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Ancelotti: «La Premier e poi l'Italia»

Ancelotti: «La Premier e poi l'Italia»
© Action Images / Reuters

«A gennaio mi rimetterò in moto: vorrei fare un’altra esperienza in Inghilterra. Il no al Milan? Molti aspetti mi lasciavano dubbioso»

di Alberto Polverosi

lunedì 12 ottobre 2015 11:37

Uno degli allenatori più vincenti del mondo sta preparando il ritorno. Con le idee molto chiare

Ancelotti, allora è finita la pesca ai salmoni nei fiumi del Canada?

«Per il momento sì, ma solo per il momento».

Vuol dire che la sua vacanza prosegue?

«Sì, almeno fino alla fine dell’anno. Poi ricomincio ».

Anche perché la signora Mariann, sua moglie, si sarà stufata di averla sempre intorno.

«No, non si è stufata. O almeno lei dice così. E poi non tocca mica a lei trovarmi la squadra».

Dove andrà ad allenare?

«Dove mi chiamano: parlo, valuto, decido. Fino a qualche settimana fa avevo il terrore che qualcuno chiamasse, ora invece mi avvicino al rientro».

Uno che parla così, conosce già il suo futuro.

«Questo è solo il mio desiderio. A meno che non accada qualcosa di strano, a gennaio sono pronto a rimettermi in moto».

E poi c’è la nuova vita da nonno a impegnarla.

«Mio nipote Alessandro è uno spettacolo. Mangia e dorme».

Per l’appetito avrà preso dal nonno.

«In effetti. Però dorme tanto. Voglio fare analizzare il latte di mia figlia, credo che abbia un anestetico».

Da grande Alessandro non farà mica il centrocampista...

«No, meglio l’attaccante, come Pippo Inzaghi, poca fatica e tanti gol».

Siccome lei non ci può dire in quale squadra tornerà, ci può dire almeno in quale campionato vorrebbe allenare?

«In Premier League. E’ l’ambiente ideale non per il calcio, ma per il “gioco” del calcio. Si lavora tanto, però con le pressioni giuste, con il distacco necessario, con serenità. Prima di smettere mi piacerebbe fare un’altra esperienza in Inghilterra».

Smettere? E’ la prima volta che ne parla...

«Tra un po’ devo cominciare a pensarci, diciamo fra cinque o sei anni. Quando ho iniziato con la Reggiana avevo promesso a me stesso: “Fra cinque anni chiudo con la panchina”. Ne sono passati venticinque e continuo ad andare avanti».

In due campionati che lei conosce bene, Liga e Serie A, ci sono due squadre nuove in testa, Villarreal e Fiorentina. E’ solo una coincidenza o c’è un significato comune?

«Sono due situazioni diverse con due diverse considerazioni da fare. In Italia, la Fiorentina sta facendo molto bene ed ha sorpreso le grandi che hanno cambiato tanto. Il primo posto dei viola è legato all’incertezza che resterà fino alla fine, non si sa chi vincerà il campionato, magari la Fiorentina, o il Napoli, o la Roma o la Juve in rimonta».

In Spagna invece?

«Si sa già chi vince alla fine, Barcellona o Real Madrid».

Mettiamo la domanda dalla parte opposta: le tre classiche di Serie A e Liga sono in difficoltà, più o meno leggera. Che succede a Real Madrid, Barcellona e Juventus?

«La Juve ha cambiato tanto, ha perso Pirlo, Tevez e Vidal, giocatori formidabili e fondamentali per il gioco e per il livello della squadra. Li ha cambiati con giocatori giovani che devono inserirsi. Non è mica facile trovare dall’oggi al domani l’alternativa a Pirlo. Poteva andar bene Marchisio, ma si è fatto male e Allegri è stato costretto a cambiare dentro un cambio, non so se mi spiego... Però nelle partite più difficili della stagione la Juventus ha fatto bene, ha vinto a Manchester col City e in casa col Siviglia. Del resto è più facile difendersi che attaccare. Per Real e Barcellona la situazione è diversa. Finora la mia ex squadra non ha mai perso una partita, mentre il Barcellona ha avuto infortuni pesanti come quelli di Messi e Iniesta e forse c’è anche un po’ di appagamento dopo le vittorie dell’anno scorso».

Un mese fa, ha incontrato Rafa Benitez nella riunione dei tecnici della Uefa a Nyon e vi siete parlati a lungo. Lo ha messo in guardia dalle critiche dell’ambiente?

«Non ce n’era bisogno perché conosce tutto e se le aspettava. E’ nato lì, ha allenato il settore giovanile del Real e sapeva che, davanti al primo piccolissimo passo falso, sarebbero esplose le polemiche».

Nel Real sembra tutto un eccesso.

«Le critiche lo sono di sicuro. Anzi, l’ambiente è eccessivo nel bene e nel male».

Restiamo alle critiche, ma rientrando in Italia. Il suo “no” a Galliani è stata fortuna o intuizione?

«La fortuna non c’entra e nemmeno l’intuizione. Durante quella trattativa, possiamo anche chiamarla così, c’erano molti aspetti che mi lasciavano il dubbio, ed erano aspetti solo personali. Quello che mi ha detto Galliani si è verificato in pieno. Mi aveva annunciato che il Milan avrebbe investito e acquistato ottimi giocatori».

Sembra che tutta Milano non sia ancora riuscita a risollevarsi, nonostante le grandi spese di questa estate. San Siro, lo stadio dove lei ha vinto tutto come giocatore e allenatore, ha incassato 8 gol in 8 giorni, 4 li ha presi l’Inter dalla Fiorentina e 4 il Milan dal Napoli.

