Olga Kharlan: "La mia vita tra la scherma, le bombe e quel rifugio che chiamiamo grotta"

La campionessa ucraina, futura moglie dell'azzurro Samele, si racconta a cuore aperto: "Sto lavorando per una mia accademia. Il mondo non smetta di parlare di noi"
Chiara Zucchelli

Olga Kharlan non è solo una delle atlete più vincenti della storia ucraina, con sei medaglie olimpiche e quattro ori mondiali. È anche un simbolo. Vive in Italia, è la compagna del plurimedagliato azzurro Luigi Samele, e se prima del 24 febbraio 2022 la sciabola e la pedana erano gran parte della sua vita, oggi si ritrova a parlare di bombe, allarmi, bandiere, inni nazionali. Ai Mondiali di scherma di Milano del 2023 fu squalificata perché non tese la mano alla russa Smirnova, poi venne riammessa per la prova a squadre. Oggi prova a vivere un po’ di normalità ma non è facile, soprattutto ora che c’è il ritorno senza restrizioni degli atleti di Russia e Bielorussia alle competizioni internazionali riservate a junior e cadetti.

Avete protestato in tanti, lei per prima.

«Per prima cosa voglio dire che per me la missione non è solo parlare dell’Ucraina all’estero, a voi, ai media o sui social. È anche parlare agli ucraini, alla nostra gente, e aiutarli a trovare la forza e l’energia per vivere e continuare a credere in un futuro. Io sono stata in Ucraina e ho vissuto i bombardamenti. Ho visto i razzi con i miei occhi. Ricordo un momento in cui ho visto un missile passare vicino al mio palazzo e ho pensato: «Ok, è finita». È andato da un’altra parte, ma quando lo vedi, quando lo senti… è una realtà completamente diversa. Dobbiamo parlarne perché non è finito niente. Purtroppo sento che in alcuni posti c’è meno comprensione e meno attenzione adesso, soprattutto tra i giovani. Anche qui in Italia, Paese che ringrazierò sempre, a volte lo noto. E quando parlo con colleghi di Paesi diversi, sento domande tipo: «Allora… com’è a casa? Sta ancora andando avanti?». E onestamente posso dire: è peggio. Quindi no, non è finito nulla e bisogna parlarne. Siamo stanchi, ma non ci abitueremo mai alla guerra. Se ci fermiamo, non esisteremo come Paese, come nazione, come popolo. E essere soli in questa situazione è estremamente duro: è già abbastanza difficile così, ed è impossibile affrontarlo da soli. Ecco perché parliamo e protestiamo».

Lei in questo momento è in pausa dalla scherma, ma ha un progetto concreto per aiutare il suo Paese.

«Ho preso un po’ di tempo per me, non ho alcun tipo di pressione, forse tornerò in pedana, forse no. Ma dopo cinque Olimpiadi penso di avere il diritto di respirare un po’. In questo momento il mio focus principale è creare un’accademia di scherma a Kiev: si chiamerà Olga Kharlan Fencing Academy. Non è certo la cosa più facile da costruire adesso, perché in Ucraina tutto è più complicato e ci sono tantissime sfide. Ma non è impossibile. Voglio far crescere lo sport ucraino, credo sia una missione sociale e sento di avere molta responsabilità sulle spalle».

Anche se non è in pedana però supporta le sue compagne di nazionale.

«Sempre. La scorsa stagione ero con loro ai Mondiali e agli Europei in un ruolo più da coach o consulente. Ero a bordo pedana ed è stata un’esperienza completamente nuova. Ero nervosa ma mi è piaciuto molto. E mi ha fatto pensare che allenare è qualcosa che vorrei fare in futuro, quando finirò davvero di gareggiare».

Riesce a tornare spesso a casa?

«Cerco di tornare in Ucraina ogni due o tre mesi, di solito per un paio di settimane. Lì c’è mia nonna, ci sono i miei genitori, e voglio vederli il più spesso possibile. Viaggiare è semplicemente… complicato. A volte volo a Chisinau in Moldavia e poi vado a Mykolaiv, dove vivono i miei. Altre volte vado in macchina. Ho persino guidato da sola per 24 ore. In realtà mi piace guidare, ma ci vogliono comunque quasi due giorni di viaggio. In treno non mi sento sicura. E non è solo un problema di tempo, ma anche di stanchezza. Quando sei uno sportivo ci devi fare i conti. Immaginate di viaggiare due giorni e mezzo, poi gareggi per tre giorni, poi viaggi altri due giorni e mezzo per tornare. E magari hai un’altra competizione la settimana dopo. Inoltre, le frontiere possono richiedere ore per code e controlli, soprattutto al confine polacco, ungherese. Può essere estremamente difficile, e a volte sembra quasi impossibile. Adesso, per esempio, ci sono continui blackout perché moltissime infrastrutture sono state bombardate. E fa anche un freddo tremendo: in Ucraina ci sono meno 13 gradi. Ho parlato con mia sorella ieri e mi ha detto: «Stiamo gelando dentro l’appartamento». E per la scherma serve elettricità: il sistema di segnalazione è elettrico. Quindi perfino allenarsi diventa difficile. Di notte dovresti riposare, ma hai le sirene antiaeree, hai i bombardamenti e devi andare in un rifugio. E durante il giorno spesso non hai condizioni normali per allenarti. In qualche modo però la gente lo fa lo stesso. Perché lo sport diventa un modo di vivere. Per molti atleti ucraini è ciò che ti collega alla tua vecchia vita».

