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Volley - Bernardi come Conte: «Il gruppo su tutto»

Volley - Bernardi come Conte: «Il gruppo su tutto»

Lorenzo insegue la tredicesima vittoria sulla panchina perugina (come l'ex ct azzurro con il Chelsea): «I campioni servono, ti fanno vincere le partite, ma per lo scudetto occorre la squadra. Conobbi Conte nel 2002 ad Aosta, facemmo insieme la riabilitazione»

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 di Leandro De Sanctis

martedì 3 gennaio 2017 18:35

Lorenzo Bernardi, un interista nella scia di...Antonio Conte. Tredici vittorie consecutive nella Premier League calcistica per l’ex juventino che allena il Chelsea, dodici successi di fila tra SuperLega e Champions League per il pallavolista che è stato “Mister Secolo”.

«Avevo visto una squadra con un potenziale molto alto, La componente fortuna è sempre indispensabile, arrivare al posto giusto nel momento giusto. Quando si vince è gratificante per il lavoro, si va in palestra con più tranquillità. Il parallelo con Conte è gratificante, mi fa piacere che la pallavolo sia accostata ad un mondo che ha elevatissima visibilità»

Anche lui grande giocatore divenuto allenatore di successo.

«Conte l’ho conosciuto, nel 2002 ad Aosta abbiamo fatto insieme riabilitazione. Se ci somigliamo in qualcosa? Beh anche io credo molto nel valore del gruppo, della squadra. All’interno si devono avere anche i grandi campioni, l’ho sempre sostenuto, ma poi chi fa la grande differenza è il gruppo. Un campione ti fa vincere una partita, ma gli scudetti si vincono con la squadra».

Si è migliori in panchina se si proviene dal campo?

«Non è scontato che un grande giocatore diventi un grande allenatore. Ma se succede ha un valore aggiunto che pochi hanno, per quel bagaglio di esperienze di campo. Il saper vincere è un qualcosa che fa parte dei grandi giocatori, delle grandi squadre e delle grandi società. Nel volley il Brasile ha vinto tanto perchè sapeva e sa come si vince, non è cosa scontata, astratta. All’Olimpiade di Rio il Brasile era meno forte dell’Italia ma dalla sua aveva qualcosa in più, qualcosa che non compri ma che sai di avere»

Con lei la Sir Safety Perugia è risalita nella top four della SuperLega e sogna la finale di Champions, magari a Roma.

«Nella società c’è grande entusiasmo, voglia di vincere. E noi dobbiamo continuare a sognare, senza mai farci travolgere dall’ossessione del dover vincere. Lasciamola agli altri.  Noi curiamo quotidianamente i nostri sogni, dobbiamo lavorare col desiderio di raggiungerli»

Lei è reduce da una parentesi di vita in Turchia, ad Ankara ha guidato l’Halkbank in un periodo non proprio semplice sotto l’aspetto della sicurezza.

«Esperienza abbastanza pesante da questo punto di vista, anche se meno rispetto ai familiari che sono a casa: se per caso ti dimentichi il cellulare silenziato tutti si allarmano. Il pericolo esiste, cerchi di fare vita normale ma quando ricevi le raccomandazioni dall’ambasciata scatta l’allerta. Dopo gli attentati si iniziò a vivere in un contesto diverso da prima: casa, palestra, albergo. Non puoi entrare nei meccanismi di pensiero di chi fa quelle cose. Poi però pensi anche che se fai tutto quello che vogliono loro, li faccio vincere. Se non esco,  se ho paura di andare in banca, al ristorante, al centro commerciale. Quindi scatta quel qualcosa per cui mantieni viva la tua vita quotidiana, senza voler strafare o pensare di risolvere»

A Perugia si è ambientato subito?

«Abito sopra Corciano, mi sono trovato benissimo e non solo sotto il punto di vista professionale, anche se è vero che i buoni risultati aiutano. Ma bisogna stare con i piedi per terra»

Il suo Perugia di oggi come la sua Sisley di un tempo...   

«Il dato di fatto è che facciamo l’esaurito ovunque andiamo, in Italia ma anche all’estero. Siamo un patrimonio di Perugia ma non solo in Umbria. Ad Ankara c’erano 5000 persone, una cifra inusuale lì. Siamo una squadra importante, di primo livello con giocatori che sono un’attrazione per tutti. Fa immenso piacere, è una responsabilità in più rispetto gli altri, aumenta la nostra consapevolezza»

Zaytsev da opposto a schiacciatore...

«Alla base di tutti c’è la convinzione, anche di Ivan, che possa essere uno dei piu grandi posti 4 a livello mondiale, che possa esprimersi nel miglior modo possibile. Ivan è una persona disponibilissima» 

Quali saranno le vostre avversarie più pericolose?

«Noi dobbiamo guardare noi stessi, non porci limiti. Se altri sono più o meno forti di noi lo dirà il campo. Anche da giocatore lo pensavo: bisogna essere pronti, arrivare nelle migliori condizioni possibili. Possiamo perdere set e partite ma che sia per merito degli altri. I sogni iniziano a diventare realtà quando ci si sveglia, noi dobbiamo sognare da svegli, non dormendo, vogliamo mettere in pratica ciò che vogliamo fare» 

Come è cambiata la pallavolo rispetto a quando giocava?

«Oggi molto più fisica, non c’è ombra di dubbio, è cambiata radicalmente nella sostanza della fisicità che adesso serve.Si picchia più forte in battuta e ci sono più giocatori in gradi di farlo. C’è stata una involuzione dal punto di vista della tecnica e c’è un perché: con giocatori dalla fisicità più importante le partite si risolvono con la fisicità e non con la tecnica. Però penso che alla lunga, se entrambe le squadre hanno fisicità, la tecnica faccia ancora la differenza. Per me la base tecnica è importante, alleno molto la tecnica individuale ma anche la tattica è importante».

Molti azzurri dell’epopea d’oro sono sulle panchine.

«Mi fa enorme piacere che tanti noi allenino. Non eravamo semplici giocatori momentanei, avevamo un amore viscerale nei confronti di questo sport e abbiamo voluto fortemente e donarlo agli altri, insegnarlo, allenarlo. E fa piacere incontrare di nuovo certe persone che hanno scritto con te pagine importanti. Da quel punto di vista non c’è niente che possa spezzare le nostre radici, nessuno potrà strappare quelle radici che quel gruppo aveva piantato. A parte rarissimi casi,  abbiamo sempre privilegiato l’importanza del gruppo, piuttosto che del singolo. E questo ci ha dato ancora più merito. Mettemmo basi e principi chiari, portati avanti piu a lungo possibile. Così riuscimmo ad entrare nell’anima delle persone, a non abbagliarle solo con schiacciate, tuffi, difese, ma trasmettendo la nostra vera passione con cui giocavamo»

Purtroppo allora non c’erano ancora il web, i social.

«Sì, peccato. Se avessimo avuto i social sarebbe stato un valore in più...»

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