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Volley, Tofoli educa i genitori tifosi

Volley, Tofoli educa i genitori tifosi

La zuffa in Val Seriana, ai margini di una partita di Under 13 fa riflettere sul ruolo della famiglia quando i figli fanno sport. La reazione a sorpresa dei ragazzini. Il parere dell'ex azzurro Tofoli, genitore e ora coach. Cosa pensa la psicologa, dottoressa Laiso

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 di Leandro De Sanctis

venerdì 15 gennaio 2016 14:13

I luoghi non sono molto distanti dalla pianura bergamasca dove fu girato “L’albero degli zoccoli”, il film di Ermanno Olmi Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1978. Siamo in Val Seriana, sul campo di pallavolo che ospita il campionato Under 13 si affrontano la Nossese di Ponte Nossa e il Cene, due piccoli centri separati da appena 14 chilometri. Ponte Nossa non arriva a 2000 abitanti, Cene supera di poco i 4.000. A quell’età, per favorire l’approccio dei bambini alla pallavolo e quei team che sarebbero in difficoltà numerica ad allestire compagini, i ragazzini al di sotto dei tredici anni, maschi e femmine come si diceva una volta, possono giocare insieme. I comitati provinciali hanno la facoltà di concedere la deroga al format unisex e la Nossese è uno di quei club che appunto schierano bambini di entrambi i sessi nel torneo Under 13 femminile.  

 Nello scorso week end però, la partita tra Nossese e Cene ha avuto un epilogo ben diverso dal solito. Dopo che il primo set si era concluso a vantaggio della squadra padrona di casa, i tifosi genitori del Cene hanno cercato di prendersi verbalmente una rivincita di pessimo gusto: hanno iniziato ad insultare i maschi che giocavano con la maglia della Nossese insieme con le bambine, apostrofandoli con insulti sessisti che potete facilmente immaginare. 

I genitori dei ragazzini offesi e in genere i sostenitori di casa non hanno lasciato correre e presto una zuffa si è scatenata sugli spalti, con una situazione che è degenerata e che ha costretto a richiedere l’intervento dei Carabinieri, che hanno saputo far calmare gli animi di questi genitori, così poco educati e molto maneschi.

Non sappiamo cosa decideranno gli organi federali in merito, ma quello che è certo è che i ragazzini di entrambi i club, Nossese e Cene hanno dato una bella lezione di stile ai genitori litigiosi: quando la partita è ricominciata, non si sono schierati come all’inizio della gara ma si sono mischiati, come avviene nelle foto ricordo di team di sportivi, senza badare più al colore della maglia. E hanno giocato un altro set, tanto per non far finire quella che doveva essere una giornata di sport, in modo così avvilente. Non si sa di chi sia stata l’idea, se è partita dalle stesse ragazzine o se hanno aderito all’idea di un adulto responsabile, ma il risultato dovrebbe far arrossire certi genitori. 

«E’ la prima volta che dei genitori degli avversari si permettono di ironizzare sulla sessualità dei nostri atleti maschi» ha detto all’Ansa l’allenatrice della Nossese.

Ora sarà anche vero che certe cose accadevano di frequente decine d’anni fa sui campetti di molti sport e che ora, complici web e social, hanno una più ampia risonanza mediatica, ma non per questo bisogna smettere di stupirsi, indignarsi, stigmatizzare atteggiamenti così poco responsabili da parte di chi dovrebbe essere il primo referente educativo per le nuove generazioni.  E soprattutto il fatto che certi  fatti si ripetano, anche in un ambiente tradizionelmente diverso a livello di cultura del pubblico e degli atleti come quello del volley, non deve risultare certo un’attenuante. Si ricorderà il brutto episodio accaduto nel calcio: finale di Junior Cup tra i Pulcini di Juventus e Torino. Insulti razzisti, rissa tra tifosi-genitori, gente che finisce all’ospedale. 

Razzismo e sessualità: due tematiche da cui attingere a piene mani quando si tratta di insultare, come ha ricordato anche l’azzurra del volley Paola Egonu, solo due giorni fa anche su questo giornale. Senza dimenticare l’altro terreno di scontro che genera insulti tra mamme e papà di compagne di squadra: le scelte dell’allenatore, gli errori in partita. Forse aveva ragione Velasco quando esponeva la sua provocatoria teoria sulla squadra giovanile ideale, composta da... orfani.