Lei però non è sola: il suo compagno Luigi Samele è una roccia.

«Semplicemente la mia anima gemella. Sono grata di aver potuto attraversare con lui momenti molto difficili, perché non ho mai sentito un livello di supporto da parte di qualcuno come quello che ho sentito da lui, e spero che per lui sia lo stesso. E sì, ora siamo ufficialmente fidanzati… quindi non si torna indietro».

In tutta questa situazione riuscite ad avere un po’ di normalità?

«Ci proviamo. Io ad esempio gli cucino ogni tanto dei piatti ucraini quando ho voglia di sapori di casa, prima o poi lo porterò nei posti migliori del mio Paese. Ma, ripeto, non è facile, anche in fuochi d’artificio a Capodanno ti fanno pensare alle bombe. Non puoi vedere la famiglia come vorresti, sei costantemente preoccupata per loro, e devi anche gestire situazione più ampie, incluso il fatto che potresti dover affrontare atleti russi nelle competizioni. Devi gestire tutto e non è semplice».

 

Lei sogna di diventare mamma: cosa racconterà ai suoi figli?

«Ovviamente un giorno dovremo parlarne, perché i nostri figli saranno per metà ucraini e per metà italiani. Sono sicura che Gigi è d’accordo con me: voglio che conoscano la verità.In questo momento la vedo attraverso mio nipote. Ha quasi cinque anni, e il suo compleanno è il 24 febbraio. Aveva solo un anno quando è iniziata l’invasione. Quindi un giorno dovremo spiegargli perché, nel giorno del suo compleanno, c’è anche questa data pesante e questo ricordo. Al momento non capisce del tutto cosa sta succedendo. Per lui i rumori fuori possono sembrare fuochi d’artificio. Sa che c’è un posto dove deve andare: il rifugio, lo chiamiamo persino una “grotta”. Sa che il suo patrigno è al fronte. È il livello che un bambino piccolo può capire.Ma quando sarà più grande, saprà di più. Perché questa è parte della nostra storia».


© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Scherma

Racconterete loro anche del grande amore per la scherma.

«Nei miei 26 anni di scherma ho vissuto sia esperienze belle sia brutte. Uno dei momenti più difficili per me è stato Tokyo 2021. Quelle Olimpiadi in cui mi importava troppo di quello che la gente pensava, di ciò che si aspettava da me e di quello che voleva da me. E non ce l’ho fatta a reggerlo. Ho perso il primo assalto e sono uscita dalle Olimpiadi anche se ero numero uno al mondo. Dopo ho capito una cosa molto chiaramente: se non sono concentrata su me stessa, su quello che devo fare in pedana e su quello che devo fare ogni giorno in sala d’allenamento, non ci saranno risultati. E alla fine nemmeno le persone intorno a te, quelle che vogliono che tu vinca, saranno felici. Quindi prima di tutto devo fare il mio lavoro e restare nella mia corsia. Questa mentalità è ciò che mi ha aiutata ad arrivare a Parigi. Ho lavorato molto con la mia psicologa, e anche con la psicologa della squadra (perché non è la stessa) e c'è è stato tantissimo lavoro mentale. Dall’invasione del 2022, ho lavorato sulla mia condizione mentale più che mai, perché vivi in una realtà diversa. Non vedi sempre la tua famiglia quando vuoi, sei costantemente preoccupata per loro, e devi anche gestire la situazione più ampia, incluso il fatto che potresti dover affrontare atleti russi nelle competizioni. Devi gestire tutto questo. E allo stesso tempo, vuoi vincere per il tuo Paese. Vuoi rappresentare l’Ucraina, vuoi performare, vuoi fare qualcosa di significativo. Ma a volte quel desiderio diventa troppo, e può addirittura bloccarti. Quindi a Parigi, la cosa più importante per me è stata concentrarmi sulla mia prestazione, sulle azioni che dovevo fare, momento per momento. Mi dicevo: se faccio le cose giuste, il risultato arriverà. Ed è quello che è successo. Quello era il mio obiettivo principale».

Che rapporti ha con la scherma italiana?

