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Veltroni intervista Cannavaro: «Scudetto al Napoli. Buffon vale Maradona»

Veltroni intervista Cannavaro: «Scudetto al Napoli. Buffon vale Maradona»
© EPA

L’ultimo Pallone d’Oro italiano racconta il suo calcio. E presenta da doppio ex la sfida di stasera tra la Juventus e la squadra di Sarri

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di Walter Veltroni

sabato 13 febbraio 2016 11:21

ROMA - Canna-varo scandì Fabio Caressa quando il centrale della Nazionale, nella semifinale con la Germania, interruppe l’azione avversaria e impostò la nostra, quella che avrebbe portato al gol di Del Piero. E’ stato l’ultimo Pallone d’oro del calcio italiano e il capitano della squadra campione del mondo. Per chi ha portato le due maglie, azzurra e bianconera, che stasera si contendono il primato nel campionato, oggi è un giorno speciale. Per analizzare, tifare, raccontare. «Io ho iniziato a giocare al calcio nella pancia di mia madre, ne sono sicuro. A casa mia il calcio era come il pane. Era quotidiano. Mio padre giocava in serie C, mia madre, forse anche per questo, era una vera appassionata. Tutti tifosi del Napoli, ovviamente. Mio padre era forte assai, qualcuno dice il più bravo calciatore tra tutti i Cannavaro. Poi papà ha fatto il cassiere in banca e mamma la casalinga ma il calcio è rimasto sempre nell’aria. Vivevamo in un quartiere popolare di Napoli, un quartiere difficile, c’è bisogno di dirlo?».

Anche lei come buona parte della sua generazione e di quelle precedenti ha imparato per strada?
«Sì, neanche all’oratorio. Per strada. Dove c’erano vari pericoli. Quelli dei comportamenti, in primo luogo. Era l’inizio degli anni ottanta e la droga girava a fiumi, specie l’eroina. C’era una farmacia, nel quartiere, e i ragazzi andavano a prendere le siringhe per poi bucarsi proprio sotto casa nostra. Io volevo vedere come facevano ma mia madre e mia sorella mi prendevano per i piedi e mi portavano via. E poi gli scippi. La disperazione sociale è un fatto che si impara da bambini. Mia madre stava molto attenta. Per esempio voleva che io parlassi italiano e non in dialetto. Ma insieme ai pericoli ambientali ce ne erano anche di più semplici. Noi giocavamo per strada e il pallone spesso finiva in mezzo alle macchine. Un bambino segue il pallone, in quei casi. Non tiene conto dei pericoli. Io quando guido ci sto sempre attento, da allora. Mi dico sempre: “Se vedi un pallone che rotola frena, dietro c’è sicuramente un bambino che lo rincorre”».

Si ricorda il primo calcio a una palla?
«Sì, era nel terrazzo di casa. Poi la palla finiva nel giardino della signora del piano di terra che si era specializzata in buoni rinvii verso l’alto. E poi, come le ho detto, per strada, in mezzo ai negozi. Facevamo confusione, diciamo che non attiravamo i clienti. Ma quando sono diventato campione del mondo e poi sono tornato nel quartiere, i commercianti erano orgogliosi, dicevano: “Se avessimo chiamato i vigili per far smettere di giocare Fabio e i suoi amici, forse non avremmo vinto i Mondiali”. Sentivano che era un po’ anche merito loro».

Quando passa ai campi veri?
«Comincio nella scuola calcio dell’Italsider di Bagnoli. Oggi è chiusa e mi fa una grande tristezza. Non solo, ovviamente, per la fabbrica e il lavoro perduto ma anche per quei campi di calcio dove generazioni di ragazzini hanno imparato a coltivare i loro sogni. Chiuso e abbandonato, come il centro di Soccavo che si chiama persino Centro Paradiso. Feci lì un anno di scuola calcio poi venne il Napoli e prese cinque di noi. Uno era il figlio di Antonio Juliano. Il padre, pensi che paradosso, si oppose che il figlio, che era davvero forte, si mettesse a giocare e insistette per farlo studiare. Ora credo faccia l’avvocato a Londra» [...]

Chi è il giocatore più forte che ha incontrato. E tra quelli con cui ha giocato?
«Non ho dubbi, Ronaldo, il fenomeno, non CR7. Per la mia generazione è stato quello che Maradona o Pelè erano per le precedenti. Era immarcabile. Al primo controllo ti superava, al secondo ti bruciava, al terzo ti umiliava. Sembrava un extraterrestre. Tra i miei compagni di squadra, e pure ne ho avuti di stratosferici come Maldini, Thuram, Del Piero, Nedved, Totti, Ibra, io non ho dubbi: scelgo Buffon. Già a sedici anni era il Maradona dei portieri» [...]

Nessuno meglio di lei ci può parlare di Juve-Napoli…
«E’ una partita speciale. Ma a me non piace che ogni anno cresca l’odio tra le tifoserie, ci siano le curve vuote, gli insulti e gli striscioni offensivi. E’ una partita di calcio. Questo deve restare. Io penso che il Napoli in questo momento sia davvero forte. E’ in crescita e la Juve, invece, perde i pezzi per causa degli infortuni. E poi forse gli azzurri hanno più fame. La Juve ha la Champions e il Napoli deve sperare che batta il Bayern e vada avanti. Credo che il Napoli abbia molte possibilità di vincere lo scudetto. Lo dico da osservatore e un po’ anche da tifoso».

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