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Volley - La Fivb testerà le partite con 7 set

Volley - La Fivb testerà le partite con 7 set
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C'è la tentazione di adottare una nuova formula per ridurre i tempi delle partite: al meglio di sette set (a 15 punti). Si sperimenterà ai Mondiali under 23

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 di Leandro De Sanctis\

lunedì 22 maggio 2017 16:22

Secondo il fisico veronese Carlo Rovelli il tempo come viene banalmente concepito non è in linea con il risultati della fisica dell’ultimo secolo: il tempo dell’universo non è scandito ovunque nello stesso modo, dipende piuttosto dal luogo e dalla velocità. 
Trasferendo l’interrogativo dal mondo della fisica a quello dello sport, della pallavolo in particolare, non si sbaglia affermando che il tempo è da tanti anni uno dei principali ostacoli che il mondo del volley ha cercato invano di murare. 
A nemmeno vent’anni dalla rivoluzione del Rally Point System, varata nel 1998 dall’allora presidente della Fivb, Ruben Acosta, ci si è resi conto che le altre modifiche apportate strada facendo e l’evoluzione del gioco, hanno fatto sì che si tornasse al punto di partenza, come se il tempo, appunto, fosse non una linea retta infinita ma un fluire circolare.
 Da una riunione avvenuta nei giorni scorsi in Fivb e che ha visto impegnati anche allenatori, è scaturita l’idea di sperimentare un nuovo sistema di gioco: non più cinque set ma sette, però con il punteggio ridotto da 25 a 15 punti. Insomma, vincerà chi arriverà prima a quattro set: si vincerà 4-0, 4-1, 4-2 o 4-3. Lo scopo è duplice: accorciare la durata e rendere più emozionante il set fin dai primi punti, poichè c’è meno tempo per recuperare. Come ora avviene appunto nel tie-break. Si spera che la commissione che ha partorito questa proposta sia partita da una base certa riguardo la durata perché l'impressione è che l'aumento dei set, anche se più brevi nel teorico punteggio, potrebbe anche rivelarsi un autugol e non sforbiciare i tempi di gioco come auspicato dalla Fivb. E comunque pare che i sette set verranno sperimentati in occasione dei Mondiali Under 23, a fine agosto.

Tre anni fa a Parma, in occasione del sorteggio per i Mondiali femminili del 2014 che l’Italia ospitò, il presidente brasiliano della Fivb, Ary Graça lasciò trapelare la preoccupazione per l’allungarsi dei tempi di gioco delle partite, che rendevano difficile l’inserimento nei palinsesti televisivi e dunque penalizzavano di nuovo un sport che ha avuto nella lunghezza eccessiva e soprattutto non quantificabile a priori, uno dei maggiori ostacoli per una diffusione mediatica all’altezza del potenziale del volley.
Tra lo scetticismo quasi generale, Ruben Acosta nel 1998 in Giappone sancì lo strappo con il passato, la morte del cambio palla, il nuovo regolamento per cui ogni azione assegnava un punto, portando il tetto dal 15 al 25, mantenendo la necessità di avere due punti di margine per aggiudicarsi un set, scavallando la soglia del 25. 
 Cinque set al tie-break quindi, sposando la formula di quel primo correttivo che fu introdotto, nel 1988, come mantello per soffocare le fiamme, togliendo ossigeno a quelle partite interminabili con serie infinite di cambi palla. 
Il cambio palla non assegnava punti ma era il passaggio indispensabile per segnarne: si faceva punto solo quando si era in battuta. Altrimenti, come dice il concetto, si cambiava e l’occasione di far punto passava all’altra formazione al servizio. Formula durata solo dieci anni. Ma come mai le partite si sono di nuovo allungate? Varie la cause. Troppo tempo tra un’azione l’altra (per mostrare i replay in tv), troppi i time out tecnici supplementari (due per set, a 8 e a 16) che si sono aggiunti ai time out discrezionali chiamati dagli allenatori. Infine il Video Challenge, o Video Check che dir si voglia (ogni squadra lo può chiedere due volte per set, e se il video dà ragione, il bonus non si intacca): il correttivo delle immagini per porre rimedio a presunti errori arbitrali, succhia tanto tempo perchè non sempre ciò che si vede è facilmente ed immediatamente valutabile. Per tacere di quando le immagini vengono interpretate in modo discutibile e scatenano quelle polemiche che il Video Challenge dovrebbe invece soffocare. 

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