Catania, ecco perché Sannino lascia
Nella carriera da self made man alimenatata davvero con tanti sacrifici, Giuseppe Sannino ricorderà questo 2014 ormai alle battute finali come un anno terribile. Due fallimenti in una sola stagione sono difficili da digerire e da dimenticare. Se le dimissioni dello scorso 31 agosto da tecnico del Watford, la squadra inglese ereditata da Gianfranco Zola, dopo 12 punti raccolti in cinque partite di Championship, era stata una scelta ragionevole e comprensibile, quella dal Catania è dolorosa, perché certifica un fallimento - prima ancora che tecnico - di gestione, ambientale e umano. I malcelati scontri con il preparatore Ventrone e la raffica di infortuni hanno fatto andare a pezzi il Catania, evidentemente indebolito anche dall'assenza della società. Smaltire d'altra parte una retrocessione dalla massima serie non è mai stato agevole e non riuscire a tracciare un progetto netto di rilancio facendo piazza pulita del passato, e degli onerosi legami contrattuali di giocatori non più economicamente congrui alla B, è stata la base di questa vicenda penalizzante non solo per Sannino. Certo il tecnico napoletano ci ha messo del suo non riuscendo a ricreare un'identità da squadra da B in un Catania ricco di campioni e sulla carta destinato alla A, eppure lontanissimo dal modello ideale di squadra vincente in cadetteria. Tuttavia il nodo societario rimane quello più preoccupante, perché anche di recente club con importanti trascorsi in A si sono dissolti nel niente sino a fallire, morendo ogni anno un po' proprio per l'incapacità di sapersi immaginare un altro futuro, non necessariamente ricco di sucessi come il passato, ma l'inizio di un'altra storia sì. Ecco cosa servirebbe al Catania per ricominciare.
