"Maratona, in trance tra passo e respiro"
«Attraversare la storia correndo, solo a Roma succede. Correre in mezzo alla città è un’esperienza bellissima. A chi farà la Maratona domani dico: godetevi la vista, vi aiuterà ad andare fino in fondo. Non correte coi paraocchi o guardandovi i piedi. È una corsa straordinaria per gli scenari che offre. Che emozione quell’arrivo ai Fori Imperiali, passando per il Colosseo!» Firmato Valter Manunza o Damiano Fortuna? Uno è lo scrittore, l’altro è il protagonista del suo libro “In equilibrio sulla linea azzurra” (Arkadia Editore). Entrambi, scrittore e personaggio, sono maratoneti amatoriali e non solo Roma hanno fatto anche New York.
Manunza, facciamo ordine: è lei Damiano Fortuna?
«No, no e nemmeno ci assomigliamo, se non nell’ambizione a perseguire un risultato».
Come per esempio finire una maratona?
«Anche, sì. A Roma ho fatto la mia prima corsa nel 2005, da neofita, dopo solo quattro mesi di preparazione. Per una scommessa fatta con gli amici. Fumavo, bevevo e pesavo tredici chili di più».
La maratona contro i vizi. Anche il suo Damiano fuma, beve, è in una fase della vita di totale perdizione e si salva correndo, davvero è possibile o è una favola?
«Damiano si rende conto che con tutte le persone che lo amano lui si è comportato di mer.., per fuggire da un dubbio che lo tormenta da quando è piccolo. Lavora come un pazzo, ha successo e denaro, dopo la morte della madre crolla emotivamente. E trova nella corsa una sua dimensione di vita. Ho riscontrato personalmente che si inizia a correre in tarda età per motivi di salute, traumi, separazioni».
Com’è successo anche a lei?
«Avevo quarant'anni, corricchiavo. Poi ho fatto la scommessa e ho seguito una tabella presa online, una follia. Ho commesso tutti gli errori possibili e immaginabili. Però quella prima maratona a Roma l’ho conclusa, era il 2005 e mi sentivo Valerio Massimo, il Gladiatore, passando per il Colosseo. Ci ho messo quattro ore ma sono arrivato».
E non è finita lì però, nonostante la scommessa vinta.
«Non ero contento del risultato, sicché due mesi dopo ho corso a Pisa, poi mi sono iscritto a una squadra amatoriale qui a Livorno e nello stesso anno ho fatto New York. Ho vinto pure una targa per aver partecipato a tre maratone nell’anno».
Non bastava?
«Ad Amsterdam sono arrivato in 3h03’, a quel punto l’obiettivo era scendere sotto le tre ore. E ce l’ho fatta nel 2013 a Torino: 2h58’. Poi ho smesso, non avevo più l’obiettivo».
Perché ha scelto la maratona per superare i suoi limiti e per salvare Damiano Fortuna?
«Attraverso la fatica della preparazione ho assunto e assorbito una mentalità vincente. Io non sono nato atleta, ho praticato basket da giovane. Quindi ho dovuto costruire. E quella costruzione è per la vita. Lavoro e fatica portano risultati. Nel caso del mio romanzo Damiano consacra un’esistenza complicata nella maratona, che lo aiuta a canalizzare le ambizioni in altro modo. Serve una regola anche per un risultato piccolo. E subito inizia a cambiare qualcosa, già nel fisico».
E poi nella testa?
«La maratona è una corsa epica. Per me è un’arte marziale. Di solito al chilometro 34, 36 sei alle colonne di Ercole se le superi sprofondi nell’ignoto. Ricordo che arrivava il momento in cui non ce la facevo più, ma era lì che dovevo fare un altro passo. E com’era possibile farne un altro? Un passo non è che una perdita di equilibrio».
Quindi, un passo e si perde l’equilibrio, un passo e si ritrova. Una maratona non è che un equilibrismo...
«Durante la corsa bisogna ascoltarsi, estraniarsi e non bluffare. Non insistere. A Roma come a New York, che hanno tantissimi partecipanti (l'Acea Run Rome The Marathon edizione 2026 conta 36 mìla iscritti ndr), bisogna saper scegliere il momento per farsi sollecitare e trainare dal pubblico e quello dell’ascolto di sé che aiuta a gestire un dolore, una fatica. È un rito collettivo, ma si è soli».
Il suo romanzo inizia dal capitolo 42, come i km di una maratona, va a ritroso e alterna la corsa di New York e il racconto della vita di Fortuna.
«Sì. Corsa e racconto vanno in parallelo, lungo i 42 km e i 42 capitoli. La maratona è una metafora della vita, lo dicono tutti e forse vale per ogni sport, io volevo scrivere qualcosa che avesse a che fare con la corsa che è una parte importante della mia vita. Quando correvo ero in trance tra passo e respiro, partivo con un problema e tornavo con la soluzione».
Livornese di origini sarde e una vita vista mare, come mai non ha scelto uno sport acquatico?
«Il mare ce l’ho qua davanti. Non potrei farne a meno. Non amo fare il bagno o nuotare, anche per paura; e dire che “babbo” era istruttore sommozzatore in Marina. Per me il mare però è contemplazione».
Questo è il suo primo romanzo, continuerà a scrivere?
«Sono un imprenditore e ora anche scrittore. La scrittura come la maratona richiede disciplina, il foglio bianco è come l’inizio di una corsa. Sono un lettore fortissimo, amo il teatro, la musica, sono curioso e questa curiosità mi ha portato a questo risultato, dopo aver frequentato un corso di scrittura creativa. Ho già un’altra storia in mente, comincio a entrarci dentro, senza fretta, ora c’è Damiano da seguire».
E cosa sta facendo ora il suo “Fortuna, Damiano Fortuna”, corre?
«Sta facendo un bel percorso. E io con lui ancora per un po’, prima di lasciarmelo alle spalle per una nuova corsa».
