Dalla fidanzata Laila Hasanovic ai genitori, la famiglia Sinner al completo nel Royal Box
LONDRA - «Perché proprio mio figlio?». Leggenda narra che Hanspeter Sinner si presentò alla corte di Riccardo Piatti con questa domanda. Era il giorno in cui lasciava il piccolo Jannik a Bordighera, convinto che il figlio non sarebbe durato più di una settimana in Liguria. E se Piatti aveva intravisto il talento, è altrettanto vero che dietro ogni grande giocatore c’è sempre una grande famiglia. Vale per Jannik Sinner, lo sappiamo bene, ma vale anche per Alexander Zverev.
Sinner finale Wimbledon, chi ci sarà nel box
Persone diverse, sacrifici diversi, accomunati però dall’amore incondizionato per i propri figli. La famiglia Sinner si è separata prestissimo dal 13enne Jannik, affidandolo a Piatti per il tennis e alla famiglia Cvetkovic per tutto ciò che c’era fuori dal campo. I genitori non prendono parte alle decisioni tecniche, ma ci sono sempre: sono la bussola di Jannik. In tribuna provano a non darlo a vedere, ma soffrono, soprattutto mamma Siglinde che, quando le partite si complicano, spesso lascia il suo posto e preferisce vivere l’ansia senza guardare. Per la semifinale contro Djokovic era arrivato il fratello Mark, nato in Russia nel 1998 e adottato dalla famiglia Sinner quando aveva appena nove mesi. Per la finale sono attesi anche papà Hanspeter e mamma Siglinde, oltre alla fidanzata Laila Hasanovic. L’etica del lavoro che caratterizza la famiglia Sinner è ormai nota e per questo non sorprende neppure la rinuncia al Royal Box, spiegata da Jannik con un semplice: «Devono lavorare».
Zverev, il tennis nel sangue
Se il tennis è stato una casualità per i Sinner, scorre invece nel sangue della famiglia Zverev. Alexander Sr e la moglie Irina Zvereva sono entrambi nati e cresciuti a Sochi, hanno giocato per l’Unione Sovietica e si sono poi trasferiti in Germania quando il figlio maggiore, Mischa, futuro n.25 Atp, aveva quattro anni. Alexander Sr è stato al fianco di ogni allenatore che abbia seguito Sascha e oggi condivide il box proprio con il figlio Mischa. Il loro non è mai stato un rapporto padre-figlio turbolento, come precisa Sascha: «I miei genitori sono sempre calmi, sanno quello che faccio. Mi hanno messo la racchetta in mano a un anno e cinque mesi. Crescendo ho giocato soprattutto con mia madre, è stata lei a insegnarmi la tecnica». Sviluppatosi nel mito del fratello maggiore, dieci anni più grande, Sascha ha respirato da subito il Tour. A sette anni giocava a calcio con Djokovic e conosceva quelli che un giorno sarebbero diventati i suoi rivali. Insomma, una vita votata al tennis e a nient’altro, culminata nel titolo al Roland Garros.
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