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La gestione di un team: gli Inferno eSports

La gestione di un team: gli Inferno eSports

Andrea Barresi intervista il CEO degli Inferno eSports, Massimiliano "Redde" Rossi, interrogandolo su come si gestisca un team eSport in Italia. 

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venerdì 9 febbraio 2018 17:38

Gli InFerno sono un team che è stato molto famoso all'inizio della competizione italiana di League of Legends, salvo poi defilarvi per un periodo. Poi l'anno scorso avete annunciato l'intenzione di voler scalare Lega Seconda e raggiungere Lega Prima, qualificandovi anche per l'ESL Finals. È stata dura per voi scegliere i giocatori, i coach e arrivare fin qui?

Massimiliano "Redde" Rossi - Adesso, fortunatamente, il panorama competitivo italiano ti mette davanti a un percorso da seguire per arrivare a un livello superiore. Prevede il fatto che tu non lo possa affrontare senza una strategia, che sia aziendale o sportiva. Attualmente, con l'esperienza accumulata negli anni precedenti, posso dire che si può raggiungere questo step competitivo con uno sforzo che non prevede grandissimi ostacoli. Diciamo che con un impegno costante, senza sminuire il il lavoro fatto per acquisire competenze e saperle sfruttare. Quindi difficile no, anche un pizzico di fortuna per arrivare fino qua, ma è stato un percorso che abbiamo fatto consapevoli che le nostre forze fossero adatte.

Abbiamo visto che, soprattutto all'interno del panorama italiano, le squadre tendono a cambiare molto spesso giocatori in maniera quasi frenetica. Il vostro piano invece è quello di mantenere la rosa attuale? O di cambiare a seconda di come va il campionato?

M. Rossi - Quando abbiamo iniziato il nostro percorso ho seguito personalmente i provini della squadra. Poi piano piano i tryout sono diventati solo dei giocatori, perché avevamo selezionato il coaching staff. Queste selezioni sono state gestite da ATL (attualmente coach degli InFerno, ndr), che ha la nostra piena delega. Al momento il piano è quello di mantenere dieci giocatori fino alla metà del campionato di Lega Prima, come una risorsa. Questo significa che potremmo ruotare i player all'interno delle singole partite, mantenendo lo zoccolo duro che ha giocato in Lega Seconda: Jerry, Skel, Luque e Sharpie. Sujiko ha deciso di lasciare il competitive per ragioni scolastiche e adesso sta coltivando un altro lato del gaming, ovvero lo streaming e l'intrattenimento. Non c'è bisogno di cambiare spesso giocatori: è la soluzione più facile, che da risultati migliori nell'immediato ma sul lungo termine non sono i piani che abbiamo.

Quindi siete qui per rimanere.

M. Rossi -  Direi assolutamente. Abbiamo di fronte uno split, sappiamo che ci sono team che competono da molto più tempo, sappiamo che non possiamo attualmente sperare in percentuali e statistiche a nostro favore, ma va assolutamente bene.

Cosa vi ha portato a scegliere un coach straniero (ATL è finlandese ndr) piuttosto che un coach italiano?

M. Rossi - La mia prima esperienza è stata nel primo team completamente italiano (Brizz, Belze, Koiji, ClaP e Counter). Quando abbiamo avuto necessità di fare cambi nel roster, perché comunque i giocatori possono abbandonare momentaneamente il panorama competitivo o scegliere altre strade, non puoi permetterti di avere un parco player limitato alla penisola, altrimenti le squadre resteranno sempre solamente italiane. Però c'è sempre un problema: in una squadra di quattro italiani integrare uno straniero è sempre complicato. Quindi per internazionalizzare la squadra abbiamo deciso di fare questa scelta, anche se comporta problemi logistici importanti, però consapevoli. Il coach straniero avrebbe immediatamente europeizzato il team, facilitando l'ingresso di giocatori stranieri. Questo ha effetti sia sulla comunicazione, che si svolge in inglese, sia nell'uso di metodi diversi nel competitive.

Da esterno, ovvero da non giocatore, come ti sembra il futuro della scena italiana? Sta crescendo? Lo sta facendo abbastanza, arriverà lontano?

M. Rossi - Il contesto si lascia trascinare da ciò che sta succedendo in tutto il resto del mondo, quindi non vedo perché non dovremmo seguire gli altri. La vera speranza è che prenderemo consapevolezza che con competenza e gli strumenti adatti in questo momento non possiamo essere il fanalino di coda. Anzi, perché no, possiamo essere una delle realtà che trascinano in Europa e anche fuori dall'Europa. Adesso sta a noi: il terreno è fertile, è la risorsa umana che ora può fare la differenza e superare lo standard attuale. Credo che si possa essere positivi nell'osservare nel complesso la scena. Rispetto al passato, ogni soggetto cerca di comprendere al meglio come sfruttare questa risorsa umana che non può essere casuale ma deve essere appropriata. Se si continua su questa strada, noi possiamo scrivere una pagina dell'esport e non leggere quelle scritte da altri.

Si tratta della prima di una lunga serie di interviste alla realtà eSport italiane che saranno pubblicate costantemente su queste pagine. La suddetta è stata realizzata in occasione del Torino Comics di dicembre 2017.

Servizio a cura di redazione GEC - Giochi Elettronici Competitivi

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