatek, un numero sempre più frequente di segnalazioni dovute a quantità minime e irrilevanti di sostanze. Con delle “soglie minime prestabilite” la questione si potrebbe risolvere: «Ma siamo pronti ad accettare il microdosaggio?» chiede il dg Niggli.

Le elezioni della Wada dopo quelle del Cio

Il mondo cambia, dicevamo, e anche la Wada sente muovere la terra sotto i piedi. Si inizierà a metà marzo con l’elezione del presidente del Cio e ci sarà da capire se il successore di Thomas Bach continuerà ad appoggiare senza esitazioni l’attuale numero uno dell’Agenzia mondiale antidoping, Witold Banka. I programmi dei sette candidati non forniscono indicazioni pienamente esaustive, forse in attesa di saperne di più proprio sul futuro della stessa Wada: il 29 maggio si voterà per il nuovo presidente, tra un elenco di candidati che verrà diffuso il 31 marzo.