«Onestamente, il mio vero legame con l’Italia è iniziato quando ho iniziato a frequentare Gigi. Attraverso di lui ho cominciato a capire la mentalità qui. È diversa dall’Ucraina, soprattutto nelle tradizioni familiari e nelle celebrazioni. E mi piace davvero molto. Lui ha preso alcune delle mie tradizioni, io ho preso alcune delle sue, ed è diventato uno scambio bellissimo. Un giorno i nostri figli cresceranno con due culture e una vita piena di feste. A livello professionale, l’Italia è stata anche una parte enorme del mio percorso. Tramite Gigi ho conosciuto il mio allenatore, Andrea Terenzio, e quel rapporto è stato incredibilmente importante. Poi lui è diventato CT dell’Ucraina, e ci ha portate all’oro olimpico a Parigi. Sono anche molto grata a Virtus Scherma, perché ci ha dato l’opportunità di allenarci qui e prepararci per le Olimpiadi in Italia, in un ambiente tranquillo, con ottime condizioni e con la miglior guida tecnica che abbia mai avuto. Se guardo solo il lato professionale, senza il contesto della guerra e tutto ciò che ci gira intorno, questi ultimi due anni e mezzo sono stati tra i migliori di tutta la mia carriera. E chiudere con l’oro olimpico… onestamente non avrei mai potuto immaginarlo. Puoi sognare di vincere le Olimpiadi, certo, sembra possibile. Ma raggiungere di nuovo quel livello, essere la migliore tra le migliori… è tipo: wow. Quindi, quando mi chiedono chi voglio tenere vicino: sicuramente Andrea e le persone di Virtus Scherma che ci hanno sostenute ogni giorno. E naturalmente, negli anni sono diventata amica di molte atlete italiane, stando con loro, imparando da loro, e condividere quell’ambiente è stato un vero regalo. E oltre la scherma, voglio dire grazie all’Italia in generale. Dall’inizio della guerra ho visto, e vediamo ancora, tantissimo supporto agli atleti ucraini. Molti di loro si allenano qui, perché è un ambiente sicuro e professionale. Certo, tutti vogliamo tornare a casa un giorno. L’Ucraina vincerà, e torneremo. Ma sono davvero grata all’Italia, al CONI, al governo e alla società. Onestamente non ho incontrato persone qui che fossero contro di noi. Ho sentito supporto, e questo significa molto».

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Olga Kharlan non è solo una delle atlete più vincenti della storia ucraina, con sei medaglie olimpiche e quattro ori mondiali. È anche un simbolo. Vive in Italia, è la compagna del plurimedagliato azzurro Luigi Samele, e se prima del 24 febbraio 2022 la sciabola e la pedana erano gran parte della sua vita, oggi si ritrova a parlare di bombe, allarmi, bandiere, inni nazionali. Ai Mondiali di scherma di Milano del 2023 fu squalificata perché non tese la mano alla russa Smirnova, poi venne riammessa per la prova a squadre. Oggi prova a vivere un po’ di normalità ma non è facile, soprattutto ora che c’è il ritorno senza restrizioni degli atleti di Russia e Bielorussia alle competizioni internazionali riservate a junior e cadetti.

Avete protestato in tanti, lei per prima.

«Per prima cosa voglio dire che per me la missione non è solo parlare dell’Ucraina all’estero, a voi, ai media o sui social. È anche parlare agli ucraini, alla nostra gente, e aiutarli a trovare la forza e l’energia per vivere e continuare a credere in un futuro. Io sono stata in Ucraina e ho vissuto i bombardamenti. Ho visto i razzi con i miei occhi. Ricordo un momento in cui ho visto un missile passare vicino al mio palazzo e ho pensato: «Ok, è finita». È andato da un’altra parte, ma quando lo vedi, quando lo senti… è una realtà completamente diversa. Dobbiamo parlarne perché non è finito niente. Purtroppo sento che in alcuni posti c’è meno comprensione e meno attenzione adesso, soprattutto tra i giovani. Anche qui in Italia, Paese che ringrazierò sempre, a volte lo noto. E quando parlo con colleghi di Paesi diversi, sento domande tipo: «Allora… com’è a casa? Sta ancora andando avanti?». E onestamente posso dire: è peggio. Quindi no, non è finito nulla e bisogna parlarne. Siamo stanchi, ma non ci abitueremo mai alla guerra. Se ci fermiamo, non esisteremo come Paese, come nazione, come popolo. E essere soli in questa situazione è estremamente duro: è già abbastanza difficile così, ed è impossibile affrontarlo da soli. Ecco perché parliamo e protestiamo».

Lei in questo momento è in pausa dalla scherma, ma ha un progetto concreto per aiutare il suo Paese.

