E' morto Marco Ansaldo, uno dei giornalisti della transenna
ROMA - Una sera, in una pizzeria di Pistoia, dopo un’altra lieta giornata di lavoro, Marco ordina una pizza al salamino piccante. “Come fai a mangiarla? Non è meglio una margherita?“, gli chiedo, conoscendo il segreto che del resto conoscevano tutti. Marco sorride. Arriva la pizza fumante. E lui, al cameriere: “Scusi, mi può portare l’olio piccante?“. “Dai, non esagerare”, gli dico cominciando a ridere. Arriva anche l’olio piccante. Lo versa sulla pizza, poi si china nella borsa della macchina da scrivere (perché siamo nati sui tasti dell’Olivetti, i computer all’inizio erano i nostri nemici), prende una busta, l’apre e cala giù il peperoncino.
Era il giorno dell’addio al calcio di Sergio Brio. Giocò anche Platini e fu quando Michel definì Baggio “non un 10 ma un 9 e mezzo”. Marco Ansaldo raccontò quella giornata da cronista, con un’eleganza che lo metteva oltre tutti noi. Era uno dei ragazzi di Tos, come Dario Torromeo, Mario Arceri, Massimo Perrone, Sergio Rizzo, Maurizio Evangelista, Luca Argentieri, Franco Ordine, Fabio Monti, Alessandro Vocalelli. Era nato al Corriere dello Sport-Stadio nella redazione torinese di Enzo D’Orsi, in piazza Solferino. Tosatti lo aveva “provato” a Roma, dove Marco faceva il servizio militare (andava nella redazione di Piazza Indipendenza con la divisa da soldato), assunto e spedito a Genova, per aprire la redazione ligure. Marco fece un lavoro straordinario. Tutte le volte che ci incontravamo (praticamente di continuo), gli ricordavo una sua bellissima intervista a Liam Brady, allora stella della Sampdoria. E da lì iniziavano le nostre malinconie, storie di gente che frequentava gli spogliatoi, nel senso fisico del termine, che parlava ore e ore con gli allenatori, vedeva tutti gli allenamenti e aveva modo di conoscere a fondo il calcio. Una generazione di privilegati rispetto ai tweet di oggi.
Poi Marco è passato alla Repubblica e infine è sbarcato a La Stampa, ma il viaggio è proseguito insieme agli altri ragazzi. Per strada avevamo perso Luca Argentieri, il più geniale di tutti noi. Quel gruppo, anche se si stava dividendo in tante diverse redazioni, restava compatto. Era il gruppo della “transenna”, quella che divide i giocatori dai giornalisti durante le interviste prima e dopo la partita. Una volta, in una di queste sudatissime zone miste, Fabio Monti disse a uno di noi: “Se al prossimo Mondiale sono ancora qui, vi do il permesso di insultarmi”. Eravamo a Senlis, Mondiale francese del ‘98. Non eravamo più giovanissimi. Sedici anni dopo, eravamo sempre lì, in Brasile. A prenderci in giro. Sono sicuro che alla prossima transenna vedrò ancora accanto a me quel ragazzo con i baffi che scriveva da dio e che mangiava il peperoncino come fosse pane.
