Velasco, l'intervista esclusiva: "L'esperimento Antropova? Non volevo forzature"
Gli esperimenti sono esperimenti, tentativi di far funzionare qualcosa senza avere certezze sulla riuscita. Il sogno, l’esperimento di vedere Kate Antropova giocare da schiacciatrice accanto a Paola Egonu è durato lo spazio di un mese, giorno più giorno meno. Cinque amichevoli, 8 partite ufficiali di VNL (11 vittorie complessive) e un bel po’ di allenamenti. Poi il “Big Ben” travestito da Julio Velasco ha detto stop, fine dell’esperimento. Senza nemmeno aspettare il rientro del gruppo delle titolari iridate e olimpioniche, fin qui a riposo. Di fronte ad una realtà oggettiva, prima di tutto la chiarezza, poi l’equilibrio. E deve essere per questo che è un Velasco in grande forma, accaldato e felice quello appena rientrato in Italia. Il lungo viaggio dalle Filippine non ha intaccato la sua resistenza fisica, grazie anche al prodotto omeopatico che lo ha aiutato a riposare in aereo. Atterrato a Malpensa con tutto il gruppo azzurro reduce dalla week 2 di VNL a Pasaig City (Manila) è corso al Centro Pavesi per prendere la sua vettura e mettersi al volante, direzione casa, a Bologna. Tutto con la sicurezza e la serenità di aver preso la decisione giusta, nei tempi e nei modi giusti per il bene della sua Italia delle donne. "Devo essere sincero - spiega Julio -, Kate non aveva fatto male. È migliorata tantissimo in ricezione, fondamentale che aveva allenato poco o niente in carriera. Ma spostarsi di ruolo ha conseguenze importanti per l’attacco, perché cambia davvero tutto. Dalla rincorsa, ai punti di riferimento, fino alla tipologia di manualità: verso l’esterno da opposto, verso l’interno da schiacciatrice. Come dico sempre il cervello funziona in maniera specifica, fa bene quello che è abituato a fare. E così la trasformazione alla fine era una forzatura e in campo si vedeva, mentre la squadra aveva bisogno di punti di riferimento sicuri in attacco".
Per questo non aveva senso aspettare di provarla insieme alla Egonu e alle altre titolari?
"Non serviva, avevamo già studiato la situazione e capito quale era la problematica. Anche perché Kate è un treno, un autentico soldato. Se le chiedi di andare ad attaccare la collina, lei si mette subito in prima fila. Ce la mette tutta, sempre. Questo cambio di programma non è dipeso da un fattore specifico che la riguarda ma da una serie di valutazioni generali".
Tipo l’equilibrio della squadra?
"Anche ma non solo. Ad esempio, se fosse andata a giocare in un club che la faceva giocare da schiacciatrice poteva avere un senso continuare l’esperimento, ma così non sarà. E la prossima estate avrebbe significato ricominciare da zero o quasi. Poi, certo, sappiamo tutti che adesso con il rientro di Sylla qualcuno doveva andare in panchina e si rischiava di avere troppi equivoci in campo. E noi lavoriamo con tempi strettissimi, non potevamo sacrificare l’interesse generale per un esperimento che avrebbe avuto bisogno di più tempo. Del resto, conosciamo bene l’apporto che Paola e Kate sanno dare alla squadra e quando un gruppo funziona bene un allenatore deve porsi delle domande, chiedersi se è opportuno portare avanti un esperimento così rischioso alla luce della situazione, per quanto resti interessante".
La sua è una decisione concordata con Antropova?
"La decisione è mia come sempre, ma ne ho parlato con lei. Le ho detto che se avesse voluto insistere con il cambio di ruolo avremmo avuto modo di farlo più avanti, ma ho specificato che non volevo si assumesse responsabilità di nessun tipo. E come ha reagito, lo avete visto nell’ultima partita con il Giappone: alla grande. Con gli Stati Uniti l’avevo tenuta fuori perché era stanchissima, ricezione e difesa le toglievano energie fisiche e mentali anche per l’attacco. Insomma, alla fine ho ragionato mettendomi dalla parte del giocatore. E il passato insegna...".
A cosa si riferisce?
"Che nello sport certe trasformazioni tecniche non necessariamente funzionano. Con Andrea Giani ad esempio riuscì alla perfezione, al contrario di come andò con Andrea Sartoretti. Voglio dire, sapevamo che era difficile vedere Kate fare la schiaccaitrice, ma era giusto provarci e farlo adesso".
La week nelle Filippine rimarrà storica - oggi si dice “virale” - anche per il time out nel decisivo tie-break con la Serbia: gli occhi “cagati” sono la versione 4.0 degli “occhi della tigre”?
«(ride ndr) Alle ragazze lo dico in continuazione: gli errori li accetto, fanno parte del gioco. A volte vuoi attaccare e ricevere alla perfezione ma non viene per tanti motivi, avversari compresi. Ma buttarsi per prendere una palla, una difesa, dipende solo da noi. E vedevo che non riuscivano a reagire, a fare quello che sono abituate a fare perché sanno bene che coperture e difesa è il nostro mantra. Non era accettabile che non si buttassero su tutti i palloni. E sono dovuto intervenire. Anche contro gli Usa nel time out mi sono innervosito perché mancava aggressività in attacco e continuavamo a tirare pallonetti. Ma con il Giappone siamo stati perfetti, abbiamo giocato alla loro maniera con più attacco».
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