Quando Zanardi diceva: "Ricordatevi di affrontare le cose con entusiasmo"

Un estratto dell’intervista al campione azzurro uscita su Autosprint nel 2016
Andrea Cordovani
8 min

È da un quarto di secolo che Alessandro Zanardi vince ad alti livelli e fa star bene chi lo guarda, promettendogli godimento doppio. Formula 3000, Indycar, Wtcc, Gt, Handbike o che, poco importa, in fondo. Perché Alessandro è pilota, atleta e soprattutto Uomo che sa correre, sì, ma soprattutto pensare, comunicandolo meravigliosamente. I due ori e l’argento alle Paralimpiadi di Rio, sono la tranche esistenziale di cui abbiamo gioiosamente fruito nei giorni scorsi.

Queste di Rio sono state le tue ultime Olimpiadi?

«Non c’è nessuna ragione per deciderlo adesso. Finché il fisico mi assiste e ne ho voglia, andrò avanti. Sai, se mi sono tolto certe soddisfazioni, è solo perché mi piace andare in bici, non viceversa».

Come si dice, successo e fama arridono solo a chi sta cercando molto seriamente qualcos’altro.

«Vale per tutti gli atleti che sono stati al top. Lo stesso Maradona non inseguiva clamori: semplicemente, per tutta la vita è stato innamorato del pallone e il resto è venuto di conseguenza, in campo, con armoniosa naturalezza».

Qual è la differenza tra lo Zanardi di Londra 2012 e quello di Rio 2016?

«A Londra facevo la convergenza della bici vedendoci benissimo. Adesso no, sono diventato presbite e per armeggiare sull’attrezzo ho bisogno di lenti adatte. Tutto qui».

Due ori e un argento. Niente retorica: conoscendoti, essere giunto una volta secondo deve averti rotto le scatole non poco.

«Centrato: l’argento mi ha rotto e non poco, sì. Ma l’oro per aver vinto a cronometro mi è piaciuto tanto ma tanto, perché è stato come quando nella F.1 Anni ’70 i motori Ford V8 riuscivano a battere il potentissimo Boxer della Ferrari».

Bel paragone, ma spiegalo bene...

«Anzitutto il percorso di Rio non mi favoriva, anche se non era impossibile. Vedi, io ho bisogno di tracciati in cui l’aerodinamica conta e sono possibili strappi, accelerazioni e c’è la presenza di qualche salita lunga, perché col mio fisico esprimo un ottimo rapporto peso-potenza. Be’, in realtà mi sono trovato a correre su un tracciato di 20,6 km completamente piatto. E alla fine ho battuto due atleti che le gambe le hanno, quindi dispongono in circolo di circa tre litri di sangue in più... In poche parole, la mia amputazione bilaterale fa sì che io abbia un motore più piccolo, tipo una cilindrata inferiore, insomma: meno cavalli. Per questo il lay-out nervoso di Londra 2012 per me era ideale e invece quello di Rio no di certo. In poche parole, è stata tiratissima... Sentivo la pressione e capivo che in allenamento avrei dovuto aumentare di più i carichi di lavoro, ma a 50 anni si fa tanta più fatica a recuperare, ma non ho mollato, tanto che la gara in realtà l’ho fatta mia di rimonta, alla seconda tornata, grazie anche a una strategia perfetta».

Un altro successo in cui c’è lo zampino Dallara.

«Un gran bell’aiuto. Dallara in realtà ha evoluto il progetto che gli ho consegnato. In pratica, è farina del mio sacco, mentre loro hanno mirabilmente ottimizzato la veste aerodinamica del pacchetto, agendo sul 10% della resistenza globale. Un’altra mossa vincente. D’altra parte, a quasi 50 anni, magari ho meno forza, ma rispetto ai rivali posso contare su tanti amici preziosi nella mia vita e Gian Paolo Dallara è uno di questi».

Parliamo di sacrifici. Da Londra a Rio, quanto t’è costato restare al top in Handbike?

«Da Londra a oggi non mi sono mai fermato, percorrendo in media 14.000 km all’anno, tra allenamenti e gare. E conta che nel 2014 ho preso parte pure alla serie Blancpain con la Bmw. Il livello della concorrenza in bici è alto, non superlativo, tutti hanno le loro distrazioni, ma quando si entra nell’anno olimpico ci si esprime al top».

Vuoi dire una cosa che ti sta in punta, non è ancora uscita ma spinge per farlo, quindi dilla.

«È questa: ci fosse stato il tracciato giusto per me, adesso di Rio racconteremmo una storia diversa, con tre ori in tasca. Esattamente come nel 2015, quando sono sceso di macchina dalla 24 Ore di Spa per salire in bici e fare la tripletta a Nottwil, a Cronometro H5, linea H5 e Staffetta mista. Okay, ora l’ho detto e sono più contento».

A proposito: il tuo è un presente tutta bici e niente auto?

«Al momento niente auto. Ma pochi minuti fa ero al telefono coi ragazzi della Bmw e vedrai che qualcosa finirà per saltare fuori, magari a sorpresa».

Quale messaggio mandi, coi tuoi trionfi di Rio?

«Sono così esposto mediaticamente, che il messaggio deve essere vero, semplice e spontaneo. Ed è questo: ricordatevi di affrontare le cose con passione ed entusiasmo, poi, per il resto, che io sia una fonte d’ispirazione è una cosa bella che appartiene tutta agli occhi di chi è capace di scorgere ciò. So di essere un punto di riferimento per qualcuno e tanto basta. La vita mi ha insegnato che il talento più grande è saper decidere dove andare, cioè scegliere la strada giusta verso la propria passione. E in questa chiave ogni giornata è l’occasione preziosa per aggiungere qualcosa di bello alla propria esistenza».

Vai pure avanti.

«Quindi ogni volta che tagli il traguardo o che senti il fischio finale, la competizione è terminata e se ti vuoi divertire davvero, devi essere subito pronto a ricominciare. E la felicità non sta nel risultato che ottieni, ma nel fatto meraviglioso di riempire la vita di tutte le cose belle che riesci a metterci dentro».

Due date, due ere: 15 settembre 2001, il terrificante crash del Lausitzring. E 15 settembre 2016, esattamente tre lustri dopo, a Rio. Cosa hai pensato, quel giorno, in gara per una medaglia in più?

«Mi sono alzato per la corsa in linea e effettivamente mi sono detto: “Oh, diavolo, è vero, oggi sono 15 anni!”, ma non è stato un pensiero fisso o disturbante. Perché non vivo quello del Lausitzring come un giorno maledetto, no, no. Anzi, visto che sono sopravvissuto a quell’evento contro ogni pronostico sfavorevole, io dico che è stato un giorno fortunato».

Ha un che di favola, tutto ciò.

«E non finisce qui. Nella mia vita precedente di pilota di monoposto, due cose erano restate imcompiute. Ero in debito di due vittorie. Così nella mia seconda vita ho vinto dove non ero riuscito nella prima. Non sono cose magiche, oltre che bellissime, queste?».


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