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Pier Giorgio Bellocchio: «A teatro si ride con il mio angelo tragicomico»

Pier Giorgio Bellocchio: «A teatro si ride con il mio angelo tragicomico»

L'attore e tifoso giallorosso racconta lo spettacolo che lo vede protagonista all'Argot Studio fino al 24 gennaio

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giovedì 14 gennaio 2016 16:54

Ha iniziato giovanissimo seguendo il padre Marco in numerosi film. L’ultima volta l’abbiamo visto al cinema in “Sangue del suo sangue”. Pier Giorgio Bellocchio è ora al Teatro Argot Studio di Roma, dal 12 al 24 gennaio, con la sua prima commedia “Angeli”, scritta dall’amico e regista Filippo Gili, interpretata insieme ad Arcangelo Iannace. Un progetto di Uffici Teatrali di cui ne è parte integrante e che spera di portare in tutt’Italia.

E se essere uno dei pochi uomini nella storia ad avere l’impressionante privilegio di stare accanto a un vicario di Dio rappresentasse il più beffardo degli eventi? Se quest’ala di Dio venuta dall’alto per rendere felice un uomo si dimenticasse, al dunque, la formula della felicità? Una commedia tragicomica che attraverso la simpatia trasmette messaggi e idee serie e pensate.

Dal 12 gennaio è a teatro con “Angeli”. Ci racconta lo spettacolo e il suo personaggio? 

È una commedia nel vero senso del termine, dall’impianto classico della commedia e dalla storia paradossale e assurda di un italiano medio single con i soliti problemi quotidiani che all’improvviso, in maniera fortuita e inaspettata, si ritrova in casa uno strano tipo. Sembra venire da un altro pianeta. È un personaggio molto al di fuori della realtà di oggi che si comporta in modo strano e che dice cose strane, paragonabile a un bambino nel corpo di un adulto. Dopo un breve dialogo, anch’esso assurdo e divertente in cui il povero Angelino (Arcangelo Iannace) gli domanda chi sia, il tipo gli rivela di essere un angelo venuto sulla Terra per renderlo felice. Ovviamente l’uomo è molto insicuro e fa fatica a comprenderlo, così solo dopo essersi convinto che l’Angelo, da me interpretato, vuole solo renderlo felice, Angelino manda tutto all’aria con i suoi comportamenti.

È un’ora e mezza di spettacolo in cui si susseguono scene e dialoghi che toccano temi seri e sentiti, ma in veste comica e divertente, guardando alla commedia americana e anglosassone più che a quella italiana.

Non è la prima volta che lavora con Filippo Gili.

Il rapporto con Filippo va avanti ormai da 5 anni, si è sviluppato nell’ambito di diversi spettacoli che abbiamo fatto insieme e con altri attori con cui alla fine abbiamo formato un collettivo artistico che si chiama Uffici Teatrali. Un rapporto che si è consolidato nel tempo. Filippo è per me un grande amico, autore e regista che mi ha aiutato e formato negli ultimi 5 anni facendomi affrontare il teatro con la stessa sicurezza con cui affronto il cinema.

A proposito di cinema. Lei lo conosce molto bene grazie anche a suo padre Marco, ma come lo vive? E il teatro, invece?

Si, ho girato il mio primo film a cinque anni quindi lo faccio da parecchio. Il cinema lo vivo con grandissimo affetto, piacere e amore, è l’ambiente in cui sono nato, cresciuto e mi riconosco al 100%, del quale conosco le sfaccettature, le dinamiche e le sfumature. È un’esperienza collettiva, più trasversale, è frutto di una collaborazione di attori, registi, direttori della fotografia e montatori. Il teatro invece è molto più diretto e lineare, sempre collettivo, ma in cui alla fine la sera vanno in scena solo gli attori.

Cosa la emoziona?

Diciamo che ti emoziona le prime volte, ti fa confrontare con un aspetto del mestiere dell’attore che lo fa diventare qualcosa di centrale. Nei film ad esempio ne trae maggiormente l’attore che ci mette la faccia, a teatro invece è il gruppo, che va in scena e che ogni volta da allo stesso spettacolo un’interpretazione diversa, migliore, grazie anche al pubblico che cambia sempre. Sono variabili che messe insieme rendono tutto più adrenalinico e complesso.

Nel cinema poi l’attore deve essere chiamato, nel teatro invece può essere promotore della realizzazione di uno spettacolo; infatti sono stato io a voler fare questa commedia, io la volevo dopo tanti ruoli e film drammatici, avevo bisogno di confrontarmi con qualcosa di diverso. E dato che non mi veniva mai proposto ho deciso di farlo, ma in una dimensione più centrale per l’attore che è appunto il teatro. Ora vediamo cosa succede. Siamo riusciti a metterlo in piedi in tre: io, Filippo e Arcangelo. Ovviamente grazie anche al Teatro Argot che ha sostenuto il progetto.

Nella commedia interpreta un angelo, nella vita e nella carriera ha mai avuto l’impressione che qualcosa di bello sia successo per opera di qualcosa/qualcun altro?

No, a dire la verità no e non ci ho nemmeno mai pensato. Penso però che tutti possiamo esserlo. Esiste anche il detto “avere un santo in paradiso”, quindi credo che esistano, bisogna poi essere capaci di capire come questi intervengono nella nostra vita. Tutti potremmo esserlo per qualcun altro. 

Nello spettacolo c’è un angelo vero, di quelli con le ali, ma che sostanzialmente fa solo casino, sconvolge la vita a un uomo facendogli passare una giornata surreale da cui trae conclusioni angoscianti, lasciando l’amaro in bocca, sempre però attraverso un excursus tragicomico.

In futuro, altre commedie?

Sono un attore in cerca di scritture, potranno esserci corti, film, altro teatro, non so. Commedie sì, sarebbe il mio desiderio, ma in Italia si sa bisogna scontrarsi con la dura legge del mercato che è chiuso, blindato, i cast sembrano tutti uguali, certamente il teatro in questo senso da più spazio. Chissà magari si continuerà portando Angeli in giro per l’Italia o magari a Roma in un teatro più grande, per dare a più persone la possibilità di fruirne, merita un pubblico più vasto e sarebbe il mio desiderio. La gente in questo momento ha bisogno di ridere, per cui noi siamo disponibili a portarlo ovunque.

E con lo sport che rapporto ha?

Sono un grande tifoso della Roma da quando sono bambino. Andavo spesso allo stadio, ma poi ho smesso per via di un derby di una decina di anni fa, non ho voglia di dover scappare a fine partita in mezzo a scenari faticosi. Sono stato un grande amante di Garcia, lo considero un nobile in uno sport in cui nobili non ci sono, ma che ormai aveva fatto il suo tempo quindi accolgo a braccia aperte il ritorno di Spalletti, sperando che la squadra lo segua perché può venire chiunque, ma se non c’è allenamento e la squadra non si presenta la vedo difficile, soprattutto quando senti che le altre di vertice si allenano minimo due volte al giorno. La cultura del lavoro in questa città purtroppo è qualcosa di particolare, e la Roma come squadra non ne è esente. Però io sono sempre fiducioso.

Previsioni?

Non dico che vinceremo lo scudetto, la Roma è l’eterna seconda, basta vedere gli ultimi 15 anni. Ci sfugge sempre di mano la decima Coppa Italia che sta lì a un passo. Il tifoso della Roma “adda suffrì”, purtroppo questo è il nostro destino, anche se preferisco essere tifoso sofferente della Roma che tifoso col sorriso di un’altra squadra. Nè io nè le mie figlie la tradiremo mai.

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