Il nemico invisibile che tormenta Serena Williams, Jabbar, Davis e molti altri campioni
L’ombra della cefalea si allunga ben oltre il dolore fisico, diventando un avversario invisibile che scende in campo assieme all'atleta. Per uno sportivo, convivere con il mal di testa significa affrontare una battaglia su tre fronti: il peggioramento delle performance, l'instabilità all'incertezza sull'insorgenza del prossimo attacco e la frammentazione della routine quotidiana. Che si tratti di una morsa sorda (Cefalea tensiva), o di un battito pulsante (Emicrania), ogni tipologia di cefalea interferisce con l'allenamento e la competizione. Pensare "è solo un mal di testa" è pericolosamente fuorviante: il mal di testa non è solo un fastidio passeggero, ma una patologia che può compromettere carriere leggendarie. Tra i casi più famosi ci sono quelli di Kareem Abdul-Jabbar, di Serena Williams e di Terrel Davis.
Kareem al buio
Il secondo miglior marcatore della storia NBA dopo Lebron James, ha lottato con l'emicrania per tutta la sua carriera professionale (1969-1989). I suoi attacchi, insorti quando aveva 14 anni, erano spesso scatenati dallo stress e dalla pressione mediatica e peggiorati dalle luci intense del campo. Nel 1974, durante le finali NBA, le sue crisi erano così intense che doveva ritirarsi in stanze buie e silenziose subito dopo le partite, saltando allenamenti cruciali. La sue è un'emicrania cronica con forte fotofobia (sensibilità alla luce), particolarmente problematica sotto i riflettori delle arene.
La testa che esplode
Per Serena Williams si tratta di emicrania legata alle variazioni ormonali mestruali e ne soffre da quando aveva circa 20 anni. La grande tennista ha raccontato di cefalee improvvise, proprio durante i tornei, una sensazione di "testa che esplode" con visione annebbiata che rendeva impossibile seguire la pallina. Infine, in questa lista breve e estremamente parziale, il caso di Terrel Davis, running back dei Denver Broncos, al Super Bowl del 1998. Davis fu colpito da un attacco di emicrania con aura durante il primo quarto, perdendo quasi completamente la vista per molti minuti. Nonostante la cecità temporanea, il coach Mike Shanahan lo tenne in campo come "esca" per distrarre la difesa avversaria, poiché Davis non riusciva nemmeno a vedere il pallone per correre. Solo dopo aver assunto farmaci e aver riposato brevemente, tornò in campo per vincere il titolo, segnando tre touchdown nonostante il dolore residuo.
Non è solo mal di testa
L'esperienza di questi atleti dimostra che la cefalea non influisce solo sulla performance fisica (riduzione della forza, problemi visivi), ma anche sulla sfera emotiva (ansia da prestazione, paura del ritorno del dolore) e sociale (necessità di isolamento). Gestire un mal di testa cronico significa, per uno sportivo, dover allenare la mente alla resilienza tanto quanto il corpo alla fatica. In conclusione il mal di testa, la cefalea (i due termini sono sinonimi) non sono "solo" un mal di testa: si tratta di una condizione spesso molto impattante sulla vita e le performance di un atleta e della popolazione in generale tanto che la OMS l'ha classificata tra le prime tre cause di invalidità. L'Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee (ANIRCEF) per il 16 maggio 2026 ha indetto la Giornata del Mal di Testa e con #giornatanazionalemaltesta si possono trovare informazioni e spiegazioni su questo argomento: l'iniziativa punta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla diagnosi precoce e sul corretto approccio terapeutico per chi soffre di patologie cefalalgiche.
Eros Carmelo Malara, neurologo, membro del consiglio direttivo Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee (ANIRCEF)
