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A tu per tu con Delio Rossi: «Quei presidenti convinti di capire di calcio...»

A tu per tu con Delio Rossi: «Quei presidenti convinti di capire di calcio...»
© Getty Images

Intervista esclusiva di Walter Veltroni al tecnico con oltre trent'anni di carriera

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sabato 24 settembre 2016 10:38

ROMA - Delio Rossi non è fatto per le televisioni, per i social, per le banalità che, inevitabilmente, accompagnano la infinita settimana di un allenatore. È un passionale, sincero fino ad essere brutale. Ma capisce di calcio e lo ha dimostrato in molti casi. Il calcio è la sua vita ma la sua vita non è il calcio. È di più, ad esempio la famiglia che cura e difende. E una curiosità nel guardare le cose del mondo. Non solo del “suo” mondo, che forse sta cambiando in un modo che non gli piace.

Perché è finito il rapporto con la Lazio?
«Sono rimasto cinque anni, un periodo lungo per la media italiana. È stata un’esperienza bella e importante, alla quale sono legato. È finita per diversità di opinioni col presidente. Faccio una premessa: nel momento stesso in cui io lavoro per una società, so che io non sono il padrone di questa squadra, sono un dipendente. Devo portare avanti le idee della società; nel momento in cui firmo un contratto e l’accetto, so che devo allenare una squadra e cercare di fare meglio possibile. Ci fu uno screzio con il presidente perché noi superammo i gironi di qualificazione di Champions, pareggiando in casa e poi vincendo in Romania. Quindi passammo ai gironi di Champions, quelli importanti, e lì mi furono promessi dei rinforzi, necessari per affrontare degnamente quel torneo. Mi garantirono l’arrivo di quattro giocatori, non se ne vide neanche uno.. Prendemmo solo Vignaroli, svincolato dal Bari. E allora ho detto quello che pensavo al presidente, gli ho detto che quello che era successo non era giusto né corretto nei confronti dei tifosi, degli altri giocatori, del mio lavoro, della Lazio stessa. Fare una Champions League non all’altezza significava buttare via tutto il lavoro precedente. Ho esperienza e sapevo che nel momento in cui avevo espresso questo pensiero a quattr’occhi al presidente, la mia storia alla Lazio era finita. Poi la stagione successiva vincemmo la Coppa Italia. Mentre alzavo, con i miei giocatori, quella coppa tanto attesa sapevo che non sarei più stato l’allenatore della Lazio».

Per parlare di altri presidenti particolari, come è stato il suo rapporto col Palermo e con Zamparini?
«Non tutti i presidenti sono uguali. Zamparini è diverso da Lotito, è diverso da Aliberti, è diverso da tutti quelli che ho avuto. Hanno una caratteristica: dopo un po’ pensano tutti di capirci di calcio. Molte volte è vero, ma se io e lei vediamo una partita, la vediamo alla stessa maniera e magari concordiamo nell’individuare delle défaillances, delle difficoltà, dei difetti. La differenza è che, nel momento in cui lei ha visto queste mancanze, è finito il suo lavoro. Lì invece inizia il mio lavoro. Questa è la diversità. Molti pensano che sia facile, che basti fare questo o quest’altro. No, non è così, anche perché il calcio è come la scuola. Bisogna insegnare: uno pensa che partire da A e poi andare a C sia sempre un fatto graduale, lineare. Invece non è così perché parti da A poi vai a B ma poi ti sei dimenticato A e poi può darsi che C lo sai fare ma poi devi ritornare indietro. Il bello dell’insegnamento, dell’apprendimento è questo, è l’attenzione costante, perché se dai per scontato qualcosa, sbagli. Io alleno sempre come fosse la prima volta, anche se sono da quattro anni con una squadra, perché se non rinverdisci certi concetti con i giocatori, finisci con perderli. Invece i presidenti pensano in maniera erronea che un allenatore vale un altro e pensano che allenare sia facile. Non è così semplice. Per lo meno non è così schematico».

Una volta mi disse che il giocatore più forte che ha allenato in vita sua è stato Vucinic, me lo conferma, qualche anno dopo?
«Forse perché non avevo allenato ancora Pastore, non avevo allenato Cavani...Vucinic aveva questa qualità, che è dei grandi giocatori, di unire tecnica e velocità. Il giocatore più talentoso che ho avuto è stato Pastore, estro puro, cioè il genio che tira fuori il coniglio dal cilindro. Come attaccante più forte sicuramente direi Cavani, incredibile forza fisica. Però questa capacità che aveva Vucinic di coniugare tecnica e velocità non l’ho vista in tanti».

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