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Muhammad Ali, la farfalla che cambiò la storia

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© AP

Siamo stati tutti tifosi di Ali perché lui, come pochissimi altri uomini del pianeta, riusciva a toccare le corde di ogni cittadino del mondo

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 Stefano Barigelli

domenica 5 giugno 2016 11:27

ROMA - Siamo stati tutti tifosi di Ali. Almeno lo è stato chiunque navigando tra gli anni sessanta e novanta si sia imbattuto in questo gigante. Straordinario nel senso più pieno del termine: cioè fuori dall’ordinario. Siamo stati tutti tifosi di Ali perché lui, come pochissimi altri uomini del pianeta, riusciva a toccare le corde di ogni cittadino del mondo. Anche di chi non si occupava di sport, perfino di chi detestava la boxe. D’altrone è stato molto più di un pugile. Per la battaglia antirazzista dei neri d’America ha contato quanto Malcom X. È stato trasgressivo come Jimi Hendrix. Ha smontato il cliché del pugile povero e sfortunato guadagnando una montagna di dollari. È stato un geniale comunicatore: delle sue frasi celebri si può fare un volume. Ha inventato il marketing applicato a un match di pugilato, piegando la potenzialità della televisione a suo vantaggio.

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Prima di lui i campionati del mondo, per quanto seguitissimi potessero essere, erano soltanto campionati del mondo. Ali creò l’Evento. È stato un innovatore sul ring: mai s’era visto un peso massimo muoversi con quella grazia. Ma alla fine tutte queste qualità non sarebbero bastate a renderlo l’eroe romantico che è stato, a farlo amare come è stato amato, se non avesse dato sempre l’impressione di vincere benché non fosse il più forte. Ali diceva di sé di pungere come un’ape e volare come una farfalla. E lo diceva mentre affrontava pesi massimi dalla forza distruttiva: Liston, Frazier, Foreman. Come si fa a non stare dalla parte della farfalla? La sintesi perfetta è stato il match di Kinshasa del ’74 contro George Foreman, un colosso imbattuto che aveva disintegrato Frazier in pochi minuti dopo averlo mandato sei volte al tappeto. Per quel match si scomodò Norman Mailer che scrisse un libro bellissimo e arrivarono i migliori giornalisti dell’epoca. Nelle pagine all’interno ne avete un esempio magistrale: la cronaca di Franco Dominici, inviato di questo giornale. Oltre due decenni dopo su quel match fu montato un documentario, che vinse l’Oscar.

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Ali non ha mai coltivato di sé l’immagine di invincibile potenza. Troppo convenzionale per uno come lui che non voleva essere il più bravo, ma l’unico. Fino alla fine. Fino alla malattia che non ha mai nascosto. Fino all’Ali tremante che accende il braciere olimpico di Atlanta ’96. Ora che se n’è andato e la sua collocazione nel puzzle della storia è più semplice, possiamo dire che c’è riuscito. Anche se in questi momenti fioriscono le classificazioni e magari qualche voce dissente: Ali è stato davvero il più grande? E allora Rocky Marciano e Joe Louis? Le hit parade sono sempre ingiuste. Ci sono stati diversi pugili formidabili, protagonisti di match scolpiti nella storia dello sport e che addirittura si sono ritirati imbattuti. Nessuno di loro, però, è mai stato una farfalla.

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