«Non vorrà mica dire che bisogna andarsene da San Siro? In effetti 8 gol sono troppi, ai miei tempi non è mai accaduto, semmai accadeva il contrario, non erano le avversarie, ma l’Inter e il Milan a segnare quei gol. E’ un dato inquietante, anche perché sono arrivati giocatori di altissimo livello, come Miranda, Murillo, Kondogbia, Bacca e Luiz Adriano, giocatori che volevano i grandi club d’Europa. Ma è un campionato strano, aperto, può succedere davvero di tutto».

Nel sondaggio sulla candidata allo scudetto che il nostro giornale ha pubblicato la scorsa settimana lei ha detto Roma. Ci spiega quel voto?

«La ragione è semplice: è la squadra che ha più qualità. Davanti mi sembrano forti con Dzeko, Salah, Gervinho e Iaqo Falque, più Totti, in mezzo con Nainggolan e Pjanic il centrocampo ha in dosi uguali forza e tecnica. Solo dietro ha qualche problema, ma ora mi sembra la squadra più affidabile».

Che ne pensa di De Rossi difensore centrale? Può essere davvero il suo futuro?

«E’ un po’ una moda. E’ iniziata con Guardiola che a Barcellona ha arretrato Mascherano in difesa e ora Pep insiste con Javi Martinez al Bayern. Ma il precursore è stato il Barone, Nils Liedholm, quando ha messo Agostino a fare il difensore centrale. L’ha fatto perché là dietro aveva una saetta come Vierchowod. Anch’io ho giocato una volta in difesa, in un’amichevole col Barcellona quando ero al Milan. Una volta e basta perché poi hanno capito che non era il caso di insistere. Certo, se metti un centrocampista lì in basso, il gioco nasce meglio, De Rossi può avere anche quell’attitudine. E se ora chiedete a Mascherano dove vuole giocare, lui vi dice che preferisce stare in difesa».

Quando il Corriere dello Sport-Stadio gli ha consegnato il dvd con i suoi 300 gol, Totti ha fatto la battuta: “Mica mi fermo, arrivo a 400". Che può fare ora il capitano?

«E’ difficile dirlo. Totti ha fatto più di quello che doveva fare, in carriera ha avuto solo un paio di attimi di confusione, ma è stato il più grande a Roma e non solo. Qualche giorno fa ho ricevuto un premio dalle mani di Xavi: ecco, quelli sono giocatori che non saranno ricordati per i gol, ma perché sono esistiti».

In quel sondaggio, realizzato con 100 personaggi del calcio, il Napoli è stato il più votato.

«Quest’anno l’ho visto solo una volta a Empoli, forse una delle sue più brutte partite. Credo che il voto sia legato alle gare vinte con Juve e Milan. E’ una squadra che mi piace, per organizzazione, velocità e tecnica. Può vincerlo anche il Napoli, come no».

Anche perché Higuain ora si diverte in campo.

«Ci sono due correnti di pensiero contrastanti, c’è chi dice che i giocatori devono essere frustrati e arrabbiati quando vanno in campo e chi invece li vuole traquilli, sereni e convinti. Ovviamente faccio parte del secondo schieramento: quando ero arrabbiato, in campo non rendevo mai al meglio».

C’è molta curiosità intorno Sarri. L’ha visto l’Empoli l’anno scorso?

«Sì, e mi piaceva molto, era una squadra dinamica, con una precisa identità, faceva un calcio propositivo. Può sembrare un paradosso ma il Napoli di oggi somiglia all’Empoli, compatto e con una difesa sempre molto alta. Se la qualità dei giocatori del Napoli si lega alla qualità del gioco di Sarri, i tifosi si divertono».

E Sousa la incurisiosce?

«L’anno scorso col Real Madrid abbiamo incontrato il suo Basilea in Champions, in casa abbiamo vinto 5-1, ma fuori casa è stata una partita equilibrata, incerta. Mi piace Sousa».

Chi vince la Premier League?

«Il Manchester City».

L’United ancora all’asciutto?

«Sì, perché il City è più forte, ha una qualità eccezionale».

La Ligue 1?

«Il Psg. L’ha già vinta».

La Bundesliga?

«Il Bayern Monaco. E’ già in cassaforte».

La Liga?

«Non lo so. O Real o Barcellona».

E la Champions?

«Il Bayern, il Real, il Barça o il Psg».

Il Psg alla pari delle altre?

«Sì, con Di Maria è alla pari delle altre».

Per il prossimo biennio, quello che porta al Mondiale in Russia, la Figc può spende-è un personaggio di livello internazionale. Se Conte lascia, lei ci pensa?

«Non è un problema di soldi, l’Italia per me è appetibile solo fra qualche anno. In Russia però andremo in finale».

Visto che l’Italia vince un Mondiale ogni 24 anni, dobbiamo aspettare davvero il Mondiale del 2030 per vederla su quella panchina? Non sarà un po’ troppo anziano...?

«Nel 2030 avrò 70 anni, c’è gente che rincoglionisce molto prima».

Cosa farà adesso?

«A novembre torno in panchina a Manchester ».

La notizia nel finale.

«Mi hanno chiamato per una gara di beneficenza fra una squadra inglese e il resto del mondo. A me hanno dato il resto del mondo».

E nei prossimi giorni?

«Sto partendo per San Francisco. Mi hanno invitato a un convegno di cardiologi di tutto il mondo».

Ancelotti che parla di ipertensione, è un appuntamento da non perdere.

«Mi hanno chiesto di parlare di leadership e delle nuove tecnologie del calcio».

E poi?

«Poi riparto per il Canada. C’è ancora qualche salmone che mi aspetta».

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