«Ho preso un po’ di tempo per me, non ho alcun tipo di pressione, forse tornerò in pedana, forse no. Ma dopo cinque Olimpiadi penso di avere il diritto di respirare un po’. In questo momento il mio focus principale è creare un’accademia di scherma a Kiev: si chiamerà Olga Kharlan Fencing Academy. Non è certo la cosa più facile da costruire adesso, perché in Ucraina tutto è più complicato e ci sono tantissime sfide. Ma non è impossibile. Voglio far crescere lo sport ucraino, credo sia una missione sociale e sento di avere molta responsabilità sulle spalle».

Anche se non è in pedana però supporta le sue compagne di nazionale.

«Sempre. La scorsa stagione ero con loro ai Mondiali e agli Europei in un ruolo più da coach o consulente. Ero a bordo pedana ed è stata un’esperienza completamente nuova. Ero nervosa ma mi è piaciuto molto. E mi ha fatto pensare che allenare è qualcosa che vorrei fare in futuro, quando finirò davvero di gareggiare».

Riesce a tornare spesso a casa?

«Cerco di tornare in Ucraina ogni due o tre mesi, di solito per un paio di settimane. Lì c’è mia nonna, ci sono i miei genitori, e voglio vederli il più spesso possibile. Viaggiare è semplicemente… complicato. A volte volo a Chisinau in Moldavia e poi vado a Mykolaiv, dove vivono i miei. Altre volte vado in macchina. Ho persino guidato da sola per 24 ore. In realtà mi piace guidare, ma ci vogliono comunque quasi due giorni di viaggio. In treno non mi sento sicura. E non è solo un problema di tempo, ma anche di stanchezza. Quando sei uno sportivo ci devi fare i conti. Immaginate di viaggiare due giorni e mezzo, poi gareggi per tre giorni, poi viaggi altri due giorni e mezzo per tornare. E magari hai un’altra competizione la settimana dopo. Inoltre, le frontiere possono richiedere ore per code e controlli, soprattutto al confine polacco, ungherese. Può essere estremamente difficile, e a volte sembra quasi impossibile. Adesso, per esempio, ci sono continui blackout perché moltissime infrastrutture sono state bombardate. E fa anche un freddo tremendo: in Ucraina ci sono meno 13 gradi. Ho parlato con mia sorella ieri e mi ha detto: «Stiamo gelando dentro l’appartamento». E per la scherma serve elettricità: il sistema di segnalazione è elettrico. Quindi perfino allenarsi diventa difficile. Di notte dovresti riposare, ma hai le sirene antiaeree, hai i bombardamenti e devi andare in un rifugio. E durante il giorno spesso non hai condizioni normali per allenarti. In qualche modo però la gente lo fa lo stesso. Perché lo sport diventa un modo di vivere. Per molti atleti ucraini è ciò che ti collega alla tua vecchia vita».

Lei però non è sola: il suo compagno Luigi Samele è una roccia.

«Semplicemente la mia anima gemella. Sono grata di aver potuto attraversare con lui momenti molto difficili, perché non ho mai sentito un livello di supporto da parte di qualcuno come quello che ho sentito da lui, e spero che per lui sia lo stesso. E sì, ora siamo ufficialmente fidanzati… quindi non si torna indietro».

In tutta questa situazione riuscite ad avere un po’ di normalità?

«Ci proviamo. Io ad esempio gli cucino ogni tanto dei piatti ucraini quando ho voglia di sapori di casa, prima o poi lo porterò nei posti migliori del mio Paese. Ma, ripeto, non è facile, anche in fuochi d’artificio a Capodanno ti fanno pensare alle bombe. Non puoi vedere la famiglia come vorresti, sei costantemente preoccupata per loro, e devi anche gestire situazione più ampie, incluso il fatto che potresti dover affrontare atleti russi nelle competizioni. Devi gestire tutto e non è semplice».

 

Lei sogna di diventare mamma: cosa racconterà ai suoi figli?

«Ovviamente un giorno dovremo parlarne, perché i nostri figli saranno per metà ucraini e per metà italiani. Sono sicura che Gigi è d’accordo con me: voglio che conoscano la verità.In questo momento la vedo attraverso mio nipote. Ha quasi cinque anni, e il suo compleanno è il 24 febbraio. Aveva solo un anno quando è iniziata l’invasione. Quindi un giorno dovremo spiegargli perché, nel giorno del suo compleanno, c’è anche questa data pesante e questo ricordo. Al momento non capisce del tutto cosa sta succedendo. Per lui i rumori fuori possono sembrare fuochi d’artificio. Sa che c’è un posto dove deve andare: il rifugio, lo chiamiamo persino una “grotta”. Sa che il suo patrigno è al fronte. È il livello che un bambino piccolo può capire.Ma quando sarà più grande, saprà di più. Perché questa è parte della nostra storia».


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