TOFOLI, ALLENATORE & GENITORE - Paolo Tofoli è stato il palleggiatore più vincente della pallavolo italiana: due Mondiali, quattro Europei, due argenti e un bronzo alle Olimpiadi, una Coppa del Mondo, solo per citare la punta di un iceberg che l’ha visto anche vincere scudetti Coppa Campioni e coppe varie Attualmente allena il Tuscania, che ha portato dalla B1 alla Serie A2 e ha due figli. Alessandro che è già nel Club Italia del volley, dopo aver giocato a basket e pallavolo; Andrea che dopo cinque anni di calcio e volley, ha scelto anche lui lo sport paterno.

Nessuno meglio di lui per commentare l’episodio accaduto in Val Seriana.

«E’ una cosa inqualificabile - dice secco Paolo - E’ proprio vero che a volte i genitori sono deleteri. Io quando vedevo i miei figli giocare me ne stavo zitto e muto, La tifosa della famiglia è mia moglie Valentina...»

Come si comportano i genitori tifosi? 

«Beh non accade sempre, ma spesso si sentono critiche, atteggiamenti sbagliati nei confronti degli arbitri. Diciamo pure una cosa indegna. Se penso che in questo caso sono addirittura venuti alle mani mi chiedo: ma come si fa a fare questa figura davanti ai figli, ma che esempio sei per i tuoi figli?»

  Insomma, lei ha sempre resistito alla tentazione di fare il papà tifoso?

«Ma certo, mi metto a sedere, guardo la partita buono buono. Sto attento anche perchè capisco che con il nome che ho... Ma devo ammettere che a volte si sentono delle cose che mi hanno fatto vergognare. Non so perchè, forse i genitori sperano sempre di vedere il proprio figlio un campione e si arrabbiano se sta in panchina. Ma a quell’età il risultato non è la cosa più importante, un allenatore deve far giocare tutti, coinvolgere ogni ragazzino, anche se costa qualche risultato. Altrimenti se ne vanno, in palestra non ci tornano più. Tra i 13 e i 15 anni è proprio l’eta critica: i ragazzi vanno stimolati. Quanti ne ho visti andarsene... Ma la cosa più importante è che i ragazzini devono divertirsi, fare gruppo, andare insieme a mangiare una pizza, socializzare. Ricordo quanto mi divertivo vedendo mio figlio Andrea al calcio: le prime volte correvano tutti dietro al pallone. Poi pian piano hanno imparato a passarsi la palla, a giocare, a fare squadra. Tornando all’episodio poi, la pallavolo è sempre stata uno sport basato su valori forti: non è ammissibile fare a botte tra genitori...» 

LA PSICOLOGA - Genitori che vengono meno al loro ruolo di educatori, figli non ancora adolescenti che li soppiantano simbolicamente e moralmente, scrivendo un finale che sgretola e annichilisce la base di ignoranza da cui è nato il brutto episodio della Val Seriana. Utile ascoltare il parere dello psicologo per cercare una chiave di lettura dell’episodio e soprattutto della reazione dei ragazzini. 

E la dottoressa Mariagrazia Laiso, psicologa e psicoterapeuta, attribuisce un enorme valore alla risposta dei giovanissimi atleti-figli.

     “L’aspetto positivo della vicenda sembra essere la reazione dei ragazzi. Molto più matura rispetto alla condotta di quei genitori che si sono limitati ad affermare il proprio sé, senza cogliere l’opportunità di un cambiamento. La vittoria della squadra avversaria può comportare dover accettare di mettere in discussione la bravura dei propri figli. Parlando in generale, i giovani sono più pronti al cambiamento, alle nuove appartenenze e affiliazioni. Sottolineerei, nella situazione, il gesto del mischiarsi: significa, anche solo per un momento, rompere gli schemi, lasciarsi attraversare da altri e non solo da quello dell’appartenenza alla propria squadra”.

Ma come può un genitore arrivare ad insultare un ragazzino coetaneo delle proprie figlie, arrivare ad alzare le mani dinanzi ai ragazzini?

“Per i figli si può arrivare a fare tutto. Alcuni genitori possono sentire, simbolicamente, il bisogno di proteggere la famiglia”
E stavolta l’educazione, la lezione, l’hanno data i figli.
“Il comportamento dei ragazzi può essere un esempio utile anche per gli adulti, come può accadere in tanti settori della nostra società, anche in campo lavorativo. L’ingresso dei giovani può portare apertura a nuovi mondi, volontà di confronto, mobilità di appartenenze, anche grazie alle esperienze all’estero”

 


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